La storia della Polonia ha avuto qualche momento di gloria e tanti momenti di disperazione. Questa nazione è famosa tra gli storici per la sua sfortuna politica e militare, tanto che scherzosamente la usano come metro di analisi per le avversità e le disgrazie dei vari paesi. Ad esempio, la Cambogia è valutata 19 Polonie, la Grecia ultimamente ha toccato le 9,89 Polonie, l’Italia, purtroppo, è a 4,75 Polonie. La Francia è a 0 Polonie, mentre la Germania della Merkel è a – 4 Polonie (e solo grazie a Berlino, nemesi di Varsavia) e tutto questo nonostante la Polonia sia stata un ricco territorio per artisti, matematici, crittografi, scienziati. La lingua poi non è affatto d’aiuto. La sua classificazione è: lingua indoeuropea, slava, occidentale, lechitiche, polacca, ma a mio parere è una lingua semplicemente incomprensibile e il limite è tutto mio, che non riesco neanche a leggerla, con tutte quelle z e w.
Un tempo conoscevo una ragazza polacca e devo dire che quando mi parlava nella sua lingua madre trovavo nel suo idioma qualcosa di triste e poetico, sintesi estrema di questa nazione.
La città in cui la sfortuna di questo popolo si rispecchia è la capitale Varsavia (Warszawa), un tempo chiamata la Parigi dell’Est, che purtroppo durante la Seconda Guerra Mondiale venne completamente distrutta dai nazisti mentre le armate di Stalin osservavano dall’altra parte della Vistola fumandosi sigarette a basso costo.
Dopo la guerra, i russi dettarono la linea architettonica della capitale. Lì sta il disastro odierno: enormi parallelepipedi di cemento senza anima e senza odore, che i varsaviesi hanno col tempo e la disciplina sovietica imparato ad amare, tanto che nei numerosi cantieri tutt’ora presenti stanno edificando ancora altri enormi parallelepipedi di cemento senza anima e senza odore, uno uguale all’altro, che appena terminati sono già fatiscenti e tristi, a loro modo poetici.
Potreste pensare di fare un giro in centro, ma senza il GPS sarebbe quanto meno difficile orientarsi in una babilonia razionalista e formalista color grigio topo. Una possibilità potrebbe essere prendere un taxi, ma non dimenticatevi che il tipico spirito polacco è temprato dai glaciali venti artici e sarà difficile strappare un sorriso o uno sguardo vagamente empatico. Inoltre, nessuno ancora ha capito il perché, ovunque ascoltano electro dance anni ’90 a tutto volume, sia giovani promesse polacche, sia anziane e artritiche nonne, e questo vale anche per i tassisti, per cui se non volete diventare sordi o fare un salto nel passato musicale premunitevi di tappi.
Solitamente in Europa i lungo-fiumi rappresentano una zona delle città più curata e piacevole dove trascorrere delle ore, sappiate che a Varsavia questo cliché non vale. Un senso di natura abbandonata post-apocalittica vi convincerà che forse i parcheggi e le autostrade che lì vi hanno costruito potrebbero essere state una buona idea per spingervi nella direzione del suicidio, ben lontani dalla Vistola.
Camminando in direzione delle antiche mura medievali, se non vi siete smarriti, dovreste (il condizionale non è mai stato così d’obbligo) imbattervi in alcune piazze, che più che piazze sono delle aree di cemento circondate da bar per turisti dove prendersi un caffé (i caffé polacchi sono giustamente sconosciuti al resto del mondo), ma i camerieri si staranno nascondendo dietro a dei piloni di calcestruzzo e quando arriveranno finalmente a servirvi, vi lanceranno sul tavolo la tazzina come se fosse una cosa schifosa (vi renderete conto che hanno ragione). I loro sguardi saranno carichi di odio (comincerete a pensare che sia il loro modo per dirvi ti voglio bene).
Continuate pure la vostra splendida passeggiata e vi ritroverete tra piccoli negozi di oggetti per turisti, tra cui cartoline di parallelepipedi abitativi, grembiuli ricamati o t-shirt con stereografato sopra Kocham Warszawię (Io amo Varsavia) o simpatiche statuine in legno che rappresentano l’idea platonica dell’ebreo ai tempi del ghetto. Sì, perché a Varsavia c’è un turismo che morde poco ma fugge tanto di sessantenni americani interessati alla Shoah, per cui giustamente i varsaviesi hanno deciso di vendergli riproduzioni di ebrei (il famoso humor polacco).
Vi è anche un museo interattivo su Chopin, ma tutti gli strumenti interattivi sono o spenti o rotti, per cui potrete effettivamente godervi magnifici pianoforti in legno su cui non abbiamo niente da ridire, ma se voleste sul serio suicidarvi, dovreste continuare verso il giardino del museo, per scoprire quanto l’abbandono generale, il disinteresse esteso, lo sfilacciarsi della cura per le cose intorno a noi siano così definitivamente tristi e poetici.

Ferruccio Mazzanti

Nato a Firenze nel 1983. Ha studiato Filosofia. Lavora con gli studenti americani. Percepisce le cose in modo destrutturato. Ha fatto tanti, differenti lavori, alcuni anche strani, altri proprio normali. Fondatore di Infugadallabocciofila.it e Ilmondooniente.com. Molte collaborazioni con riviste italiane. Appassionato di Letteratura, Cinema, Filosofia, Sport, Malattie Mentali, Sociologia, Crittografia e Donne, cerca di tirar su uno stipendio per viaggiare e leggere. A volte ha paura di morire, come tutti d’altro canto. Altre volte invece si sente immortale. Ascolta musica. Annusa le cose e vi saluta sempre scuotendo la mano aperta.

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