Superpoteri

di Jolanda Di Virgilio

 

Potendo scegliere, mi dice, rinascerei donna.

Non voglio sapere il perché e infatti non glielo chiedo, ma lui subito ci tiene a spiegarmi che le donne sono delle creature avvantaggiate in quanto, dotate di vagina, possono far fare agli uomini tutto quello che vogliono.

Ora, le alternative che mi si prospettano sono due: o me ne vado o l’assecondo.

Nella prima ipotesi, la serata finisce, male, io torno a casa, mi butto sul letto, apro Netflix, scelgo un documentario sul complotto delle industrie della carne e mi addormento mangiando yogurt con ciambelline di cioccolato.

Nella seconda ipotesi, la serata continua, male, torno a casa sua, mi butto sul letto, faccio sesso, mi pento di aver fatto sesso e mi addormento sognando di essere a casa mia a mangiare yogurt con ciambelline al cioccolato.

Potendo scegliere, tra le due, la seconda.

Proprio così, gli sorrido stando attenta a non staccare gli occhi dai suoi, mentre appoggio le labbra sul bicchiere e ingollo un sorso di vino.

È una pratica difficilissima, questa che ho appena descritto. Bisogna avere una grande coordinazione per mantenere lo sguardo fisso su qualcosa mentre si sta facendo altro. Decisamente troppo sforzo per un tipo del genere. L’ho rimediato su Tinder, è stata la mia coinquilina a convincermi a usarlo.

Lei lo usa da una vita, mi dice, e si trova benissimo.

Le credo: esce sempre con uomini molto gentili e interessanti.

È perché so scegliere, mi dice.

Le credo: riesce a inquadrare una persona soltanto da tre foto, e non sbaglia mai.

Dice che questo è il suo superpotere.

Io, invece, evidentemente, non ho la stessa capacità di selezione.

L’economista di 33 anni che viene da Alessandria e ama sciare non è proprio quello che mi aspettavo quando, guardandomi nella fotocamera interna dell’Iphone, mi sono detta che era arrivato il momento di riprendere il controllo della mia vita.

Continuo a bere vino e a lanciargli sguardi. Forse, mi dico, è questo il mio superpotere.

Lui continua. Dice che le donne sono tutte, insomma, sono tutte, ecco, vorrebbe proprio che capissi cosa intende, ma scuoto la testa con gli occhi spauriti: tutte cosa?

Possiamo dircelo, mi dice, le donne sono tutte puttane. Senza offesa, aggiunge.

No, no ma quale offesa, gli dico.

Lui si scusa immediatamente: anche noi uomini, precisa, non è che siamo dei santi.

Però voi donne…

Faccio spallucce e penso a mia madre che ha cresciuto me e le mie sorelle senza l’ombra di un uomo accanto, mi dico che dovrei dire qualcosa, almeno per lei.

Ma non ce la faccio.

Ordino un altro bicchiere di vino e lui è molto compiaciuto.

Ti piace bere, eh. Lo insinua in modo paternalistico, come quando, da bambina, mi facevano assaggiare il limoncello appena fatto e io stringevo gli occhi e sorridevo, con la punta della lingua tra le labbra.

Vado un attimo in bagno, chiedo un permesso che lui mi accorda con un gesto della mano.

Quando mi alzo in piedi il vino mi dà subito alla testa e la serata mi sembra, improvvisamente, più sopportabile. Mi sembrano sopportabili i discorsi sulle vacanze a Cortina, i luoghi comuni sulla crisi e sulla disoccupazione, mi sembrano perfino sopportabili le puttanate maschiliste sulle donne. Anzi, non solo mi sembrano sopportabili: mi fanno sorridere.

Mi chiudo nel cesso e sono euforica. Tiro fuori il cellulare dalla borsetta e apro Facebook. Sfioro con l’indice la casella della ricerca e subito la cronologia viene in mio soccorso.

Sono passate due ore dall’ultima volta che ho controllato il profilo di Dario. È un record, nell’ultimo mese. Sotto il suo nome appare una piccola sfera azzurra che segnala un nuovo post. Sono eccitata. Nella bocca aumenta la salivazione e il battito cardiaco accelera, lievemente. Spero di trovare qualche notizia. Il massimo sarebbe una geolocalizzazione, ma sono pronta ad accontentarmi anche di una foto, di una canzone che conosco e che rimanda al periodo in cui stavamo insieme.

Aspetto che la pagina si carichi, che il bianco dello schermo si colori, piano piano, di parole che mi svelino dettagli della vita di Dario. Mi basterebbe poco. Sapere se è ancora a Torino, per esempio, se non si è trasferito. Sapere se si vede con qualcuno. Se sta bene. Se gli manco.

Saltello su me stessa e un pezzo di carta igienica si appiccica sotto la suola dello stivale. Devo fare pipì. Tiro tutto giù: collant, gonna, mutande, senza staccare un attimo gli occhi dallo schermo. Forse è davvero questo il mio superpotere.

Ecco, compare qualcosa.

Dario è stato taggato in un post di auguri di capodanno insieme ad altre cinquantaquattro persone. Respiro, delusa, e l’odore di piscio e di vino ristagna sotto il mio naso. Chiudo Facebook e incastro il telefono sotto il mento, mentre con una mano faccio risalire tutto al proprio posto: mutande, collant, gonna. Tiro lo sciacquone e stacco il pezzo di carta igienica dallo stivale. Lo guardo mentre viene risucchiato giù.

Sorrido allo specchio: bagno l’indice con l’acqua del rubinetto e strofino i denti, per togliere via l’ombra viola che li macchia. Ravvivo i capelli dietro le orecchie, cerco di tenere gli occhi più aperti che posso.

Torno dal mio trentatreenne di Alessandria che adora sciare, mi chiede se va tutto bene. Gli dico di sì, che voglio andare via.

Saliamo sulla sua macchina. Ho sempre odiato l’odore interno delle auto, ma questo è ancora peggio. Sa di fumo, quindi deduco naturalmente che i fumatori siano ben accetti lì dentro. Tiro fuori una sigaretta, faccio per accenderla, ma lui me la toglie dalla bocca: mi dà un bacio. Io ricambio senza sforzo, è un gesto facile che non mi costa niente. Penso alla mia coinquilina, a come si muoverebbe se si trovasse al mio posto. Mi sento bene, proiettandomi nel suo corpo, sollevo i fianchi avanti e dietro, ruoto piano la lingua. Lui si agita ancora di più e mi mordicchia bocca e lobi. Poi fa scivolare la mano sotto i capelli e li trattiene in un pugno. Spinge la mia testa verso la punta tesa delle sue mutande, lo fa quasi con gentilezza, come se stesse chiedendo per favore. Non ho voglia di dire di no e faccio rimbalzare la testa in alto e in basso, meccanicamente, senza sforzo. Il sapore del suo corpo è simile a quello di Dario. Ma a Dario succhiavo l’anima, mica il cazzo.

Sono stanca, sento le palpebre che stanno per chiudersi, ma mi impongo di tenerle aperte. Cerco un punto, qualsiasi cosa da fissare, mentre faccio altro. Ma non c’è niente. La tappezzeria del sedile è blu notte senza nemmeno una decorazione. Non ci sono briciole a terra, non riesco a vedere le scarpe nascoste sotto il cruscotto.

Mi fermo. Che stai facendo, mi dice con voce spaventata e io lo guardo ancora più spaventata di lui perché non lo so cosa sto facendo, e mi sento in colpa a vederlo così, mezzo nudo e sudato davanti a una perfetta estranea. Mi prende la mano e cerca di posizionarla di nuovo in mezzo alle gambe ma questa volta la tiro indietro, come se mi fossi appena ustionata. Lui l’accarezza, la bacia. Mi chiede scusa, anche se non lo dice.

Che stai facendo, dai, vieni qui, insiste con voce quasi tenera.

Ora, le alternative che mi si prospettano sono due. E potendo scegliere, tra le due, la prima.

 

 

Jolanda Di Virgilio ha 26 anni e vive a Torino. Laureata alla magistrale di Lettere Moderne e diplomata alla Scuola Holden, lavora nella comunicazione e ha pubblicato racconti su La Stampa, Verde Rivista, Lahar Magazine e su un’antologia edita da Historica Edizioni. Insieme ad altri sei compagni della Holden, ha fondato il blog Narrandom – un caos letterario.

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