Pubblichiamo qui un testo di Paolo Rigo apparso in francese sul numero 4 della rivista parigina Epreuves nell’ottobre del 2016, che l’autore ha rivisto e aggiornato per l’Irrequieto Rubriche. 

La poesia in Italia è negli ultimi anni in preda a uno sconvolgimento retorico: un vero e proprio frenetico campo di battaglia sul quale si susseguono assalti di vario tipo. Un genere in movimento, anche se sembra di parlare di un gigante addormentato, su cui mal aderiscono le nuove forme moderne. Forme che, in realtà, sembrano tutta al più, semplicemente, vecchi accorgimenti mascherati sotto l’abito tremendo della novità: penso ai fenomeni quali gli spazi bianchi o il verso “frangitore” e spezzato presentissimo nelle ultime prove di un mostro sacro come Mario Luzi (ma scomparso ormai più di dieci anni or sono). Questi accorgimenti hanno preso il posto del ritmo tradizionale. Una provocante e paradossale considerazione: se queste innovazioni dello spazio testuale vengono attuate senza una coscienza strutturale, senza l’uso di norme o di un sistema, sono, con la pace degli adulatori, solo segni della casualità, quindi, di scarso interesse per quanto (in)felici; se, invece, rientrano in un pur agevole prontuario di stile..beh..a quel punto non saranno forse da riconoscere come il metro, magari evoluto ‒ ma al fruitore medio cosa può importare della differenza che passa tra la definizione dell’unità di misura di Tito Livio Burattini e quella fornita dalla Conferenza generale di pesi e misure nel 1983? ‒ di una norma che per comodità chiameremo di nuovo Metrica? Di diverso genere, invece, le innovazioni strutturali che hanno portato a definire finalmente il tipo “libro di poesia” in Italia: in un certo senso era dal Trecento che mancava il concept album

Anche i veri protagonisti, i poeti recenti altresì, sembrano impegnati in una vera e propria battaglia con se stessi, esasperata nel grido di nuovi inserimenti strategici: innovazioni più o meno tecnologiche, le quali sono, soprattutto, indirizzate verso la (con)fusione con le altre arti, in grado di restituire, a differenza della carta stampata (o dello schermo, questo sì un campo tecnologico nuovo con il quale toccherà fare i conti), un contatto visivo o tangibile riferito più che ai versi stessi ‒ i quali sempre di grafemi, quindi, segni visibili, sono composti ‒ al loro contenuto, cioè all’indecifrabile sostrato semantico. Quest’ultimo elemento complesso e improprio ‒ per definizione della poesia stessa e, quindi, difficile da comprendere anche laddove le parole, oltreché piane sono poche, ma non per questo meno pervasive (Ungaretti docet) ‒ subisce spesso una semplificazione. Ma, dopotutto, questi accorgimenti ‒ secondo l’insegnamento di una regola aurea per la quale in tempi di crisi non si ricorre mai a espedienti rivoluzionari quanto a scelte reazionarie ‒ non sono vere e proprie innovazioni. Basterebbe pensare a un movimento alla stregua del Futurismo, per rendersi conto di come già cent’anni fa le sperimentazioni attuali fossero state già tutte esplorate: rispetto agli intrecci con il campo visivo, un vero e proprio pallino degli ultimi anni, il movimento ha “vulgatamente” regalato più di quanto, in effetti, servisse. Alcune prove furono in grado di accostare, in esiti senz’altro memorabili ‒ come il Palombaro di Corrado Govoni ‒ o in veri e propri stravolgimenti della parola ‒ si può pensare ad alcuni componimenti della Grande Guerra di Marinetti e soci (uno su tutti è lo “scritto” titolato Nella 11° Batteria Bombarde, dove, in effetti, la parola si trasforma elegantemente in immagine) ‒, testi, forme, disegni e parole, che oggi a noi fanno pensare di più al segno antecedente delle pubblicità piuttosto che a uno dei passages della tradizione della poesia (si vedano i risultati di Sintesi futurista della guerra o altri manifesti fino ai tanti, troppi, ritratti d’artista, licenziati dagli autori minori del gruppo).

Questo quadro disperato ha subito negli anni una spinta mal interpretata ‒ frutto di una tensione tutta tesa verso l’incapacità e l’inadeguatezza dei versi, promulgata da alcuni autori ormai canonici (e giustamente), come Andrea Zanzotto o Edoardo Sanguineti (per fare i soliti nomi) ‒ ma originale e cosciente alla sorgente. Spinta che mentre conviveva con la voce degli ultimi padri ‒ almeno il trio formato da Mario Luzi, Giorgio Caproni, Sandro Penna a cui aggiungere Vittorio Sereni ‒ ne alimentava e sostituiva la fiamma con prove riconosciute, forse, un po’ precipitosamente: è il segno indelebile di un’avanguardia esule (e qui risiede l’errore di chi ha recepito) dalla tradizione recente (e non). A differenza dei poetastri d’oggi, Zanzotto e Sanguineti conoscevano (e bene) la cultura passata, anche quella antica e aulica del petrarchismo che per secoli dominò interrottamente la poesia (o almeno la sua componente lirica) d’Europa. Frutto di questa corrente fu il disastro: quanti furono i gruppi poetici o intellettuali (celebre quello del ’63) che a partire dagli anni Sessanta provarono tanto a imporre fragili sistemi culturali quanto a invadere il mondo editoriale con migliaia e migliaia di plaquettes? Un numero incalcolabile di chiusi circoli di poesia, nati a volte nell’università e questi vivi ancora oggi, immortalati di sfuggita dalla cinematografia italiana recente di Moretti, Virzì e (con tutti i limiti del caso) anche da Placido. Chi scrive ricorda un improvvisato certamen poetico notturno nelle aule della facoltà di Lettere della Sapienza il cui premio fu un’ambitissima corona ma non di lauro: unicuique suum e chi vuole capire capisca. Ben si addice a questo quadro, vista l’atmosfera beat, la riscoperta della poesia americana procurata da una passionale studiosa come Fernanda Pivano in grado tanto di portare in Italia il movimento nella sua interezza (da Ginsberg a Bukowski, senza distinzioni di causa) per poi oscurare del tutto o quasi autori immortali del calibro di Robert Frost o Mark Van Doren (quest’ultimo mai tradotto in italiano). In una direzione o in un’altra tutte queste tensioni hanno trasformato il modo di fare poesia Italia: certo, alcune voci recenti, Patrizia Cavalli, Valerio Magrelli, Vivian Lamarque, Patrizia Valduga, lo “straniero” Fabio Pusterla (n.d.r. è svizzero), pur percependo la portata delle innovazioni, e la loro apertura verso il reale (procurata da altri autori posti sulla scia di Montale, p. es. Giovanni Raboni), hanno tentato, coscientemente o meno, di applicarle al modulo poetico senza stravolgerlo; e i tentativi sono apprezzabili e di alto livello, una linea vincente insomma su tutti i fronti. Altri poeti hanno cercato una soluzione più appartata, licenziando una voce, forse più fievole, ma elegante e tradizionale, capace di cimentarsi in un gioco a ritroso con le prove del passato. Voci d’élite dal gusto fine, esclusivo, in grado di distinguere la lirica dalla letteratura (altro “minimo” problema di tante prove): a queste file andranno ascritti Fernando Bandini, Michele Ranchetti, Lucio Piccolo, Lorenzo Calogero, Franco Scataglini (ma è morto nel 1994) e altri. Diversi autori sono molto recenti e di difficile valutazione: Alba Donati e Silvia Bre non sono solo l’espressione femminile della poesia, ma qualcosa di più. Non parlerò poi delle stato in cui giacciono le poesie in dialetto, campo ristretto che recentemente ha goduto di una grande rivalutazione da alcuni noti poeti (una fortuna mediatica incredibile); nomi, forse, da (s)valutare in toto. Il vero problema è il canone: come capire quando i versi scritti da qualcuno sono validi al tal punto da entrare nel classico? La risposta può sembrare semplice: Accademia o editoria (se si pubblica con un grande editore vi sarà stata o dovrebbe esserci stata una valutazione). Beh, l’accademia è impegnata a fornire poeti, che qui non giudichiamo, anche di buon successo come Davide Rondoni, mentre il ruolo della critica è arduo, non facilitato anche dai sistemi scolastici che considerano autori come Pascoli e D’Annunzio appartenenti ancora all’ambito di studi della poesia contemporanea. Ma la verità è un’altra: sono morti da quasi ottant’anni. Per spiegarmi meglio ricorrerò a un esempio topico: per uno studente del 1955 doveva suonare strano, se è successo, considerare Alessandro Manzoni un autore contemporaneo eppure il campo d’anni è lo stesso. Continuare a considerare Pascoli e D’Annunzio nella sfera della contemporaneità è il segno tangibile di un’incertezza profonda, è la paura di staccarsi da ciò che dà certezza. Si tratta, forse, davvero di poco coraggio d’oggi? Dopotutto Eugenio Montale era Montale già nel 1925 se poteva firmare il Manifesto degli intellettuali di Croce: ma quali le cause di tanta fortuna? Di certo bisognerà considerare anche il ruolo di una critica in grado di non preoccuparsi esclusivamente di ciò che è già canonizzato. E l’editoria? Beh se una delle ultime poetesse esordienti pubblicate da Mondadori è Michela Miti (starlette erotica degli anni Ottanta) credo che la poesia sia, proprio, in brutte mani. 

Paolo Rigo (Roma, 1985) è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli studi di Roma Tre, dove si occupa della letteratura delle origini, di Dante e di Petrarca. I suoi interessi critici si estendono però anche al Novecento, con particolare attenzione alla lirica.

 


Nata a Parigi nel 2014 dalla volontà di Noel Blanco Mourelle, Adrien Frenay et Louis Watier, la rivista Epreuves pubblica articoli di critica e di teoria che confrontino elementi eterogenei; traduzioni inedite; lettere e notizie dall’estero; appunti e briciole di lettura. www.epreuves.fr

 

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