Se c’è una cosa che sembra impossibile a Venezia è raggiugere l’isola di Poveglia, ma un mio amico (di cui non farò il nome per rispetto della sua stupidità) è talmente testardo che pur di scrivere un pezzo per una rubrica ha deciso di immolare un’intera giornata per dimostrare al mondo intero che a volte il desueto e l’orribile, lo scarto che l’umanità vuole discostare dalla propria coscienza, non sarebbe altro che una sfida a cui lui non può più dir di no. Perché? Perché esistono posti come Poveglia.

Il mio amico (che poi sarebbe il mio Doppelgänger e che quindi chiameremo da ora in poi Dop) si è ritrovato per questioni di lavoro a Venezia, sicuramente una delle città più belle del mondo, ma essendo particolarmente attratto dalle provocazioni si è chiesto: esiste in questa laguna un posto talmente orribile in cui ci si può solo suicidare? E l’unica cosa che ci si poteva avvicinare era un complesso di tre isole tecnicamente nelle acque territoriali del Lido.
Il superiore in carica di Dop (erano lì per lavoro), a quanto racconta Dop, è stato di una gentilezza al limite dell’inverosimile, concedendogli tutta quanta la giornata per raggiungere quel posto orribile di cui nessuno vuol parlare.

Come ci si arriva: Non solo nessuno ne vuol parlare, ma nessuno ci si vuole neanche avvicinare. Dop mi ha raccontato che è partito dalla Stazione di Santa Lucia circa alle 11.30 (minuto più, minuto meno), dove ha preso il vaporetto n. 6 ed è sceso all’ultima fermata (Lido S.M.E) circa 48 minuti dopo. Il viaggio in vaporetto è stato piacevole e una preraffaellita ragazza piena di riccioli ha avuto con lui una sofisticata discussione sullo statuto ontologico dell’acqua. Dop è talmente stupido che non le ha chiesto il numero di telofono. La ragazza è scesa col suo zainetto rosa all’Arsenale, sconsigliando a Dop di continuare nella sua impresa. Ovviamente Dop non è una persona particolarmente sensata e non le ha dato retta.
Una volta che si è ritrovato al porticciolo dei vaporetti del lido ha cominciato a porsi (per la prima volta in vita sua) il problema di come fare ad arrivare concretamente a Poveglia. Ha domandato quindi a indigeni del luogo se esistessero mezzi  pubblici che conducessero a quell’isola dannata e ha scoperto con grande meraviglia che le persone erano cordiali con lui finché non pronunciava la parola Poveglia. Dopo diventavano scostanti, abbassavano la testa, sgranavano gli occhi, farfugliavano parole in dialetto allontanandosi velocemente. La risposta era sempre e comunque un semplice e banale no. Sconsolato si è messo alla ricerca di una possibile soluzione e ha trovato un porticciolo per taxi nautici, grosse barche in legno con conducente. C’erano solo due taxi nautici. Dop ha chiesto al primo tassista quanto volesse per portarlo sulla dannata isola. La risposta è stata 80 Euro. Ma poi mi aspetti lì? No, poi chiami un altro taxi e concordi con lui il prezzo per farti venire a riprendere. Dop ha pensato che non era un buon affare (a volte ha dei momenti di lucidità) e si è diretto dal secondo tassista, il quale ha proposto 200 euro per andata e ritorno. A quel punto Dop, quasi disperato, ha detto ok e il tassista si è rabbuiato, ci ha pensato dieci secondi e ha detto: no, non ti ci porto. Ci sono altri posti dove posso trovare un altro taxi nautico? No.
Disperato Dop si è detto: ok farò una passeggiata e vedrò Poveglia da lontano, ma guardando Google Maps ha scoperto che forse era meglio se saliva sull’autobus numero A o B e scendeva 14 fermate dopo. Lo ha fatto senza pagare il biglietto, con quel brividino tipico delle inutili trasgressioni urbane. Sceso dal bus si è diretto sulla costa. C’erano solo capannoni e gente che riparava motori, un posto un po’ strano, mi ha raccontato Dop, ma quando ha visto per la prima volta Poveglia dal vivo si è sentito veramente demoralizzato, perché l’isola era distante da lui una cosa tipo 500 metri di gelida acqua invernale. Sconsolato si è messo a passeggiare sulla costa e si è ritrovato per caso presso L’Associazione Velica Lido, che funziona anche da deposito per diportisti in possesso di piccoli navigli a motore o derive di vario genere. Vi ho detto che Dop è testardo? Ecco, allora è entrato dentro al club velico e ha chiesto al primo tizio che ha incontrato se poteva prendere una barca per andare a Poveglia. Il tipo stava fumando un sigaro. Ha detto chiaramente no, che non si può andare a Poveglia, ma che non era il responsabile. Dop ha cercato un responsabile. Mi noleggiate una barca? Sì, ma hai la muta? No. Come facciamo senza muta? Te la prestiamo noi, ma sai andare in barca? Certo che so andare in barca! Non voglio venire a riprenderti, per cui se scuffi ti lascio lì. Mi va bene. E soprattutto non andare a Poveglia. Recepito! Ti do un Laser 1, sai com’è armato? Ho fatto la scuola di Caprera sui Laser 4.000. Allora divertiti. Preso dall’entusiasmo Dop è corso dentro ad uno spogliatoio e si è cambiato.
Il vento era di Ponente tendente alla bonaccia. Andando di bolina stretta ci ha messo tra i 10 e i 15 minuti a raggiungere la malefica terra di Poveglia. Lì è sbarcato e lì ha lasciato un pezzo del suo cuore.

Che cos’è Poveglia: Nel medioevo era una fiorente microcittà, ma alle altre popolazioni lagunari non doveva star molto simpatica, dato che nell’era della peste nera, dal mille e trecento e qualcosa fino al mille e settecento e qualcosa, venne trasformata in una discarica per ammorbati e cadaveri. I malati venivano bruciati insieme ai morti e poi, si racconta, scaricati dentro a pozzi e a fosse comuni, il tutto con quel chiaro tocco di amore che l’umanità a volte sa dimostrare nei confronti dei propri simili. Altri venivano banalmente abbandonati lì senza speranza alcuna di sopravvivere. Dop spera proprio di no, ma taluni temono che le ceneri di Giorgione risiedano a Poveglia (sarebbe stato il 150.000esimo cadavere). Col tempo, poi, l’umanità imparò a lavarsi e a tener lontani i ratti, così che le epidemie scemarono, rendendo questa stazione di quarantena obsoleta. Così nel 1922 lo stato italiano pensò bene di trasformare l’isola dei morti in un manicomio (anche se negli archivi veneti viene definito casa di riposo per anziani). Voci di corridoio sostengono però che i pazzi una volta sbarcati a Poveglia diventassero ancora più pazzi. Perché? Dop non crede nei fantasmi e neppure io, ma non c’è psichiatra dell’epoca che non racconti di aver fritto il cervello a qualche povero disgraziato senza poi essersi domandato se Poveglia non fosse effettivamente invasa dalle centinaia di migliaia di anime che lì avevano finito la loro vita nella disperazione e nella solitudine della pestilenza, tra roghi infernali, fame ed elettroshock. Si dice che il medico che inventò la lobotomia sia morto suicida proprio a Poveglia. Grazie al cielo l’istituto psichiatrico venne chiuso nel 1968 e dal quel giorno l’isola è stata abbandonata.

Impressioni generali di Dop su Poveglia: Partendo dal presupposto che Dop è arrivato a Poveglia su un Laser 1 in una giornata in cui le temperature massime si aggiravano intorno ai 10 gradi (e ha fatto una risatina per farmi capire quanto fosse fredda l’acqua), vestito con solo una muta comprensiva di scarpe e un inutile salvagente, la prima impressione, appunto, è stata di aver compiuto un’impresa. Un senso di gioia lo ha pervaso fin nel profondo, ma mi ha assicurato che è durato veramente molto poco, perché l’inquietudine e l’ansia hanno cominciato a farsi posto nella sua ottusa testardaggine. L’isola è spaventosa.
La fatiscenza generale degli edifici, la distesa di ossa che ancora si possono trovare, l’odore pesante di muffa, i grossi cipressi le cui piccole foglie sempreverdi non si fanno smuovere dal vento e i vetri rotti (e peggio ancora quelli non rotti), i letti del manicomio, le stanze carcerarie, le ombre, le scale, il silenzio, Dop era perfettamente consapevole di essere terribilmente solo su quei pochi ettari d’isola e la solitudine ha modificato la sua percezione del tempo, mentre camminava con le scarpette idrorepellenti su una superficie ruvida, mentre le piante perpetravano la loro guerra sbiascicando le strutture edificate dall’uomo, mentre cominciava a sentire sinistre presenze intorno a sé, mentre in un momento di istinto di sopravvivenza si domandava se aveva legato bene il suo Laser 1 ed è tornato indietro almeno tre volte per controllare. Ha fatto una breve passeggiata nel campo e mi ha assicurato che ci sono davvero le ossa delle migliaia di persone sepolte lì nei secoli. Le trovi anche sulla riva, sotto gli alberi, sopra l’erba. Non sono tante, ma ci sono. Poi si è intrufolato dentro al manicomio. Un manicomio abbandonato da così tanto tempo esplicita se possibile ancor di più il disgustoso senso di tortura che un luogo del genere rappresenta.
Dop ha perso il senso del tempo. Si è messo letteralmente a piangere mentre osservava il Lido da una finestra al secondo pericolante piano e non sapeva perché. È entrato in uno stato di iperconcentrazione su di sé, come quando si pensa profondamente a qualcosa e ci si dimentica del mondo esterno o come quando si è nel dormiveglia. Poi ha visto qualcuno che camminava giù e gli è venuta una strizza incredibile. Si è detto: ma no, dai, su, è solo un autocondizionamento. Però ha cominciato a pensare di andarsene e mentre scendeva le scale gli è sembrato di sentire una voce in modo chiaro e al contempo non chiaro (Dop non saprebbe spiegarsi meglio) che era sia vicinissima che lontanissima. Dop mi ha detto: lo so che non mi crederai, lo so che sosterrai che sono pazzo, ma quella voce mi stava chiamando per nome, anzi stava gridando il mio nome direttamente dentro alla mia cassa toracica, per cui non la sentivo coi timpani, ma tramite una specie di vibrazione uditiva (Dop non saprebbe spiegarsi meglio) ed era la voce di una bambina e sembrava che mi conoscesse e che io la conoscessi ed era disperata e urlava Doppelgänger, Doppelgänger, Doppelgänger ma non c’era nessuno, sentivo i capelli che mi si stavano rizzando in testa e mi facevano male e in alcuni momenti di terrore non ero neanche in grado di muovere un dito e quando mi voltavo pietrificato nella direzione da cui proveniva la voce, totalmente incapace di scappare via, ecco che sentivo gridare Doppelgänger da un’altra direzione.
Forse se non fosse stato proprio del tutto solo Dop sarebbe rimasto anche di più sull’isola di Poveglia, ma quello che mi sento di dire io è che a buon diritto, vero o no quel che Dop mi ha raccontato, questo luogo possiede tutti i requisiti necessari per stare nella Guida turistica per aspiranti suicidi.

 

Ferruccio Mazzanti

Nato a Firenze nel 1983. Ha studiato Filosofia. Lavora con gli studenti americani. Percepisce le cose in modo destrutturato. Ha fatto tanti, differenti lavori, alcuni anche strani, altri proprio normali. Fondatore di Infugadallabocciofila.it e Ilmondooniente.com. Molte collaborazioni con riviste italiane. Appassionato di Letteratura, Cinema, Filosofia, Sport, Malattie Mentali, Sociologia, Crittografia e Donne, cerca di tirar su uno stipendio per viaggiare e leggere. A volte ha paura di morire, come tutti d’altro canto. Altre volte invece si sente immortale. Ascolta musica. Annusa le cose e vi saluta sempre scuotendo la mano aperta.

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