Diciamocelo senza giri di parole: le rime, tanto amate dai lettori e talvolta osservate con un misto di invidia e di ammirazione mistiche, sono sempre e comunque un martirio per gli scrittori. Lo diventano quando servono, quando non servono, quando dovrebbero servire, quando non dovrebbero comparire affatto, e in qualsiasi altra variante più o meno consueta.

Sembra un’esagerazione, eppure basta fare un esperimento per rendersene conto. Facciamo finta che siamo nei narratori, scriviamo solo e soltanto in prosa e ci stiamo occupando di una storia che ci sta molto a cuore. Non ha importanza a che punto della stesura siamo arrivati, in ogni caso stiamo proseguendo con le migliori intenzioni e, come d’altronde è normale, abbiamo un po’ la fobia delle ripetizioni e di ogni elemento che possa apparire anche solo vagamente cacofonico.

A un certo punto, quando meno ce lo aspetteremmo, mettiamo un punto finale da qualche parte e, nel rileggere, ci rendiamo conto che ha fatto capolino una rima. Lì per lì sembrerebbe insignificante, ma più pronunciamo ad alta voce le parole e più la rima ci sembra fastidiosa: fa stonare l’intero messaggio, rende l’atmosfera quasi da filastrocca, quasi da libro di fiabe. Non ci rende credibili, ecco, e tenercela lì come se non ce ne fossimo accorti è fuori discussione.

Così, proviamo a sostituire uno dei due termini incriminati, ma il fatto è che:
1) Quasi tutti i suoi sinonimi suonano peggio della nostra prima scelta;
2) Quelli che, alla lontana, potrebbero forse andare bene finiscono, guarda caso, con le stesse lettere.

Dall’altro lato, se facciamo finta per un attimo di essere dei poeti, alle prese con un componimento più o meno lungo nel quale stiamo riversando tempo, energie, concentrazione, fatica, ispirazione, e, quindi, salute mentale, non è difficile supporre uno scenario in cui abbiamo maledettamente bisogno di fare terminare due versi nello stesso modo, che siano adiacenti o meno, senza riuscirci nemmeno dopo tanti tentativi.

Quando la invochiamo, infatti, la rima fa peggio di un’amante dispettosa: si nasconde, schizza via, blocca le idee, fa sembrare ogni soluzione imperfetta e se la ride seminascosta, mentre noi continuiamo a stare a un passo dal trovarla, e ci mangiamo le dita delle mani una dopo l’altra. Pensiamo alle espressioni più astruse, alle varianti più auliche o a quelle più popolari, ma gira e rigira finiamo sempre per imbatterci in un vicolo cieco.

Non risulta complesso da capire, perciò, come mai gli scrittori abbiano tanto in odio perfino l’ombra delle rime, e le ritengano capricciose e incontentabili al punto da mostrarsi apertamente soltanto nel posto sbagliato (in prosa) e nel momento sbagliato, ovvero quando sono più indesiderate.

Dopodiché, per evitare serie conseguenze sull’umore e sui risultati di quello che scriviamo, in generale ci limitiamo a ignorare le rime sia quando si spaparanzano nelle nostre pagine senza rimedio sia quando, pur avendole invocate notte e giorno, non le vediamo arrivare. Sappiamo, infatti, che dando loro un po’ di tempo per stancarsi dei loro stessi capricci, ci lasciano in pace di loro spontanea volontà e, quando serve, ritornano da noi con la coda fra le gambe per essere inserite nell’una o nell’altra strofa.

Certo, finché non succede non riusciamo a calmarci interamente e stiamo con i nervi a fior di pelle, però cosa ci si può fare? Avere a che fare con loro per necessità o di propria volontà è sempre una calamità. (Ecco, appunto.)

Eva Luna Mascolino

Eva Luna Mascolino è nata nel 1995 a Catania, dove si è laureata in Lingue curando la prima traduzione mondiale di “Cap Africa”, una raccolta poetica del tunisino Moncef Ghachem. Dal 2016 si è invece trasferita a Trieste per studiare russo, francese e rumeno alla Scuola per Traduttori e Interpreti. Affascinata delle parole fin da sempre, nel 2010 ha vinto il Premio di Poesia Kivanis in un concorso locale e ha iniziato a collaborare con il quotidiano online “Voci di Città” nel 2011, di cui è stata caporedattrice e vicedirettrice. Nel 2015 ha poi vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto “Je suis Charlie” e recensisce adesso narrativa per il blog “Il Rifugio dell’Ircocervo”, oltre a gestire la pagina facebook “Eva Luna racconta” e a essere in trattativa per una prima pubblicazione editoriale. Chiacchierona e assetata di risposte, ama viaggiare per l’Europa con fotocamera alla mano, guardare serie tv e strimpellare il pianoforte.

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