Mai periodo dell’anno fu più azzeccato di questo per affrontare il microdramma delle festività. Ora che Natale ormai è alle porte, che passiamo più tempo a cercare e impacchettare regali che a lavorare, ora che l’odore delle vacanze ce lo abbiamo già nelle narici e che continuiamo a fare conti alla rovescia e calcoli matematici al di fuori della nostra portata pur di ritagliarci del tempo libero.

Per fare cosa, poi? Sostanzialmente, per staccare dalla routine. Il che per chi scrive corrisponde, appunto, a non scrivere. Peccato che il mondo non sempre acconsenta a mettersi in pausa nei periodi di feste consacrate (o meno) e che, anzi, il più delle volte scadenze, commissioni e impegni siano ancora più opprimenti in situazioni simili.

Così, se da una parte non vediamo l’ora che arrivi la vigilia e stiamo già pregustando cosa ci sarà nei nostri piatti, con chi trascorreremo determinate ore e come ricaricare le nostre energie e la nostra allegria annuale, dall’altra parte celebrare ci fa paura. Ci ricorda che stiamo sottraendo tempo ad altre attività e che non dovremmo – non perché non ci vada, ma perché in un modo o nell’altro questo ci si ritorcerà contro.

D’altronde, non è un caso che il microdramma delle festività sia tra i più efferati. Si manifesta di rado, eppure non appena compare fa tremare chiunque. Che sia Pasqua, Ferragosto, Capodanno o l’Epifania, al suo cospetto ogni scrittore impallidisce e ogni scrittrice trema. A tutti viene in mente che sarebbe forse meglio finire quel capitolo lì, consegnare quell’articolo, rivedere quel paragrafo, decidersi a iniziare quella consegna prima che sia troppo tardi…

E sistematicamente, per via della forza arcana e inarrestabile che viene sprigionata dai giorni rossi sul calendario, dai ponti e dalle date che in qualche modo diventano festive “per contagio”, tutti vengono distolti dai propri buoni propositi e trascurano la scrittura. Di sicuro in tal modo guadagnano in relax e sanità mentale, sebbene intanto siano più esposti al rischio di soccombere di fronte a questo microdramma inclemente.

Nel momento in cui cala il sipario sulle giornate di riposo, infatti, andrebbe steso pure un velo pietoso sull’incipiente condizione di chi ha a che fare con carta e penna per mestiere. Ventiquattr’ore non sono sufficienti per rimettersi in pari, né lo stato fisico e intellettuale post-ozio aiuta a rimettersi in carreggiata. Come se non bastasse, un lieve senso di colpa inizia a serpeggiare fra post-it e tazze di caffè extra, quand’anche non si fosse già manifestato durante la propria delittuosa pausa.

Per scampare alla malora si potrebbe, dunque, stabilire di cambiare religione ogni volta che una cerimonia si avvicina, o magari espatriare quando in Italia arriva il 25 aprile, o in Francia il 14 luglio, o negli Stati Uniti il 4 luglio. Spostandosi si evita come minimo di essere coinvolti nei festeggiamenti altrui e nel sentirsi degli alieni se al posto di partecipare al cenone si partecipa a una call per stabilire le tempistiche di un determinato proof-reading, per esempio.

In alternativa, si può parlare con i propri collaboratori e/o superiori, quando le circostanze consentono un contatto diretto con loro, e provare a spiegare che per un certo lasso di tempo conviene congelare mansioni, obblighi e accordi precedenti, dal momento che si condivide lo status di essere umani poco inclini a conciliare dovere e piacere, se circondati da colombe o panettoni, da bambini chiacchieroni o da parenti chiassosi, da canzoni a tema o da film sempre uguali da dieci anni, e così via.

Altrimenti, per i più pigri, c’è sempre l’ipotesi dello sciopero indipendente e testardo. Che sia dalle vacanze o dal lavoro dipende dalla propria indole, chiaramente. L’importante è tenere presente in cosa il microdramma delle festività potrebbe trasformarsi in entrambi gli scenari: meglio in un brindisi saltato o in un licenziamento in tronco?

Eva Luna Mascolino

Eva Luna Mascolino è nata nel 1995 a Catania, dove si è laureata in Lingue curando la prima traduzione mondiale di "Cap Africa", una raccolta poetica del tunisino Moncef Ghachem. Dal 2016 si è invece trasferita a Trieste per studiare russo, francese e rumeno alla Scuola per Traduttori e Interpreti. Affascinata delle parole fin da sempre, nel 2010 ha vinto il Premio di Poesia Kivanis in un concorso locale e ha iniziato a collaborare con il quotidiano online "Voci di Città" nel 2011, di cui è stata caporedattrice e vicedirettrice. Nel 2015 ha poi vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto "Je suis Charlie" e recensisce adesso narrativa per il blog "Il Rifugio dell'Ircocervo", oltre a gestire la pagina facebook "Eva Luna racconta" e a essere in trattativa per una prima pubblicazione editoriale. Chiacchierona e assetata di risposte, ama viaggiare per l'Europa con fotocamera alla mano, guardare serie tv e strimpellare il pianoforte.

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