No, non si tratta di un refuso e neanche di un gioco di parole. Come mai si parla di lettura?, mi direte. Perché, volenti o nolenti, l’attività del leggere e quella dello scrivere sono legate indissolubilmente. Non c’è grande opera che non sia stata scritta senza averne prima letta almeno un’altra già esistente.

Questo rapporto è vecchio come il mondo e, non a caso, non c’è esperto del settore che non ne sia consapevole. Se si vogliono trovare nuovi spunti, se ci si vuole confrontare con nuovi stili e se davvero non si vuole perdere la creatività e l’entusiasmo, si deve fare una regolare scorpacciata di libri, un po’ come se li avesse prescritti il medico. Oggi Fitzgerald, domani Benedetto Croce. Poi Cervantes e a seguire Baudelaire, da diluire in mezzo bicchiere d’acqua.

Nessun problema, mi si dirà, chi ha la passione per le parole legge più che volentieri. Certo, rispondo io, a patto di averne il tempo. Se, infatti, si fa già fatica a portare a termine i propri obiettivi di scrittura, perché le scadenze sono sempre troppo vicine, le parole ancora da battere sempre troppo numerose, le correzioni sempre infinite, le riletture sempre stancanti e le giornate sempre troppo corte, figuriamoci in che modo si può riuscire a concedersi anche delle ore per godersi serenamente un bel libro. Aggiungiamo a questo un altro paio di variabili e ve ne accorgerete da soli: stiamo parlando dell’ennesimo, insopportabile microdramma.

Tempo a parte, in primis va considerato il genere letterario. Uguale a quello di cui ci occupiamo nel frattempo scrivendo? In questo modo potremmo trarne ispirazione, ma c’è il rischio di esagerare e di metterci a emulare questo o quell’autore. Diverso, allora? Così ci distraiamo dal nostro chiodo fisso, anche se poi magari ci risulterà difficile saltare da questo a quel genere quando da lettori passivi ritorniamo fautori con la penna in mano.

Ammesso di riuscire a scegliere un genere compatibile, comunque, va poi materialmente scelto un nome, un cognome e un titolo. Meglio fidarsi dei soliti noti o andare alla scoperta di meraviglie meno famose? Meglio ripiegare sui classici o avventurarsi nell’editoria contemporanea? Meglio uno scrittore nostrano o uno straniero? E, se straniero, di che tipo? Uno con la cui storia culturale e letteraria abbiamo già familiarità o uno del cui Paese conosciamo a stento il nome della lingua?

Finiamo su internet o in biblioteca, o al telefono con amici e colleghi fidati (vedi alla voce: tempo). Ci facciamo dare dei consigli, consultiamo delle recensioni, ascoltiamo più pareri e alla fine lo troviamo: l’eletto. Quello che scriviamo a caratteri d’oro su un pezzetto di carta e che conserviamo in tasca fino al momento in cui entriamo in libreria, o in cui lo prendiamo in prestito, o in cui lo ordiniamo tramite corriere online. Lui, il nostro prossimo compagno di avventure, dal quale ci aspettiamo grandi soddisfazioni e che ormai non vediamo l’ora di spulciare.

A questo punto, tuttavia, l’epilogo sfortunato ci raggiunge come un proiettile sparato alla massima velocità contro di noi. Il libro non è disponibile. C’è da ordinarlo, da aspettare, da mettersi l’anima in pace – cosicché, di nuovo, vedi alla voce: tempo. Quello che prima non avevamo, che poi ci siamo sforzati di trovare e che alla fine dobbiamo pure attendere prima che il miracolo si compia.

Il microdramma della lettura si presenta quindi in più forme, in più fasi, in più momenti. E raggiunge il suo massimo splendore non appena il volume che abbiamo selezionato raggiunge infine le nostre mani, che sia in formato cartaceo o elettronico. Perché è allora che ci arriva una telefonata, un’email o una visita a casa capace di sottrarci per chissà quali nuove ragioni molto più tempo di quanto avessimo previsto.

Di conseguenza, il microdramma non finisce mica qui. Anzi: se la ride sotto i baffi e pensa di averci fregato una volta per tutte, fino a quando non ci rendiamo conto che la soluzione per spuntarla è stavolta paradossale, a tratti ridicola e a tratti tristissima. E che consiste nel leggere molto più di quanto si era programmato, in termini di ore e in termini di opere.

Più ci ostacolano, più ci portiamo un libro aperto mentre apriamo alla porta, mentre andiamo in bagno, mentre cuciniamo, mentre prendiamo la metro, mentre aspettiamo qualcuno al bar, mentre siamo in pausa-pranzo. Più il microdramma se la ride, più noi aggiungiamo carne al fuoco. E più ci sembra di non farcela a terminare e ad incastrare tutti gli impegni, più assurdamente ci appassioneremo e ci ritroveremo impossibilitati a smettere.

Sembrerà incredibile, eppure sarà allora che realizzeremo quello che scriveva già Pennac decenni fa: “il tempo per leggere […] dilata il tempo per vivere”. E scacco matto ai microdrammi.

Eva Luna Mascolino

Eva Luna Mascolino è nata nel 1995 a Catania, dove si è laureata in Lingue curando la prima traduzione mondiale di “Cap Africa”, una raccolta poetica del tunisino Moncef Ghachem. Dal 2016 si è invece trasferita a Trieste per studiare russo, francese e rumeno alla Scuola per Traduttori e Interpreti. Affascinata delle parole fin da sempre, nel 2010 ha vinto il Premio di Poesia Kivanis in un concorso locale e ha iniziato a collaborare con il quotidiano online “Voci di Città” nel 2011, di cui è stata caporedattrice e vicedirettrice. Nel 2015 ha poi vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto “Je suis Charlie” e recensisce adesso narrativa per il blog “Il Rifugio dell’Ircocervo”, oltre a gestire la pagina facebook “Eva Luna racconta” e a essere in trattativa per una prima pubblicazione editoriale. Chiacchierona e assetata di risposte, ama viaggiare per l’Europa con fotocamera alla mano, guardare serie tv e strimpellare il pianoforte.

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