Abbiamo già parlato di numerose distrazioni che fanno i dispetti a chi scrive, ma non abbiamo ancora menzionato la distrazione per eccellenza: quella che non deriva direttamente da noi (che sia per fame, per svogliatezza, per stanchezza o per quant’altro) e che, invece, ci si piazza fra capo e collo per ragioni assolutamente esterne, dovute al fatto che non viviamo in una torre d’avorio mentre ci occupiamo di scrittura, bensì spesso in una casa in cui abitano altre persone.

Niente di grave finché queste ultime si rendono conto del silenzio di cui avremmo bisogno e della full immersion richiesta dalla nostra attività: loro continuano a telefonare, cucinare, ricevere ospiti e ascoltare musica nei propri spazi, e noi a inventare nuove storie dentro ai nostri.

La situazione diventa più difficile quando la linea di confine fra la quiete dell’uno e il frastuono dell’altro (o degli altri) si assottiglia fino a svanire. Ovvero, quando si viene sistematicamente tempestati di domande – dove hai messo la mortadella?, Hai per caso visto il mio caricabatterie?, Domani sera ti va di ordinare una pizza?, Secondo te la lavatrice avrà finito?, Più tardi puoi andare a comprare il pane? – e per cause di forza maggiore non si può evitare di dare una risposta.

La si scampa piuttosto bene finché basta uscirsene con un sì/no/forse, o con lo splendido Poi vediamo, che dovrebbe zittire anche i conviventi più insistenti, mentre la complicazione maggiore si verifica nel momento in cui non siamo più interpellati in prima persona, ma siamo tenuti ad ascoltare.

Cosa? Uno sfogo nervoso, per esempio. Oppure la richiesta di un consiglio domandato nel momento meno buono dell’anno solare, o ancora un monologo che non ha grosse ragioni per essere tenuto esattamente in quel giorno, se non fosse per il fatto che l’altra persona è senza dubbio meno impegnata di noi e vuole così far fruttare il proprio tempo libero, coinvolgendoci generosamente nel suo ozio verbale.

A poco servono le nostre risposte laconiche, i nostri mormorii poco convinti, la nostra aria distratta e i nostri sospiri ritmici, che dovrebbero fare stancare anche i più imperterriti e logorroici. Perché, purtroppo, quando ci troviamo alle prese con un microdramma della scrittura le nostre reazioni rimangono inascoltate e invisibili, e per una tragicomica legge di Murphy sono tanto più ignorate quanto più sono palesi.

I più ingenui penseranno che possa bastare chiudere una porta, far partire della musica, parlare a ruota libera a propria volta pur di zittire l’interlocutore, o magari prendere un paio di cuffie e ficcarsele nelle orecchie anche se, in realtà, non si ha intenzione di usarle. Ebbene, mi dispiace deludervi: nel 90% dei casi nemmeno questa misura sarà abbastanza.

Cosa può fare la differenza, allora? Concedersi dieci minuti di vera pausa in compagnia, esordendo tuttavia con un chiarissimo Fra poco però mi rimetto all’opera e ho bisogno di non deconcentrarmi più. In alternativa, si può provare a fare una breve telefonata – vera o finta che sia – e sperare che una volta riattaccato saremo ormai fuori dal mirino. In terzo luogo, rimane la possibilità meno delicata: quella di una troncatura forte e netta, che blocchi definitivamente ogni chiacchiera.

Vi chiederete perché l’abbia citata per ultima. Un po’ perché è sempre spiacevole dovere fare ricorso a lei e un po’ perché non è affatto detto che funzioni, anzi. Una richiesta così esplicita potrebbe trascinare con sé uno Scusami, hai ragione, il fatto è che oggi…, seguito naturalmente da altri discorsi interminabili.

Come comportarsi, a questo punto? Si può decidere di rimanere seduti dove si è e proseguire il lavoro con tutti gli interventi esterni imprevedibili e inarrestabili che ci circondano, se si ha la giusta dose di coraggio e di pazienza, o al contraio ci si può alzare all’improvviso e esordire con un: Ho bisogno di una boccata d’aria. Un pacco di fazzoletti con sé, le chiavi di casa e si va, che sia con carta e penna o con un dispositivo elettronico.

E se, per disgrazia, ci dovessimo sentir dire Vengo con te, be’, non resta che una soluzione: o trasferirsi o cambiare radicalmente mestiere.

Eva Luna Mascolino

Eva Luna Mascolino è nata nel 1995 a Catania, dove si è laureata in Lingue curando la prima traduzione mondiale di “Cap Africa”, una raccolta poetica del tunisino Moncef Ghachem. Dal 2016 si è invece trasferita a Trieste per studiare russo, francese e rumeno alla Scuola per Traduttori e Interpreti. Affascinata delle parole fin da sempre, nel 2010 ha vinto il Premio di Poesia Kivanis in un concorso locale e ha iniziato a collaborare con il quotidiano online “Voci di Città” nel 2011, di cui è stata caporedattrice e vicedirettrice. Nel 2015 ha poi vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto “Je suis Charlie” e recensisce adesso narrativa per il blog “Il Rifugio dell’Ircocervo”, oltre a gestire la pagina facebook “Eva Luna racconta” e a essere in trattativa per una prima pubblicazione editoriale. Chiacchierona e assetata di risposte, ama viaggiare per l’Europa con fotocamera alla mano, guardare serie tv e strimpellare il pianoforte.

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