Dietro ogni operazione di scrittura che si rispetti c’è sempre una specifica colonna sonora. C’è chi ascolta Tina Turner e chi preferisce Bach, chi Lo Stato Sociale e chi Edith Piaf, ma in effetti è raro che ci si cimenti con carta e penna senza farsi accompagnare da qualche nota. Niente di male, direte voi, anzi, l’arte di altri è sicuramente di grande ispirazione.

Il problema è che avere una playlist in sottofondo può rivelarsi un tantino più rischioso del previsto, per i motivi più disparati. Innanzitutto, per esempio, si rischia di puntare su brani che si conoscono già e che coinvolgono parecchio nei loro ritmi; questo il più delle volte porta a farsi trascinare, cantando o anche solo intonando un certo motivetto. Piacevole, naturalmente, sebbene pericoloso per il nostro livello di applicazione sul testo.

In altre circostanze, invece, capita che la scelta del nostro lettore non ci convinca fino in fondo. Resistiamo una trentina di secondi, nei casi più fortunati perfino un minuto, ma poi ci viene spontaneo cercare un’alternativa. Che diamo piena facoltà di scelta alla riproduzione casuale o che ci mettiamo a spulciare noi l’elenco a disposizione, ci ritroviamo anche così a concentrarci più sull’atmosfera che sul contenuto dei fogli bianchi da riempire.

In questo modo, nei giorni meno fortunati, si innesca uno spiacevole meccanismo a catena, per il quale entriamo nel loop della canzone imperfetta. Una è troppo lenta, una è troppo triste, una è troppo movimentata, una è fuori tema, una è in una lingua che ci distrae e un’altra ancora deve essere finita lì per sbaglio. Andiamo avanti a oltranza e continuiamo a rimanere insoddisfatti, finché non ci salva la melodia perfetta.

Quella che fischiettiamo senza troppa enfasi, quella che ha la velocità più adeguata al nostro stato d’animo e che ben si abbina alla nostra creatività. Peccato che, allora, finisca presto o tardi anche lei per trarci in inganno. Le diamo troppo spazio, le facciamo influenzare le nostre parole più del dovuto e alla resa dei conti ci rendiamo conto che la storia ha preso direzioni da cui volevamo in realtà tenerla lontana, per una ragione o per un’altra.

Sembrerebbe, insomma, che essere provvisti di una colonna sonora sia più un microdramma che una strategia di supporto. Ora ci rilassa troppo, ora ci fa esaltare; ora ci fa improvvisare festival domestici e ora ci irrita; ora le diamo retta eccessivamente, ora la ignoriamo al punto che vogliamo sostituirla. Un dilemma con parecchie varianti e pochissime soluzioni.

C’è, quindi, una nutrite schiera di scrittori che preferisce accanirsi anziché rassegnarsi. Cambia disco o programma musicale, stazione radiofonica o cartella, e prova a fare tutto da capo, a perdersi in altre arie. Passa dal jazz alla musica da camera, dal rock al cantautorato italiano, dal dialetto all’inglese. E poi dai solisti ai gruppi, dagli uomini alle donne, dai musicisti ai cori, alla forsennata ricerca della canzone perduta e del tempo che intanto abbiamo sprecato.

Come va a finire? Che possibilmente scopriamo un nuovo artista e rimaniamo per ore a incantarci su tracce inedite, ingigantendo il microdramma fino a farlo diventare fuori dalla nostra portata. Oppure, che ci rassegniamo all’imperfezione e proseguiamo per la nostra strada con pause impreviste e improvvisazioni canore, ignorando il problema fino a data da destinarsi (e che sarà un bel po’ sgradevole, appena arriverà).

Altrimenti, ci illudiamo che la via d’uscita perfetta sia rinunciare alla musica tout court. Grave errore, come si immaginerà, se siamo abituati ad averla con noi. A questo punto avremo di certo risolto il microdramma in questione, però buttandoci fra le braccia del suo opposto – da non sottovalutare affatto. Anche scrivere senza colonna sonora è una tragedia, infatti, e servirà un altro lunedì dedicato all’argomento per capire se e come liberarsene.

Eva Luna Mascolino

Eva Luna Mascolino è nata nel 1995 a Catania, dove si è laureata in Lingue curando la prima traduzione mondiale di "Cap Africa", una raccolta poetica del tunisino Moncef Ghachem. Dal 2016 si è invece trasferita a Trieste per studiare russo, francese e rumeno alla Scuola per Traduttori e Interpreti. Affascinata delle parole fin da sempre, nel 2010 ha vinto il Premio di Poesia Kivanis in un concorso locale e ha iniziato a collaborare con il quotidiano online "Voci di Città" nel 2011, di cui è stata caporedattrice e vicedirettrice. Nel 2015 ha poi vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto "Je suis Charlie" e recensisce adesso narrativa per il blog "Il Rifugio dell'Ircocervo", oltre a gestire la pagina facebook "Eva Luna racconta" e a essere in trattativa per una prima pubblicazione editoriale. Chiacchierona e assetata di risposte, ama viaggiare per l'Europa con fotocamera alla mano, guardare serie tv e strimpellare il pianoforte.

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