Firenze – Linea 60

Ore: oltre l’ultima corsa.  Fermata: lungo il percorso

Il viaggiatore scampato alla notte bianca. Nina Simone¹ gli inondava ogni singola fibra del corpo che si muoveva sul quel marciapiede mangiato dai passi sconnessi dei tanti che si erano incrociati, dai passi degli innamorati che si erano alternati ai passi invece asincroni dei violenti. Nina cantava “Ne me quitte pas”, mentre le sue mani erano nascoste nelle tasche dei pantaloni, i lacci erano stretti, la camicia larga. Non era un venerdì come gli altri, il 60 era passato già e la speranza di una nuova corsa aveva lasciato il posto alla notte. Alla sua ennesima notte bianca, che avrebbe vissuto come il sognatore di Dostoevskij, che avrebbe vissuto passeggiando lungo il fiume,  non un freddo fiume russo, ma l’Arno, che scendeva verso un mare che di lì a pochi mesi sarebbe diventato caldo, che avrebbe visto cittadini indaffarati a vivere una vita non loro. Il 60 non sarebbe passato più, non avrebbe più sorriso son i suoi denti perfetti, non avrebbe più percorso fianchi larghi e delicati come dune di un deserto senza vento. Le corse erano finite come la vita di quel giorno.
La notte bianca si faceva spazio nel suo cuore, sgomitava come un fantino suicida, l’umidità della notte gli bagnava le gote, una grande lacrima gli disegnava uno sfregio lungo il cuore, mentre sul ponte una coppia di innamorati cercava la vita nelle insegne luminose dei Bar chiusi per lutto. La sua notte era appena iniziata e cantava come Nina una malinconia senza consolazione:

Ne me quitte pas
Il faut oublier
Tout peut s’oublier
Qui s’enfuit déjà
Oublier le temps

Non mi lasciare,
bisogna dimenticare,
tutto si può dimenticare
che già fugge via,
dimenticare il tempo

Il Viaggiatore immerso nella sua notte bianca. Tutto si può dimenticare, tutto scorre e fugge via, come queste gocce di pioggia che cadono lungo le mie braccia, che mi bagnano i capelli. Come vivere senza soffrire, come vivere senza gioire? Non è forse vero che siamo tutti sognatori d’occasione, che desideriamo le nostre ombre? Ci nascondiamo dalle ire di noi stessi per aver commesso per l’ennesima volta la scelta sbagliata, per aver buttato nel pozzo della paura le altre mille vite che avremmo potuto vivere se solo tutto fosse stato diverso, se solo i fiumi d’acqua cristallina si fossero prosciugati seguendo il desiderio di un rabdomante alcolista.
Tutto poteva andare diversamente.

Potrei scappare o rincorrere un 60 fantasma. Potrei correre a rubarlo questo tanto desiderato 60. Potrei accarezzargli gli occhi, come se li accarezzassi a una donna conosciuta, per sbaglio, su un’altra linea. Potrei entrare delicatamente tra le sue porte, inoltrarmi deciso, sedermi al volante, accendere il motore, surriscaldarlo, portarlo in giro per la città e finalmente realizzare il suo sogno di andare oltre il suo tragitto, fargli provare l’ebbrezza del 23, del 56, del 5, percorrere la via del 35, addirittura spingersi verso il piazzale con il 12. Potrei invece che aspettare, ma non lo farò. Lo immagino già a riposarsi nella sua piazzola preferita, parcheggiato dopo una giornata pesante, silenzioso accanto alla sua affezionata macchina di servizio, un’utilitaria scadente usata dagli ex autisti per affiggere lungo le pensiline i cartelli degli scioperi.  Un’utilitaria che puzza d’olio e fumo assorbito dai sedili macchiati e con poca imbottitura, sedili scadenti.
Non passerà più il 60 basta accettarlo, basta che io mi convinca che sarà felice, che percorrerà la sua vita, facendo sempre il solito tragitto senza mai farne un altro nemmeno per sbaglio, convincermi che tutto questo a lungo andare non diventi la sua prigione, il suo tedio e la morte dei suoi sogni.    

Il viaggiatore scampato alla notte bianca. Il 60 non sarebbe più passato, di lì a poche ore avrebbe cambiato tragitto, toccato altre strade, accolto altri viaggiatori con altri sogni e altri sorrisi, i suoi sedili avrebbero accolto tonde e profumate curve alternandosi a sporche e sudate chiappe, in un ciclico richiamo alla diversità, avrebbe ascoltato altre lingue e visto altri baci, si sarebbe preoccupato per altre bocche, altri sospiri:

Oublier ces heures
Qui tuaient parfois
A coups de pourquoi
Le cœur du bonheur
dimenticare queste ore
che uccidevano a volte
a colpi di perché
il cuore della felicità

Cantava Nina al suo cuore e cantava al sognatore che dentro la sua anima aveva trovato prima una casa e poi la morte, una morte improvvisa arrivata con preavviso, in un tripudio di inconsuete contraddizioni, come quelle di Nasten’ka. ²
Il fiume scorreva sotto i ponti e bagnava i desideri di tutti quella notte, quella notte bianca, una di quelle notti che tutti prima o poi sono destinati a vivere. Il suo respiro era diventato pesante. I ricordi si accavallavano oltre le sue percezioni, le immagini di un tempo passato da poco gli trafiggevano le costole, una lancia miscredente gli bucava i polmoni. L’aria si perdeva come quella di un palloncino bucato per sbaglio. Respirava a fatica e cercava con le mani il volto caldo e meraviglioso di quel 60 che mai più avrebbe varcato la porta dei suoi sogni.

Il Viaggiatore immerso nella sua notte bianca: Dovrei liberarmi delle notti come queste, reprimere questa irrequietezza, sopprimere questo sognatore che alberga dentro la mia anima che non sente il male del vivere, che ride senza senso, che indossa vesti buone solo per i falò estivi.

Il viaggiatore scampato alla notte bianca. La notte continuava a splendere oltre le case illuminate, oltre le gocce di sudore che perlavano i ventri che in quel momento si contraevano per le carezze d’amore e quelli che si contorcevano per le violenze, per la paura. La notte trasparente non avrebbe accompagnato lungo il suo tragitto il 60 che non sarebbe mai più passato oltre il suo desiderio di baci e d’amore; quel desiderio che si sarebbe presto affievolito per poi scomparire come un granello di sabbia lungo le sponde scomposte dell’Arno.
È vero, tutto si sarebbe perso dopo quei respiri ma sembrava che la sua anima gridasse alla notte:

Ne me quitte pas
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas
Ne me quitte pas
non mi lasciare,
non mi lasciare
non mi lasciare
non mi lasciare

 


[1] Ne me quitte pas – 3:27 (Jacques Brel) – Registrato nel gennaio 1965 a New York City – LP, I Put a Spell on You
[2] Le notti bianche (in russo: Белые ночи, Belye Noči), è un romanzo breve giovanile di Fëdor Dostoevskij.

 


La foto in copertina è di Tesa Robbins

Donatello Cirone: fondatore de L’Irrequieto, nato nella valle del Sauro, in Lucania, nel 1986. Ha pubblicato due silloge poetiche: La vita di una morte, LibroItaliano, Ragusa 2005 e Gl’oratori del nulla, Amorsog et Oream, Il filo, Roma 2007. Scritti pubblicati sulla Rivista.

One Comment on “Linea 60

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *