Firenze – Linea 5
Rifredi FS Vasco da Gama – Canova Villa Vogel

Ore 19:37, Fermata Rifredi FS Vasco da Gama

Tutto era nuovo, i sedili erano d’un blu intenso, tutto luccicava, tutto era pulito, lustrato. Sembrava  che quel bus fosse uscito dalla fabbrica il giorno stesso, in effetti poteva essere ma a lei questo non interessava. Era stata accolta da un’immagine diversa, non dal solito bus rumoroso e sporco, con  le cicche a terra e le ferite dei vandali sui sedili e sulle pareti, cicatrici a ricordarle quanto l’uomo fosse stupido e incredibilmente frustrato nel prendersela con il suo tanto amato bus. Era vecchio, è vero, ma si era affezionata al suo odore e non le importava se di fatto quello che l’accoglieva non era sempre il solito bus, le bastava immaginarlo, sapere che i suoi unici momenti di vita vera li aveva vissuti sempre sullo stesso amato bus.

Era lì su quelle ruote che la riportavano a casa dopo una giornata tra scope e pezze, tra detersivi scandenti e nocivi, dopo una giornata fatta di rimproveri per la scrivania lasciata polverosa o la tavoletta che non aveva lustrato con la lingua.
Era su quel bus, che tanto amava, in compagnia di tanti come lei senza nome, che aveva avuto conferma d’esser rimasta incinta e su quello stesso bus, allo stesso sedile, aveva deciso d’abortire così come le aveva suggerito l’Ingegnere: “Con il tuo contratto, adesso? Umh, non mi sembra il caso”.
Era su quel bus che aveva saputo la morte di mamá, morta lontano e sepolta solamente da sua sorella. Era sempre su quel bus che aveva scoperto che suo fratello, in Germania, sarebbe diventato padre per la terza volta. Era lì che si consumava la sua vita senza angherie, senza le litanie delle tante che la guardavano come se fosse una suppellettile, un oggetto funzionale al loro momento d’evacuazione su di una tazza pulita con molta probabilità più della loro anima, il momento per loro più impegnativo della giornata, dell’intera giornata lavorativa.

Era sola, quella sera, su quel bus nuovo. Non c’era più il suo tanto amato vecchio bus che l’aveva accolta dopo il suo primo giorno di lavoro, dopo che aveva passato una giornata intera a pulire vetri che sistematicamente sarebbero stati sporcati da mani indelicate e prive di grazie, a differenza delle sue che erano piene di quella grazie mariana, come se fossero state disegnate dal Botticelli, una venere moderna, scura in viso, affaticata e triste ma eccezionalmente bella, mani screpolate dai detersivi come tele dal tempo. Era una venere quella sera anche su quel bus nuovo, senza storia e senza peccati, senza cicatrici, senza macchie e con addosso ancora il profumo del nuovo e non come il suo corpo perlato ovunque da infinite goccioline di sudore e fatica, da cicatrici invisibili e dal quel senso profondo di morte che aveva cucito assieme ai tanti soprusi subiti.
Era una venere quella donna senza nome e lo sarebbe rimasta per sempre.

 


La foto in copertina è di  F. Muhammad.

Donatello Cirone: fondatore de L’Irrequieto, nato nella valle del Sauro, in Lucania, nel 1986. Ha pubblicato due silloge poetiche: La vita di una morte, LibroItaliano, Ragusa 2005 e Gl’oratori del nulla, Amorsog et Oream, Il filo, Roma 2007. Scritti pubblicati sulla Rivista.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *