Firenze – Linea 12
Il Bobolino –  San Miniato al Monte

Ore 00:01. Fermata: Il Bobolino.

La fermata era affollata come mai prima. Una calca, un nugolo di vite che non si sarebbero intrecciate come mosche sul viso di un lebbroso. Era iniziata male quella giornata, era continuata peggio, da contraltare però aveva sorriso almeno tre volte e, forse, andava bene così. Era stata una giornata vuota, come tante, come altre passate, come altre che sarebbero arrivate a ricordargli gli errori e le occasioni perse, quelle colte e quelle che aveva consapevolmente lasciato correre. Tutto era andato storto fin dalla mattina, fin da quando aveva assaggiato il caffè schifoso che si era preparato, fin da quando aveva incontrato Marilena, per sbaglio, mentre sulle scale mobili scappava da chiacchiere inutili e sorrisi d’occasione.
La mattina si era persa, bruciata come la lettera mai arrivata a un’amante mai avuta. Tutto svaniva nei respiri affannati. Scompariva la sua essenza come un profumo senza la nota di cuore versato sull’asfalto ancora caldo, un asfalto fatto di bitume e piscio. Scompariva il suo sorriso come il profumo dei fiori di magnolia alla sua unica fioritura, come la magnolia che l’anno prima non aveva visto fiorire, ancora una volta per sbaglio, in quel giardino, oltre le cappelle e le chiese sconsacrate.

Tutto si perdeva come i suoi fiori che riposavano a terra. Tutto si allontanava come il ricordo di quella villa e del suo silenzio, di quel viso perso come il profumo del pesco appassito che mai aveva piantato nel suo giardino, tutto si scoloriva come le macchie sul viso di Gaia che la coloravano a festa.

Era passato un altro maggio e mai più sarebbe ritornato alla sua memoria quell’albero e quel giardino, Gaia e la sua totale incapacità a stringere le mani dentro le sue, a sorridere.

Il profumo di un fiore -pensava mentre saliva sul bus- è un evento fugace che passa per pochi secondi lasciando però, in alcuni casi, un ricordo lungo una vita, come la vita stessa degli amici persi, chi sulle strade, chi per il caso. Erano state tutte anime profumate che avevano lasciato il mondo senza volerlo, e questo in quel bus non poteva spiegarlo, avrebbe voluto urlare a tutti che erano giorni piedi di angoscia, di ricorrenze, di una profonda e inconsolabile tristezza. Erano giorni di ricordi. Giorni profumati di immagini.

La sera era crollata pesante sulla città del Duomo come una giraffa con il torcicollo. I ricordi si intrecciavano ai profumi passati e alla puzza che arrivava dall’ascella pezzata di sudore acre del suo vicino. Erano stati giorni di magnolia e giorni di bus inondati da fetori sopiti per tutto l’inverno, intrappolati da cappotti e giubbotti e che adesso potevano felicemente perdersi nell’aria, librarsi per arrivare al suo naso e con prepotenza staccargli i peli, fargli cadere le sopracciglia.
La fermata era ancora lontana e davanti a lui una ragazza dal viso stanco fissava i suoi contorni, era come se i suoi occhi percepissero la sua sofferenza, la sua voglia impellente di scendere da quel bus.

Lei era calma, dritta come un palo in mezzo al bus. Ferma. Immobile. Pensava ai tigli che avrebbero accolto il suo cammino non appena il bus sarebbero arrivato alla sua fermata, pochi metri che la separavano dalla sua poltrona e della sua tisana, dal suo letto e dal suo fiore di magnolia che non era ancora appassito, vivo e bianco, pronto a schiudersi per ogni suo sorriso.

Ore 00:17 . Fermata: San Miniato al Monte

Donatello Cirone: fondatore de L’Irrequieto, nato nella valle del Sauro, in Lucania, nel 1986. Ha pubblicato due silloge poetiche: La vita di una morte, LibroItaliano, Ragusa 2005 e Gl’oratori del nulla, Amorsog et Oream, Il filo, Roma 2007. Scritti pubblicati sulla Rivista.

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