Il nome di Pietro I è legato soprattutto alla fondazione di San Pietroburgo e al processo di laicizzazione della Russia da lui portato avanti. Lo zar infatti passò alla storia grazie a emblematici provvedimenti come l’imposizione del taglio della barba tradizionale, con tanto di una vera e propria imposta a danno dei cittadini che desideravano mantenerla, e la riforma ortografica, che introdusse nel vocabolario russo numerosi termini di origine occidentale, specie nell’ambito navale, a lui carissimo, da sempre appassionato di navigazione. Pietro il Grande fu in grado così di aprire una finestra sull’Europa, riuscendo con successo a ridurre l’abisso che allora separava l’Impero dall’Occidente. Nonostante la razionalità di simili progetti, lo zar divenne celebre anche per le numerose stranezze del suo carattere e per alcune abitudini poco ortodosse di cui ci è giunta testimonianza. Andiamo adesso a scoprire qualcuna delle tante stravaganze che hanno costellato la sua vita e suscitato la curiosità di storici e studiosi.

Innanzitutto, pare che Pietro fosse alto circa due metri, ma che avesse la testa e i piedi piuttosto piccoli rispetto alla notevole statura, il che lo condannava a soffrire di un particolare tipo di epilessia, i cui attacchi comportano fugaci perdite di coscienza, oltre che di tic facciali. Del resto, le deformità fisiche e i tratti somatici fuori dal comune erano una delle grandi passioni del sovrano, che dedicò al tema un’intera collezione.

La Stanza delle curiosità

Il 13 febbraio 1718 lo zar fece pubblicare un manifesto che ordinava al popolo di consegnare alle autorità gli «esseri deformi» e i «mostri» conservati in alcool se morti, o al massimo in vino distillato due volte, in cambio di ricompense che si attenevano a un preciso tariffario: per gli esemplari morti il premio era di 10 rubli per gli esseri umani, 5 per gli animali e 3 per gli uccelli. Gli esemplari vivi, più ambiti, potevano valere rispettivamente da 100 a 15 e 7 rubli. Pietro distingueva tra i «mostri particolarmente strani», per i quali era prevista una ricompensa speciale, e quelli «leggermente deformi», per cui spettava un pagamento di minore entità. Questi esseri, spiegava Pietro nel provvedimento, non sono figli del demonio come le masse dei semplici erano portate a credere, bensì prodotti della natura. Lo zar allestì una camera in cui raccogliere i pezzi della collezione, un ambiente che aveva finalità scientifiche quanto patriottiche e che ricalcava la tendenza all’epoca in voga nel resto del mondo europeo. La Stanza delle curiosità (dal tedesco Kunstkammer, che in russo ha portato alla nascita del termine Kunstkamera) era sinonimo dell’erudizione e della sapienza del sovrano-collezionista, segno di civiltà tipico dell’Età della ragione. Pietro era convinto che anche il suolo russo fosse in grado di fornire interessanti esemplari degni di rivaleggiare con quelli delle collezioni occidentali e si impegnò nella raccolta setacciando ogni angolo del suo impero. Il sovrano desiderava porre la raccolta a servizio dei propri sudditi che, tramite l’osservazione delle meraviglie della naturali, avrebbero potuto imparare e istruirsi, tramutandosi in persone «moderne e civilizzate». Purtroppo, con delusione di Pietro il Grande, nel 1724 la Stanza finì per contenere solo esseri morti conservati in salamoia, data la difficoltà che il mantenimento di esemplari vivi comportava. In compenso però, due anni prima, aveva acquisito una contadina deforme di Senikov, viva e vegeta, per un totale di 50 rubli. La Kunstkamera poteva gloriarsi di «un agnello a otto zampe, un bambino a tre gambe, un bambino a due teste, un bambino con gli occhi sotto il naso e le orecchie alla base del collo, gemelli siamesi uniti al torace, un bambino con la coda di pesce, due cani nati da una donna vergine di sessant’anni e un bambino con due teste, quattro braccia e tre gambe».

Le stranezze di Pietro non finiscono qui. Si dice che le estrazioni dentali lo esaltassero oltremisura, al punto da spingerlo a girare per il palazzo chiedendo ai sudditi di spalancare la bocca. Di fronte a un dente guasto, lo zar non esitava ad asportarlo lì su due piedi, peccando spesso di forza: talvolta finiva per strappare anche parte delle gengive del malcapitato. Neppure suo figlio gli smosse un briciolo di pietà. Il primogenito Aleksej fu arrestato con l’accusa di cospirazione e morì in prigione prima che la sentenza potesse essere eseguita. A quanto pare, furono proprio le mani paterne a torturarlo e a portarlo alla morte.

Bel tipo, il nostro Pietro, non è vero?


Le informazioni in merito agli eventi storici trattati nell’articolo fanno riferimento al saggio storico Pietro il Grande di L. Hughes.

Chiara Trombetta

Chiara Trombetta è nata a Sora (FR) il 16 aprile del ‘95. Laureanda in Mediazione linguistica e culturale, scrive racconti e poesie. Legge fino a friggersi i bulbi oculari e spera di poter viaggiare tanto da sentire i crampi ai polpacci. Sorrisi, pallore e paranoia.

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