Firenze – La pensilina di Asia

Dalle 05:33, Piazza Dalmazia.

La prima goccia era scesa dall’angolo sinistro della pensilina. Si era lanciata suicida per sfracellarsi a terra, sui passi dei miscredenti, sulle merde dei cani degli animalisti della domenica, s’era mischiata agli sputi dei borghesi. E subito dietro di lei un’altra sorella e poi un’altra ancora fino alla fine del diluvio, fino alla fine delle lacrime del cielo, così diceva la nonna di Asia quando da piccola la consolava davanti al fuoco, quando le accarezzava i capelli dopo i castighi inutili, gli schiaffi a piene mani, i pomeriggi chiusi nello sgabuzzino. Ogni minuscola gocciolina di pioggia era pronta al lancio, consapevole dello schianto, oltre quell’angolo, oltre il limite del certo, verso un incerto che sarebbe diventato profondo e scuro, che sarebbe andato oltre le loro speranzose previsioni. In qualche modo, forse, attraverso una sorta di strano Saṃsāra dell’acqua sarebbero ritornate in cielo, ma prima però, si sarebbero dovuto macchiare la pelle cristallina con il vomito di qualche tizio troppo sicuro di sé, si sarebbero dovute mischiare al sangue e al polline che abbondava in quel periodo.
Sarebbero ritornate in cielo, divise sì, ma l’avrebbero fatto proprio come si augurava Asia che dalla finestra fissava tutto il giorno la pensilina e i suoi coinquilini d’occasione.
Alcuni erano diventati visi conosciuti, da disegnare, movenze da poter riprodurre.
L’incravattato delle 6:50 arrivava puntuale, poggiava la borsa di pelle nera sulla panchina, si guardava attorno e si infilava una mano nelle mutande, si sistemava le palle, le tirava su e poi faceva riemergere la mano come avrebbe fatto un supereroe dopo la scesa in un abisso demoniaco, tirava un sospiro di sollievo e saliva sul suo bus.
Asia sapeva che avrebbe stretto tante mani e dato tante pacche sulle spalle.

La vecchiettina delle 6:59, arrivava lentamente, si sedeva e fissava tutti come se quelle immagini sarebbero state le ultime che avrebbe visto, poi sprofondava in un silenzio dell’anima che Asia percepiva oltre l’aria e il vetro che le separava. Saliva sul bus.
Lo fece per un paio di mesi, poi non venne più alla fermata, il suo cuore s’era arrestato di notte, davanti al camino, s’era arsa nel sonno, i pompieri non trovarono niente oltre uno sguardo impresso su di un frammento di specchio scampato alle fiamme e all’ira della morte.

Il fruttivendolo di Via Alsazia arrivava sempre due minuti prima del suo bus, sapeva chi era. Lo aveva conosciuto quando da piccola con sua nonna, nell’intervallo tra un buio e l’altro, andava a fare la spesa.
Era sempre stato gentile, sorrideva sempre Alberto, ne aveva venduta di frutta Alberto, ne aveva regalati di sorrisi, era sempre stato gentile Alberto, aveva vissuto una vita dignitosa, aveva mandato due figli in Via Laura, alunni del Professor Sartori, di Giovanni Sartori. S’erano laureati e poi se n’erano andati via. Era felice Alberto, era sempre stato gentile Alberto. La botteghina l’aveva venduta e al suo posto avevano aperto un negozio di cover per cellulari, l’uscio l’aveva chiuso per l’ultima volta quindici anni prima sorridendo e pensando agli infiniti baci che s’era scambiato con Ginevra negli anni che erano passati veloci. Sorrideva ancora Alberto mentre saliva sul bus che l’avrebbe portato al Cimitero di Rifredi in Via Panciatichi 62, dalla sua Ginevra che splendeva ancora nei suoi ricordi tra i fiori.

Asia guardava tutti mentre sorseggiava il caffè, mentre mangiava o si pettinava i capelli, guardava tutti dal suo terzo piano, dai vetri lucidi e puliti del suo balconcino.
Alle 7:41 arrivavano una decina di ragazzini indaffarati a conoscere il proprio corpo, a incrociare i primi sguardi, a fare le prime battute, a provare le prime pure estasianti emozioni. Li guardava emozionata, guardava la ragazzina con le trecce colorate e nei suoi occhi ritrovava se stessa, ritornava con la mente alle sue trecce adolescenziali che almeno una volta a settimana le venivano quasi strappate, tirate verso il suolo per farle battere la testa in un tripudio d’amore e di coccole. Tutto era meraviglioso da quella finestra.

Ogni tanto passava da quella pensilina Mattia, il suo primo fidanzatino. S’era fatto uomo adesso e per fortuna non aveva mai alzato lo sguardo verso di lei, verso il suo balconcino. Per fortuna i loro sguardi non si erano mai più incrociati dall’ultimo giorno di seconda media, quando si presentò a scuola con gli occhi neri e il braccio rotto.

Il mondo era fermo, la pensilina bagnata.
Quella mattina altre mille goccioline si lanciarono coraggiose una dietro l’altra nel buio come fece Asia, nell’aria, in volo, come una goccia di pioggia che sarebbe tornata libera, un giorno, verso il cielo.


Donatello Cirone: fondatore de L’Irrequieto, nato nella valle del Sauro, in Lucania, il 28 giugno del 1986. Ha pubblicato due silloge poetiche: La vita di una morte, LibroItaliano, Ragusa 2005 e Gl’oratori del nulla, Amorsog et Oream, Il filo, Roma 2007. Scritti pubblicati sulla Rivista.

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