Racconto pubblicato sul numero 40 “Il potere delle donne”.

(Immagine di Federica Consogno) 

 

Si chiamava Roland e, da quando gli era capitato sbadatamente di non avere più voglia di mettere su delle storie, aveva cambiato stile di vita.

Aveva perso il piacere di raccontare, come si possono perdere le chiavi di casa o i biglietti da visita. La gente non se ne accorgeva, chiaramente: aveva attaccato ai chiodi giusti i sorrisi di circostanza e i quadri colorati da esporre in soggiorno. Camminava di più, perfino, e aveva uno stile di vita sano (pochi spuntini fuori pasto, otto ore di sonno ogni notte, abbonamento dei mezzi in regola, affitto pagato in maniera puntualissima). Era rimasta una persona attenta e scrupolosa, per quanto svuotata.

A pensarci bene, non aveva nemmeno idea di come si fosse ritrovato in una situazione tanto penosa, con delle idee che saltavano qua e là in ogni parte della sua testa, e zero ispirazione per metterle nero su bianco. In passato aveva sempre scritto come un forsennato, Roland, e questo lo aveva spesso costretto a ritmi meno salutari, a cibi spazzatura raccattati dal minimarket sotto casa all’ultimo momento, a lunghe assenze dai parchi della città, senza che naturalmente gli fosse mai pesato.

Non scriveva per costrizione interiore o perché lo sollevasse la sensazione di concludere un racconto, quando ogni tassello era al posto giusto e i personaggi potevano tornarsene dietro le quinte a ubriacarsi o a cambiare nome senza che nessun lettore facesse loro le pulci, no. Scriveva perché gli apparivano delle immagini affascinanti al punto da spingerlo a conservarle da qualche parte, in qualche modo, con un qualche espediente mostruoso e semplice che, di volta in volta, consisteva nel prendere una penna in mano e trasformare le immagini in parole.

Gli riusciva bene perché intanto accatastava libri sui libri, dentro il cervello e nelle mensole che aveva in casa. Poi, vuoi o non vuoi, lo spazio a disposizione era finito, le librerie strapiene e sull’orlo del cedimento. E insieme allo spazio era finito anche il tempo. Il tempo per stare un’ora a guardarsi i peli delle gambe e a risucchiare da quell’esperienza il destino di un marinaio, il tempo per fare due chiacchiere col panettiere e sentire dalle sue labbra episodi da fare invidia a quelli a cui si ispiravano Dostoevskij o Proust. Il tempo per pensare: ho ancora tempo per scrivere.

Si era a un tratto convinto di perdere tempo, Roland. Doveva avere delle ferite nascoste sotto la pelle, o una falla nel sistema che lo costringeva sempre a tagliare corto, altrimenti non si sarebbe spiegata questa sua crescente mania di sbrigarsi. Si metteva all’opera solo se era convinto di riuscire a concludere l’intero manoscritto in un giorno, massimo in due. Aspettava di non avere impegni, e con questo espediente rimandava per mesi. Alla fine magari trovava pure la giusta combinazione per dedicarsi alle sue immagini, ma a quel punto il loro entusiasmo era sbiadito e la mano di Roland era troppo pigra per risvegliarlo: si limitava allo stretto indispensabile, era meno fantasiosa, meno precisa. Meno mano.

Roland se n’era accorto, dopo un po’. Continuavano a leggere le sue opere e a dirgli: sai, non è più come prima. Proprio come avrebbe detto una fidanzata di vecchia data. Sai, Roland, si è persa quella scintilla lì.

Ma quale scintilla?

Non lo so, quella lì. Hai capito cosa voglio dire.

Va ammesso che non era semplice spiegarlo, perché non era semplice capirlo. Cosa si era rotto nel meccanismo perfetto che consentiva alle fotografie mentali di Roland di venire fuori tanto nitide e commoventi? Le frasi erano sempre lì, le idee non mancava di certo e non gli si potevano rimproverare errori di forma. Eppure, una spiacevole frenesia si incastrava fra le righe come un serpente ingombrante. Per la gente era un parassita senza nome, magari precipitato lì per caso da un’altra storia, o nato da un uovo che avrebbe dovuto contenere una bella sorpresa. Difficile da spiegare.

Per Roland, invece, era tutto chiaro. Inconfessabile di fronte a sé stesso, però limpido al centro della coscienza: aveva perso il piacere di raccontare. Le immagini erano rimaste, come fanno i fantasmi che infestano le case pure quando dentro non ci abita più nessuno. Se venivano ignorate, tanto peggio. Dal canto loro, conoscevano il proprio valore e avrebbero continuato a sbandierarlo fieramente ad ogni costo.

Ad essersene andato era il puro gusto dell’attesa. Non c’era più pazienza nei suoi gesti di narratore, non c’erano più coccole per i movimenti dei suoi protagonisti o per le loro riflessioni. Non c’era la curiosità di spiarne l’esistenza né l’allegria di condividerla con altri. L’atto dello scrivere si limitava al passare da un capo all’altro della vicenda, se possibile in fretta e con poche parole. Le descrizioni lo stancavano, gli aggettivi lo facevano sbadigliare, la ricerca dell’avverbio giusto o di una caratterizzazione in più lo facevano sentire pedante. E perciò rinunciava a tutto, sfoltiva e limava, accorciava e allungava il passo, come se dovesse per forza arrivare a un traguardo che qualcuno lo aveva minacciato di non potere raggiungere.

Non riusciva più a divertirsi, insomma. Gli premeva dire tutto, dirlo subito, dirlo bene, non dirlo e basta. A suo dire era solo colpa della mancanza di tempo per scrivere e di spazio per leggere, ma d’altronde non lo diceva che a sé stesso, perché nessuno sapeva la verità – e sappiamo bene che prendere in giro sé stessi è l’attività preferita di chi non ha intenzione di risolvere un problema.

 Il guaio era che la scintilla andata perduta aveva comportato non pochi cambiamenti, nella routine di Roland. Cantava sempre meno, per esempio, perché farlo sotto la doccia o fermo al semaforo rosso gli sembrava a un tratto infantile, e farlo in altri contesti non gli capitava spesso. Mangiava per dovere, senza concentrarsi granché sull’effetto di un piatto di lenticchie al posto di un sorbetto al limone, e in generale prestava meno attenzione alle stupidaggini che lo circondavano. Si meravigliava di meno, si distraeva di più.

Aveva preso a viaggiare e l’arte di visitare due città in quattro giorno, insieme a quella di frequentare assiduamente i cinema, lo viziava sempre di più agli epiloghi rapidi e indolori. Sembrava che il suo obiettivo si fosse spostato dal processo al risultato, dalle cause agli effetti, e quindi dall’analisi alla sintesi, dalla narrazione alla ricapitolazione.

In parecchie casi aveva provato a venire via da quel tunnel e, per essere sicuro di riuscirci, si era costruito un rito forsennatamente esatto. Prima ripescava i nomi dei suoi scrittori preferiti, si procurava le loro ultime uscite e le seminava per casa in maniera apparentemente casuale: sopra il frigorifero, sotto il letto, accanto alla televisione o di fronte allo specchio. Li lasciava lì a germogliare finché un interesse selvaggio non lo divorava dall’interno. Solo allora ne sceglieva uno, il primo che gli capitava sotto mano, e lo portava a letto con sé, sotto le coperte, come il più frenetico degli amanti. Lo assediava da tutte le parti, spesso in penombra, e non gli lasciava via d’uscita finché i suoi occhi non avevano ballato da destra a sinistra e dall’alto al basso dentro ogni pagina, che fossero ottanta o novecento tre.

Era allora che le sue immagini tornavano a brillare di luce propria, per quanto affaticate e fluttuanti nella polvere. Roland riusciva a parlarci, a farsene confidare i più sordidi dettagli, e con la stessa frenesia che lo aveva obbligato a leggere costringeva ora la penna a correre su pagine disordinate, senza darle il tempo di completare la gambetta delle a o di controllare la punteggiatura.

Scriveva come in trance – anzi, forse era in trance letteralmente, con la differenza che le sue sedute spiritiche non si facevano intorno a un tavolo e con un medium in carne e ossa, bensì sopra un e con un mucchio di cellulosa e inchiostro a fare da tramite fra lui e i suoi personali fantasmi personali.

Così cominciava nel migliore dei modi, Roland, isterico e sul punto di ammattire com’era stato nei tempi d’oro della sua produzione prosastica. Proseguiva per un’ora o due, dimenticandosi quasi di respirare, e poi riemergeva dalla sua apnea interiore strabuzzando gli occhi. Si riabituava ai colori della stanza e agli odori che salivano dalla strada passando attraverso il vetro storto delle finestre, e gli bastava indugiare nel mondo reale per un attimo di troppo per perdere irrimediabilmente il filo. Ogni stramaledetta volta. Una volta strappato fuori dal suo temporaneo incantamento, non c’erano antidoti per ristabilire la giusta connessione extrasensoriale con l’aldilà. 

Per questo faceva ormai collezione di incipit e si raccomandava di raccoglierli in una raccolta anomala per di pubblicarli presto o tardi, anche se un tipo più furbo di lui gli aveva da qualche anno rubato in parte l’idea. Io farò di meglio, comunque, prometteva Roland, e intanto non si perdonava di avere solo prologhi e mai epiloghi da correggere, solo destini futuri da riempire e mai capitoli precedenti da svuotare. 

 – Lei farà di meglio di sicuro – gli ho detto allora, senza riuscire più a trattenermi. – Sta già andando benissimo con me, non vede?

– Con lei?

– Eh, con me. È qui a raccontarmi la sua esperienza da più di un quarto d’ora e ancor non mi stanco, né lei si ferma.

– Mi fermerò appena arriverà l’autobus, però.

– Non ci credo mica, sa?

– Non ci crede?

– Posso salire su con lei, tanto oggi mia moglie lavora fino a tardi e a casa non avrei molto da fare.

– E a che mi serve continuare a raccontare? Per la verità ho già finito.

– Come sarebbe che ha già finito?

– Eh, perché è tutto qui. Ho una menomazione allucinante e sono così stupido da averla confessata per la prima volta a un estraneo. Che altro vuole che ci sia da dire? Mi lamentavo e basta, ormai non so fare altro che questo.

– Non è vero, poco fa mi si è avvicinato per dirmi di guardare quella casa rossa là in fondo. Per dirmi che secondo lei c’era una gran storia che andava a braccetto con quella casa. Non si ricorda?

– Già, mi ricordo.

– Le ho chiesto come facesse a saperlo e lei mi ha spiegato il resto. La faccenda delle immagini e così via.

– Sì.

– Ecco, adesso torniamo a quella casa rossa. Che storia ci aveva visto dentro?

– Mah, per la verità una un po’ sciatta. La storia di una giovane impiegata che non ha mai visto il mare – perché sa, da qui il mare è lontano centinaia di chilometri, mica tutti arrivano fin laggiù. Mica tutti sanno che ne vale la pena, per incontrare il mare – e che scopre di doverci andare a passare un’intera stagione, se non crepare di esaurimento nervoso nel momento in cui scopre che la madre picchia da anni la nipotina che lei le affida.

– Santo cielo…

– Cosa?

– Niente, mi scusi. Alla faccia della storia sciatta. E poi?

– E poi basta, non saprei proprio come andare avanti.

– Guardi un po’, il suo autobus è il 29?

– Sì, sì, vado! Arrivederci, sa. Grazie per la…

– Non così in fretta, caro signore. Le ho già detto che salgo su con lei. Si appoggi qui, coraggio.

– Anf, grazie giovanotto.

– Si figuri. Le timbro il biglietto, lei intanto pensi alla storia della casa rossa.

– In che senso?

– Ora voglio sapere come va a finire, si faccia venire qualche idea.

– Ma io non mi faccio venire…

– Ha ragione, intendevo dire: si faccia venire in mente qualche immagine.

– Non funziona mica a comando, sa.

– Non funziona nemmeno che lei lascia tutto a metà, quando qualcuno è già coinvolto e aspetta di sapere il resto.

– Il resto se vuole glielo posso riassumere così: l’impiegata si dimette una volta che incontra il mare, sua madre non rivede mai più la nipote e…

– Sta scherzando? Che me ne faccio di un telegramma simile? “L’impiegata si dimette, stop. La nonna non rivede la nipote, stop”. Se volessi questo genere di finali ascolterei i telegiornali, non comprerei libri.

– Non si tratta mica di un libro, infatti.

– Non è detto che non possa diventarlo.

– Non può diventarlo perché ho perso la scintilla, giovanotto. Mi sono rassegnato all’evidenza.

– E dica, l’ha persa anche quando parla?

– Prego?

– Cioè, siamo stati insieme alla fermata e lei mi ha letteralmente rapito per tutto il tempo.

– Le stavo solo riferendo delle cose realmente successe.

– Credo non ci sia una grande differenza fra le cose realmente successe e le cose che vede nelle sue immagini, in linea di principio.

– Può darsi.

– Forse le risulta difficile scrivere, ecco, mentre quando parla riesce ad andare fino in fondo.

– Può darsi.

L’illuminazione era arrivata immediatamente, come l’ultima pedina di un gioco vinto già da parecchie mosse silenziose e ben studiate.

Così, avevo ripreso:

– Perché non me la detta?

– Che cosa?

– La storia della casa rossa. Perché non me la detta?

Roland si era mosso sul sedile. A vederlo sembrava essere pizzicato da una zanzara insistente.

– Qui? Su due piedi?

– No, non per forza. Ci incontriamo un giorno di questi, in un posto che le piace, e me la racconta con calma a voce alta. E io intanto la registro, la ricopio e poi gliela consegno.

– Me la consegni già scritta, quindi.

– Sì, come se l’avesse buttata giù lei. La ricontrollo per quello che posso, poi il grosso lo lascio a lei.

– Certo, si capisce.

Roland all’improvviso mi stava guardando in una maniera nuova.

– Cosa c’è? – mi è venuto spontaneo domandargli.

– Non vorrà mica fregarmi, con questa invenzione del dettato.

– Ma che fregarla! No, guardi, mi interessa semplicemente sapere che fine fa l’impiegata della casa rossa. Se non ci sono altri metodi per fargliela inventare, improvvisiamo. Proviamo a vedere se con la scusa la scintilla torna a galla, una volta che lei detta e qualcun altro scrive al suo posto.

Roland si stava ancora grattando il mento con una mano quando gli ho allungato il mio biglietto da visita.

– Tenga, qui sono segnati il mio nome e il mio numero di telefono. Può chiamarmi quando ha voglia di concludere la sua storia.

– Fred Chauser – ha scandito lui. – Chauser. Come lo scrittore.

– Sarà un segno – ho replicato ammiccando.

– Allora le telefono e ci incontriamo, dice.

– Sì, quando vuole.

– E se al telefono non risponde?

– Sotto c’è il mio indirizzo. Vede? Di solito rispondo, ma se ha urgenza di dirmi qualcosa può venirmi a trovare.

– Non abitiamo neppure così lontani, mi pare.

– No, infatti. A piedi saranno dodici minuti, credo se la sentirebbe.

– Può giurarci che me la sento! – ha ululato lui, di rimando.

Subito dopo si è fatto più dritto e più vigile e mi ha annunciato, a voce più bassa:

– Devo scendere alla prossima.

– D’accordo, faccia pure. Le serve una mano?

– No, no – e in effetti si era già alzato e aveva schiacciato il dito contro il pulsante rosso con su scritto STOP.

– Lei prosegue?

– Sì, scendo fra due fermate e poi faccio una passeggiata fino a casa.

– Va bene. Stia bene, giovanotto, mi raccomando.

– E lei si faccia vivo, mi raccomando!

– Come no – ha ribattuto Roland, mentre già si aprivano le porte dell’autobus e lui si metteva in coda per scendere. – Le telefono domani, o al massimo sabato. Ho già pensato a un titolo per quel racconto della casa rossa.

– Davvero? – mi sono meravigliato io. – E quale?

Lui ha sorriso, ha raggiunto il marciapiede e ha aspettato che l’autista ripartisse prima di aprire bocca.

Io, però, l’ho sentito ugualmente gridarmi dietro, con quel suo tono rauco e divertito: La rivincita!


 

Eva Luna Mascolino

Eva Luna Mascolino è nata nel 1995 a Catania, dove si è laureata in Lingue curando la prima traduzione mondiale di "Cap Africa", una raccolta poetica del tunisino Moncef Ghachem. Dal 2016 si è invece trasferita a Trieste per studiare russo, francese e rumeno alla Scuola per Traduttori e Interpreti. Affascinata delle parole fin da sempre, nel 2010 ha vinto il Premio di Poesia Kivanis in un concorso locale e ha iniziato a collaborare con il quotidiano online "Voci di Città" nel 2011, di cui è stata caporedattrice e vicedirettrice. Nel 2015 ha poi vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto "Je suis Charlie" e recensisce adesso narrativa per il blog "Il Rifugio dell'Ircocervo", oltre a gestire la pagina facebook "Eva Luna racconta" e a essere in trattativa per una prima pubblicazione editoriale. Chiacchierona e assetata di risposte, ama viaggiare per l'Europa con fotocamera alla mano, guardare serie tv e strimpellare il pianoforte.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *