di Loreta Minutilli

 

Le lettere si cominciano con una intestazione, ma per te non ne ho nessuna.

Corro quindi il rischio di sembrare sgarbata o sciatta e ometto questa parte, dubito che ne sentirai la mancanza. In realtà immagino che ora tu sia fin troppo occupato a sorprenderti per la mia lettera per riuscire a notare le sue carenze formali. Io che ti scrivo una lettera!

Avresti mai immaginato che fosse possibile, quando vagavo per casa con i bigliettini di auguri in una mano e la matita in un’altra, in prossimità di ogni festività o compleanno, e ti imploravo di scrivere qualcosa al posto mio perché proprio non riuscivo a pensare a nulla?

Allora tu staccavi per un attimo le mani dalla tastiera del computer, sorridevi e mi accarezzavi il dorso della mano. Certo che ci avresti pensato tu, dopotutto, eri uno scrittore, qualcosa ti sarebbe venuto in mente.

Poi te ne dimenticavi e quando, già vestiti e pronti per la festa, ti ricordavo l’incombenza che ti eri addossato, mi urlavi due frasi a caso dal bagno e io ti ringraziavo.

Non ho mai scritto nessuna di quelle orribili banalità sui nostri bigliettini. Tu mi urlavi le tue frasi, io ti ringraziavo e poi scrivevo ciò che avevo in mente fin dall’inizio.

Ricordi quando ci facevano i complimenti per le frasi così originali e tu ti ringalluzzivi nelle tue giacche di tweed? Ogni volta mi raggelavo al timore che potessero leggere ad alta voce il biglietto e svelare l’inganno, e quel brivido era la parte che più attendevo della serata.

Sarai confuso, perplesso, forse impaurito. Ti chiedo di mantenerti lucido e continuare a leggere fino alla fine: come sempre, quando inizio a scrivere, tutto quello che verrà dopo è ben limpido e chiaro nella mia mente, come un disegno, e devo solo prendermi il tempo di dipanarlo sulla carta. Ti sarà tutto chiaro, te lo garantisco.

Ci saranno molte cose che ti stai chiedendo in questo momento, ma sono abbastanza certa che non ti stai chiedendo la cosa giusta: perché quando ho rievocato momenti della nostra vita insieme ho usato il passato?

Non penso che tu abbia già aperto l’armadio: sarai rientrato in casa da poco, e per prima cosa sei entrato in salotto per sprofondare nel divano. Hai visto la mia lettera sul tavolino di cristallo e hai iniziato a leggere. Adesso posala, e vai in camera da letto. Apri le ante dell’armadio e guarda a sinistra, dove c’erano le mie giacche e le mie gonne: adesso è vuoto.

È una scena un po’ da soap opera, lo ammetto, e non particolarmente originale, ma questa volta ho deciso di concedermela. È inutile continuare a mentire a me stessa: io amo le grandi scene tragiche, la disperazione e l’incredulità dei momenti topici e irripetibili. Perché altro avrei deciso di sposarti e poi andar via altrimenti?

Sì, sono andata via. Non ho scritto questa lettera per spiegarti il perché: certo, te lo dirò, ma è la parte meno importante. Ho scritto questa lettera perché avevo progettato questo scenario fin dal giorno in cui ho accettato di sposarti e se tu mi conoscessi sapresti che non avrei mai potuto cambiare idea.

Perché adesso? Perché sono incinta. Sapevo che sarebbe successo, prima o poi, anzi, pensavo che questo momento sarebbe arrivato molto prima: negli ultimi cinque anni non abbiamo mai fatto nulla per evitarlo. Immaginavo anzi che saremmo arrivati ad oggi molto prima, ma avevo una visione molto romanzata della maternità ed evidentemente il caso ha voluto che le cose diventassero il più ingarbugliate possibile prima di offrirmi la possibilità di dipanarle.

Non ho intenzione di fuggire con il bambino né di privarti dei tuoi diritti di padre, posa pure il telefono e aspetta di arrivare in fondo prima di chiamare l’avvocato. L’idea di rivederti mi imbarazza e ammetterò che quando pensavo al momento del nostro commiato, supponevo che sarebbe stato definitivo. Tuttavia ti rivedrò, perché è necessario. Avevo deciso che sarei andata via alla mia prima gravidanza perché la vita che nasce è qualcosa di troppo vero per svilupparsi nella menzogna, ora so che proprio perché questo pensiero non è una giustificazione ma la pura verità, devo mettere da parte la mia esitazione e trattarti come una persona. Andrà tutto bene, ne parleremo, non mi sottrarrò.

Adesso, per favore, non smettere di leggere, perché nonostante tutto ti sono tanto affezionata che mi si stringe il cuore se immagino il momento in cui leggerai distrattamente il giornale, domani mattina, e scoprirai tutto sulla carta stampata, quindi ho bisogno che tu, almeno per una volta, ascolti quello che ho da dirti.

Ho iniziato a mentirti dal primo giorno, fuori dall’ufficio di Emilia Verri. Eravamo rimaste a chiacchierare più a lungo del solito, quel giorno, e mi aveva parlato di te: l’ex calciatore che si scopre romanziere a trent’anni, un’occasione di troppo gustosa perché la casa editrice se la lasciasse sfuggire. Se ci tieni a saperlo, io ero contraria e gliel’ho detto con chiarezza. All’epoca mi vantavo con me stessa e con gli altri di avere una ben precisa idea di letteratura e di onestà e l’idea di riempire di fama e onori, senza alcun merito, una persona già famosa e ricca di onori mi indignava.

Non mi ascoltarono, avevano già preso appuntamento con te, ma Emilia era stata attenta a sistemare gli orari in modo che non rischiassi di incrociarmi mentre uscivo dal suo ufficio. Non aveva immaginato, però, che tu potessi presentarti con un’ora di anticipo: e così ci siamo visti per la prima volta.

Ti ho riconosciuto dalle stampelle, ormai erano famose più di te, e ho sorriso ripensando alla mia conversazione con Emilia. Tu mi hai rivolto la parola, hai pensato che stessi sorridendo a te e non di te. Mi hai chiesto di portarti un cappuccino.

Lo ammetto, quel giorno sembravo davvero una segretaria, con la coda di cavallo, i jeans e il maglioncino. Soprattutto sembravo una ragazzina troppo ingenua per avere altro da fare, in una casa editrice di quella portata, che rifornire di caffè e fogli di carta bianchi il personale e gli autori.

Cosa sarebbe stato delle nostre vite se tu non fossi arrivato in anticipo e io mi fossi vestita con più attenzione?

A quel punto non potevo far altro che portarti il caffè. Chiacchierammo fino al momento del tuo appuntamento, poi ti augurai buona fortuna e andai a fronteggiare l’ira di miei sedicenti superiori che si sarebbero di certo infuriati per la mia assenza prolungata.

Forse non dovrei soffermarmi con tanta soddisfazione sulle cose che sai già, ma vedi, tra gli aspetti di me che non hai mai compreso c’è il fatto che sono egocentrica e vanitosa quasi quanto te. E adoro tenerti in pugno quasi quanto tu adoravi tenere me totalmente in tuo potere.

Lo capii in quell’unica, lunga conversazione: tu adoravi la mia coda di cavallo scarmigliata, il colletto della mia camicetta che sbucava dal maglioncino solo per metà e il mio sguardo svagato e disattento solo perché i tuoi capelli erano impeccabili, la tua camicia ben tirata e il tuo sguardo tanto preciso quanto vuoto. Avevi bisogno, per riprendere in mano la tua vita, di una personcina graziosa e malleabile che pendesse totalmente dalle tue labbra; una ragazzetta carina e brava e sorridere da presentare agli eventi sociali come un bel trofeo di caccia.

Sto esagerando? Forse sei stato genuinamente incantato dai miei occhi grandi e blu e hai desiderato poterli guardare un’altra volta, ma a parte questo breve e plausibile momento di poesia penso che la mia analisi non si discosti poi tanto dal vero.

Non sentirti troppo offeso, non voglio che tu ti senta colpevole e affranto: non ti disprezzo più di quanto non disprezzi me stessa, e ti assicuro che non mi disprezzo affatto.

Se tu sei stato attratto dalla mia genuina ingenuità, io quella prima volta sono stata affascinata dalla certezza che ti avevo compreso fino in fondo all’anima.

Non so quando ho iniziato a mentire, forse dal momento in cui ho iniziato a scrivere. Da ragazzina ero convinta che la mia vita fosse un romanzo da scrivere e intrecciare e che io ne fossi l’unico Dio. Tutto ciò che mi importava era la forma, la costruzione dell’intreccio perfetto e dell’emozione più profonda e inesprimibile. Se non mi fossi presa tanto sul serio da inviare i miei romanzetti alle case editrici con un pretenzioso nome d’arte, forse questa mia fase di onnipotenza sarebbe finita con l’adolescenza. Invece ho esagerato e tutto mi è sfuggito di mano.

Il mio romanzetto è piaciuto, ma io avevo sedici anni e mi vergognavo di aver scritto roba un po’ spinta – sì, sto parlando di Autunno, quello che mi hai letto ad alta voce la prima volta che sono stata a casa tua per mostrarmi da quale stile avevi preso ispirazione. Così ho deciso di pubblicare sotto pseudonimo ed è iniziato il vortice di follia ed eccesso che mi ha trascinata fino ad oggi.

Ho vinto due premi letterari, il mio è stato definito l’esordio dell’anno. Come ben sai già allora sono cominciate le inchieste per risalire alla mia identità, ma ero tranquilla: nessuno avrebbe mai collegato ad una ragazzetta neanche tanto brava a scuola quella che veniva già definita la prosa più brillante degli ultimi dieci anni. Mi sono goduta il momento in cui l’insegnante di italiano ha suggerito, come lettura per le vacanze, proprio il mio libro.

Sono cresciuta, ho scritto altro, le ragioni per mantenere uno pseudonimo sono cadute una dopo l’altra. Dalla casa editrice mi arrivavano pressioni sempre più ingenti per rivelare la mia identità e io, senza sapere perché, mi rifiutavo.

Cominciai ad amare il mio anonimato, il potere che mi dava nel dar forma alla mia vita. Quella faccenda insolita, buffa e quasi priva di senso era l’avventura che avevo scelto per me stessa e avevo intenzione di viverla fino alle sue più estreme conseguenze.

Dopo i primi anni il mio pubblico iniziò ad apprezzare questa scelta e il mistero intorno alla mia identità divenne il punto di forza maggiore dei miei romanzi. Ormai non ero neanche più sicura che fossero buoni, però vendevano, la gente scriveva lunghissimi articoli a riguardo e gli insegnanti li consigliavano agli studenti come classici contemporanei.

Poi sei arrivato tu. Quando ci siamo conosciuti non scrivevo ancora altro se non le mie storie un po’ bislacche e un po’ visionarie, dopo i nostri primi incontri mi è venuta un’idea così malsana che non riuscivo a rinunciarci e ne ho parlato a Emilia Verri.

Lei ovviamente l’ha trovata subito un’idea fantastica, e così sono stata io a riscrivere le tue bozze di romanzi, negli ultimi cinque anni.

Era divertente. Non ho altre giustificazioni. È stato bello per me e per te: io vivevo ogni giorno con la consapevolezza che tutto quello che eri – la tua rinascita, il tuo successo, la gente che parlava di te come di un prodigio, la letteratura in cui credevi, o fingevi di credere – dipendeva interamente da quello che io facevo delle tue parole. Ho creato una voce per te, ho creato ciò che tu eri in pubblico. Ho percepito la frustrazione che si mischiava alla soddisfazione ogni volta che uno dei romanzi firmati da te veniva esposto nelle vetrine delle librerie e me ne sono compiaciuta.

Per te è stato bello perché non sapevi tutto questo: non immaginavi che io potessi percepire alcunché, per te ero un grazioso e simpatico contenitore che ti permetteva, almeno in casa, di escludere dalla tua vita ogni ansia e ogni senso di inadeguatezza. Dunque, me ne rendo conto ora, in questo momento ti sto portando via tutto quello che di bello c’era per te nella nostra relazione.

Mi credi se ti scrivo che mi dispiace?

Devi credermi, perché ciò che non ti ho ancora scritto è che non ho deciso di sposarti solo perché amo controllare ogni aspetto della mia vita o perché sono una maniaca del controllo. Mentre disprezzavo la tua prosa, mentre sorridevo del tuo tono paternalismo, io ero innamorata di te.

La natura di questo sentimento è la cosa più misteriosa della mia vita. Non sei più bello di altri uomini con cui sono stata, non sei mai stato davvero gentile con me. A volte sono riuscita a vederti come la persona autentica che sei sotto tutti i tuoi strati di sorrisi al pubblico e accondiscendenza, altre ho persino pensato che ci fosse qualcos’altro di me che ti piaceva oltre alla sensazione che fossi un blocco di creta tra le tue mani da modellare a piacimento. Eppure ti amavo, e scrivevo i tuoi libri – di questo mi vergogno più di ogni altra cosa – perché in fondo a tutto volevo che tu fossi rispettato e ammirato, e sapevo che ne avevi bisogno.

Forse, ma questo è ancora più difficile da ammettere, addirittura volevo che tu scoprissi ogni cosa per poterti congratulare con me, quasi desideravo di essere finalmente guardata da te come un essere umano e di ritrovarci alla stessa altezza.

È soprattutto per queste ragioni che ho deciso fin da subito che questa storia, come tutti i racconti, avrebbe avuto un inizio e una fine. Non posso accettare di amare in questo modo, non posso passare tutta la vita in un romanzo.

Ti libero.

Con l’affetto di sempre,

Vera

 

Loreta Minutilli ha 22 anni e studia Astrofisica a Bologna. Ama scrivere, leggere e inventare storie  e al momento cerca di conciliare queste passioni scrivendo sul blog letterario “Il Rifugio dell’Ircocervo”. Il suo racconto “L’universo accanto” è stato finalista del Premio Campiello Giovani 2015. 

One Comment on “Il potere di una ghostwriter

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