“Fiori su Dublino” di Martina Marasco

Racconto pubblicato sul numero 40 “Il potere delle donne”.

 

Ma tu ricordi? 

Ricordi le ortensie viola e azzurre dipingere costellazioni in un cielo di siepe? Ricordi la tua mano sicura spezzarne un grappolo e attraversare il parco in compagnia del tuo destriero – o era forse un cagnolino –, pronto com’eri a consegnare quel dono alla tua amata, seduta sul prato in fiore? 

Era maggio, volavano zanzare. L’amata ero io.

Ricordi quando mi mangiavi il naso e per minuti che sembravano giorni ruzzolavo in cerca di un odore che non riconducesse immediatamente a te? Non lo trovavo mai, il tuo profumo saziava la mia aria, la mia pelle, le lenzuola, i peluche sparsi sul letto.

Quanti baci valgono una restituzione di naso? Almeno centottanta, dicevi.

E dimmi, anima bella, ricordi il rumore di quel mare a cui non siamo andati – la tua voce che diceva “che noia il costume”, “che noia la sabbia”, “che noia che sei” – o le terme soltanto pensate, i parchi, gli stadi, le corse dei cavalli, i concerti, i tornei di poker, le letture nei caffè?

Io non ricordo. E scommetto neanche tu.

Ma ricordo il sapore del tè berbero, dei biscotti con le gocce di cioccolato, delle pillole anticoncezionali che servivano a così poco, del pesto di zucchine che non era veramente di zucchine, era un pesto di basilico con le fettine di zucchina dentro, mi avevi mentito per anni, e io per anni ti avevo creduto.

Io ti credevo sempre.

Ricordi la delusione nei miei occhi quando mi dicesti che saresti andato via? Perché io i tuoi me li ricordo. E anche se volessi dimenticarli, non potrei, ce li ho stampati nel portafoglio accanto alla patente. I tuoi occhi, quelli in giro per casa, li ho dovuti togliere.

Oggi, come ieri, come l’altro ieri e l’altro ieri ancora, in una casa vecchia almeno cinquant’anni, con un uomo dallo sguardo dolce che mi pulisce le guance con le dita e con le labbra, guardo gli occhi dei miei figli, li sento correre, urlare, insozzarsi i vestiti di terra e la bocca di parole, e mi chiedo come possano somigliare tanto a un padre che è stato con loro così poco.

Non sei stato corretto, amore.

Sono trascorsi due anni, cinque mesi e otto giorni dall’ultima volta in cui hai chiamato per sentire come stavano i tuoi bambini e due anni, sei mesi e ventun giorni dall’ultima volta in cui sei venuto a casa per controllare di persona. 

Promettevi tempi migliori in cui saresti tornato. Promettevi giorni. 

Ho sfogato la mia rabbia nei tuoi confronti disegnando trifogli e lanciando contro il muro della cucina piatti, tazze, calamite da frigo, souvenir di Carrolls che ti ostinavi a comprare, vasi che non avrebbero mai accolto fiori, scarpe numero 47. Disfare, lanciare, rompere, la miseria di potermela prendere solo con le tue cose. All’inizio era difficile, poi lo è stato sempre meno.

Ho buttato via il tuo spazzolino arancione, era diventato nero. Ho tenuto la felpa col cappuccio e i cordini bianchi, non si sa mai.

Quando eravamo giovani e innamorati trascorrevamo le serate di pioggia nella tua macchina a chiacchierare, cantare, fare l’amore. Ci siamo sposati perché è così che si fa, quando si sta insieme da un po’, e sono stata una moglie a tratti perfetta.

Che t’ho fatto mancare io, amore? 

Ma poi tu mi hai detto della partenza, di quanto sarebbe stata più facile la nostra vita se avessi accettato quel posto a Dublino, lo stipendio è buono, dicevi, e poi un anno cosa sarà mai?

Non è niente, un anno, tesoro. In un anno i tuoi bambini non cresceranno più di tanto, puoi stare tranquillo, garantisco io.

Ma l’anno è diventato due, poi tre, poi quattro, l’appendiabiti all’ingresso era carico sempre e solo della mia roba e la mensola della cucina continuava a essere inclinata. 

Avevi detto che l’avresti aggiustata. Ma, dopotutto, avevi detto tante cose.

Di giorno mi convincevo di odiarti. Mi mordevo le labbra e mi ripetevo che la tua assenza sarebbe stata la mia benedizione. Poi arrivava la notte e pregavo in silenzio che i miei scongiuri non venissero ascoltati; una patetica Penelope che non tesse nessuna tela.

Ero tanto, tanto arrabbiata. Forse lo sono anche ora, mentre scarabocchio ai lati del foglio questi benedetti trifogli, verdi su sfondo bianco, un bel ricordo di un’Irlanda che mi ha portato via il futuro.

Per un po’ ho combattuto, a volte ti stringevo a me per intere settimane e vincevo qualche battaglia. La guerra, però, è durata poco: come era ovvio, ha vinto lei.

Domani è il 25 aprile. Qui il tuo compleanno coincide con la Liberazione. Com’è stato festeggiarlo come tutti gli altri? 

Domani è il 25 aprile. I biglietti sono pronti, il mio posto è il 23A, e non so mai se sarà corridoio o finestrino. Avevo giurato che non sarei più venuta a trovarti, ma giuro che questa sarà l’ultima lettera che ti scrivo e alla quale non risponderai. Mi piacerebbe pensare che non lo fai perché non puoi, ma so che non è vero.

Domani è il 25 aprile.

Metterò nuovi fiori sulla tua tomba.

 

 

Martina Marasco ha ventisette anni e viene da Varese. Dopo aver abbandonato una triennale in Lettere appena prima della laurea, si è iscritta al biennio della Scuola Holden perché una volta ogni tanto, nella vita, bisogna pur fare ciò che si vuole e non solo ciò che si deve. Ha fondato un blog di racconti brevi illustrati, Narrandom, e scrive per ilLibraio.it. Legge – anche – per capire le persone e scrive – anche – per farsi capire dagli altri. 

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