di Sonia Aggio

Racconto pubblicato sul numero 40 “Il potere delle donne”.

(Immagine di Federica Consogno) 

 

 

1100 ca. – 1453

L’acqua ha il colore dell’oro e asciugandosi lascia una patina di sale. Benedetta risale la spiaggia, sudata sotto la cotta di maglia, e muove le dita attorno all’elsa della spada. I soldati la raggiungono di corsa. — Prendete la città, ma cercate di evitare lo scontro — dice loro.

Gli uomini annuiscono e scompaiono sulle colline. Lei resta sulla riva, nervosa e annoiata; snuda la spada e colpisce le piante di mirto e rosmarino. Qualcuno scende il sentiero di corsa. Benedetta si volta: i soldati stanno tornando, sporchi di sangue e terra. Lei vorrebbe gridare, ma la vista dell’uomo che li segue la raggela.

Il sole del tramonto incendia la sua corazza dorata e la sua barba fulva.

Benedetta batte la punta della spada sul terreno e gli va incontro.

— Gregorio.

— Benedetta.

Si fronteggiano. — I tuoi uomini hanno sterminato la mia guarnigione.

Benedetta si volta verso il suo capitano. Lui si toglie l’elmo e si passa la mano sui capelli appiattiti.

— Hanno opposto resistenza. Noi ci siamo semplicemente difesi.

Gregorio tamburella le dita sul fianco. — Cosa vuoi da me?

— Venezia intende espandersi nell’Egeo. Questo è il primo passo.

— Queste isole appartengono a me! — la voce dell’uomo si fa convulsa. Benedetta raddrizza le spalle. Osserva gli occhi verdi di Gregorio e fa un passo verso di lui. Ora sente il suo odore, sale e cuoio, e vede le piccole rughe sul suo viso. — Questa appartiene a me, ora. Se non ti sta bene — fa un passo indietro e allarga le braccia — combatti.

I soldati si irrigidiscono. Qualcuno mette mano alla spada, il capitano indossa frettolosamente l’elmo. Benedetta resta a braccia larghe, sorridente, anche se è pallida e ha il fiato corto. Gregorio la guarda, stringe l’elsa della spada. Tutto resta sospeso per un attimo, poi l’uomo sospira, scuote la testa e si gira.

— Dove vai?! — grida Benedetta. Lui si avvia lungo il sentiero. 

Lo insegue sulla collina, furiosa, con la spada sguainata. — Gregorio! Bisanzio, fermati!

Lui si blocca. Un colpo di vento smuove il suo mantello rosso. — Non piace questa conquista?

— A Venezia piace. Ma io non sono soltanto Benedetta — replica Benedetta. Vorrebbe prenderlo per i capelli e torcergli la testa e dirgli nell’orecchio io non sono più un tuo dominio, non sono tua suddita, capito? Dovrai riconoscere il mio valore e amarmi come qualcosa che brami e non puoi avere. Venezia è libera.

— Non ho intenzione di combattere con te — dice Gregorio. Improvvisamente lei nota i suoi capelli bianchi, la postura contratta e, quando lui riprende a camminare, la lieve zoppia. Lascia ricadere il braccio lungo il fianco.

Ordina ai soldati di accompagnarla in città. Lì resta in silenzio, osserva i greci distesi nel cortile, il loro sangue che scorre fra i sassi.

Distesa nel ventre della galea, con il mare che ruggisce contro il legno, Benedetta pensa ai suoi primi anni. Torcello è poco più che un sogno — una chiesa fredda, una barca tirata a riva —, ma ricorda Gregorio. Le leggeva brani dell’Ecclesiaste, le metteva la mano inanellata sulla testa, le insegnava tattiche militari disponendo nomismata e follis su una coperta rossa.

Eppure lei sapeva di non essere nulla: lo sguardo di Gregorio passava indifferente su di lei.

In questo modo è cresciuta. È cominciata la sua seconda vita: una mattina si è svegliata diversa, con capelli di bronzo e occhi verdi e castani. Li ha guardati e li ha chiusi. Per un po’ ha fatto finta di nulla, poi ha dovuto ammettere che erano gli occhi di Gregorio.

Ora è febbricitante, piena di desideri e fantasie. Si sposta da un’isola all’altra, traccia nuove rotte, si lascia alle spalle qualche cadavere bizantino. A volte, alzando lo sguardo, riesce a vedere la corazza dorata di Gregorio, ma lui la evita e batte in ritirata.

Benedetta fa un voto: si fa legare i capelli, prende la spada ed entra nella basilica. Si inchina davanti all’altare, sguaina la spada e taglia. Per un attimo soppesa la treccia tra le mani — i suoi capelli sono folti e luminosi —, poi la dona a san Marco. Te li dono invoca per arrivare a Bisanzio.

Nel 1204 Benedetta salpa per l’Oriente con l’esercito crociato. Sta sul ponte della galea e si chiede se questa sia la sua terza vita: guarda nell’acqua e vede una faccia aspra, capelli corti. Sente il peso del denaro nelle tasche.

Una domanda continua a martellarle in testa — Voglio davvero fare questa cosa? — ma quando Costantinopoli emerge dall’orizzonte, Benedetta deve chinare la testa e cedere il passo a Venezia.

Una tenda smossa, un gioiello cattura il bagliore degli incendi. Il profilo di Gregorio emerge dal buio.

— Sei felice? — chiede.

Benedetta è seduta con la testa fra le mani.  — Venezia è soddisfatta — replica — io no, anzi mi dispia…

Gregorio ride piano. Lei si alza, stringendo i pugni. — Non mi credi?

— Continui a giustificarti, ma su di te sento sangue, sudore, fumo… hai l’odore della battaglia. Potrei perdonarti se tu fossi solo Benedetta… ma sei anche Venezia. 

Benedetta raggiunge la porta; la tenda continua a ondeggiare, disegna fantasmi. Esce. La strada è rischiarata da una luce rossastra. In lontananza si sentono urla e boati. Gregorio è in fondo alla salita, si sta allontanando.

Benedetta lo insegue; ha il viso in fiamme, un urlo che si agita al centro del petto. Vuole trafiggerlo contro un muro. Il suo sangue le macchierà il viso e lui dovrà guardarla.

Entrano nel Palazzo, lei guarda a destra e a sinistra, attonita: in un angolo c’è un soldato che cava le pietre da un crocifisso, in una stanzetta c’è una bambina distesa in una pozza di sangue. Quando arriva all’ultima porta, la sua rabbia si è spenta.

Bussa piano.

— Gregorio, io volevo solo che tu ti fermassi. Venezia ti ha dilaniato, non sono stata io. Io non volevo…

Spalanca la porta.

C’è sangue sul pavimento, sui tappeti. Benedetta controlla ogni angolo, sposta le tende e gli arazzi, ma Gregorio non c’è. Un dubbio atroce le fa tremare le gambe: con la faccia intorpidita, si affaccia alla finestra e guarda il mare. Prende la spada e colpisce il parapetto di pietra, batte tre rintocchi che fanno sussultare le guardie nel cortile.

La ragazza si lascia scivolare a terra; osserva la lama scheggiata, poi lancia via la spada.

Mentre lei inseguiva un fantasma, Gregorio è fuggito in Anatolia. Il cuore di Bisanzio le è sfuggito ancora.

Gregorio sta legando il cavallo a una trave. Benedetta cammina con piedi leggeri, felice, le mani giunte sul petto. — Sei tornato — dice a voce bassa. Sono passati quasi sessant’anni.

Gregorio si volta e la abbraccia. Benedetta resta immobile, le mani a mezz’aria. Dopo qualche secondo, osa rispondere alla sua stretta. Il suo sorriso si spegne. Comincia a muovere le mani sulla schiena di Gregorio, sempre più affannata, sgualcendo la stoffa con le unghie. Afferra il mantello e glielo strappa di dosso, lasciandogli un segno rosso sulla gola, poi fa a pezzi la sua camicia. 

Benedetta si porta la mano davanti alla bocca. Guarda il corpo di Gregorio, segnato di cicatrici, ustioni e lividi viola e blu. Sfiora una cresta di pelle che gli attraversa la clavicola e le lacrime le scivolano sulle guance.

Lui alza la mano e le sfiora la testa.

— I tuoi capelli sono belli — mormora, poi scivola verso il basso. Benedetta si ritrova inginocchiata in mezzo alla polvere. Quanto sei magro… Perdonami, per l’amor del cielo, perdonami. Vorrebbe gridare, invece piange in silenzio, digrignando i denti.

Per la prima volta, parla con Gregorio. Lui le racconta la storia di Narsi. 

È la fine del settimo secolo. Le armate arabe attraversano il deserto: i cavalli sbavano e sudano sotto le corazze, i cavalieri portano tuniche variopinte, archi e spade ricurve. Gli zoccoli battono sul terreno, gli uomini si alzano sulle selle e gridano il nome del loro nuovo Dio.

Gregorio lo sente ed è insonne, ghiacciato. Una notte, Narsi bussa alla sua porta. Implora il suo aiuto. Lui deve rifiutare. Mentre loro discutono, gli arabi cavalcano sotto il cielo senza stelle. Gli eserciti bizantini non intervengono.

Poco dopo, mentre torna alla nave, Narsi ha un malore. Gregorio lo prende tra le braccia.

Ctesifonte cade. Narsi muore.

Gregorio chiude gli occhi e si appoggia allo schienale della sedia; ha il viso grigio e tirato.

— L’Ecclesiaste — dice Benedetta. Tutte le cose sono in travaglio e nessuno potrebbe spiegarne il motivo. Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il sole?

Non resta più ricordo degli antichi, ma neppure di coloro che saranno si conserverà memoria presso coloro che verranno in seguito.

Per quanto implori e pianga, i senatori non intendono ascoltarla. Benedetta si getta ai piedi del Doge, gli stringe le caviglie. Dalle finestre spalancate entrano il puzzo delle alghe e il canto di un barcaiolo. Due uomini la prendono per le braccia e la costringono ad alzarsi. Benedetta scalcia, il viso rosso e lucido, e getta indietro la testa.

— Siete crudeli! Perché non mi lasciate andare? Lasciate che vada! — grida. La saliva le va di traverso e la fa tossire. — Lasciate che vada! — strilla, mentre la trascinano verso la porta. Il Doge si alza in piedi.

— Ora basta! — grida. — Va’ ad avvisare il greco, e calmati.

Benedetta inciampa e cade in ginocchio. La porta viene sbarrata.

Mentre scende le scale si sente morta. Non vede l’ora di abbandonare questa seconda vita: scende sulla piazza e spera che il vento la spazzi via, la riduca in cenere e la disperda. Invece mette i piedi sui mattoni rossi e non accade nulla. Continua a camminare, il sangue cola dalle ginocchia sbucciate sui polpacci, il suo cuore è un sasso freddo.

Gregorio ha implorato, si è riunito alla Chiesa di Roma, si è riappacificato con l’Occidente. Lei ha pensato: Umiliarsi in questo modo è terribile. Deve funzionare. Invece è stato inutile. Lo sguardo freddo del Doge la fa piangere ancora.

Sale sulla nave.

Gregorio indossa la corazza dorata, tiene la spada sulle ginocchia. Benedetta si inginocchia davanti a lui. Sarebbe più facile se lui capisse il suo silenzio e le tagliasse la testa, ma sanno entrambi che non succederà. Le mani dell’uomo sono come ragni. La barba è ancora bella e folta, ma la sua faccia è livida.

Non riesce ad alzare la spada, non può combattere.

— Resta con me — dice Benedetta. L’angoscia le storpia la voce. — Non sarai solo.

Gregorio alza lo sguardo. I suoi occhi sono vetro verde. — Non posso… ma ti ringrazio. Tu non sei cattiva — dice e le infila la mano tra i capelli. Benedetta si lascia attrarre contro il suo petto, a occhi sbarrati, lui avvicina la testa alla sua e le dà un bacio sulla tempia.

— Ora vado — dice.

Lei si alza, si trascina sulla passerella e torna sulla riva. Si volta e scopre che Gregorio ha raggiunto il parapetto; sta guardando il leone sulla colonna e i cavalli sulla basilica e le ombre mostruose che dipingono.

— Gregorio! — esclama Benedetta. — Non sei stato cattivo con Narsi.

Lui sorride debolmente. La nave molla gli ormeggi e si sposta al centro del canale. Gregorio resta sul ponte, vestito di oro e porpora, e Benedetta pensa a quanto lo ha inseguito fra gli ulivi e le vigne. Sa che non lo vedrà mai più.

Venezia si ribella e le dilania il petto, mentre lei dà tutto il suo denaro a un capitano genovese per essere portata a Costantinopoli. Il Mediterraneo è una distesa azzurra e allegra, poi la nave passa nel mare di Marmara: Benedetta vede colonne di fumo nero alzarsi dalla città e vomita oltre il parapetto.

La nave è costretta ad attraccare a Galata. La ragazza scende e si siede sul molo, stordita. Genovesi e veneziani salpano carichi di opere d’arte e profughi. Lei li guarda, loro nascondono le facce scure e livide, i bambini si appendono alle gambe delle madri e guardano nel vuoto.

Ore dopo Benedetta si sente chiamare. Si volta e vede un ragazzino; ha la testa fasciata, un braccio insanguinato. Le porge un involto di stoffa, poi scappa.

Lei prende il pacco, lo appoggia a terra e lo apre. Ci sono una spada e un follis annerito. Benedetta ha le mani rosse. La spada di Gregorio, il mantello di Gregorio.

Il sangue di Gregorio.

Lei afferra una pietra e si colpisce alla testa. Un comandante veneziano la vede e la blocca, la costringe a salire sulla sua nave e la lega in un angolo. Lei continua a piangere nell’incavo del gomito, con la testa che pulsa e i capelli impiastricciati di sangue. Sogna di tirarsi via il cervello — suppone che sia nero e verde e giallo, iridescente come le interiora di un pesce.

Vorrebbe morire, ma la sua natura glielo impedisce.

Così Benedetta esce dalla sua pelle come un serpente ed entra nella sua terza vita.

1571 – 1796

È sempre, sempre piena di rabbia. Non riesce quasi a dormire: resta distesa sul letto ma i suoi occhi restano spalancati, guarda i giochi di luce sul soffitto e stringe il follis di Gregorio nel pugno fino a imprimerne i segni nella carne.

Si muove per la città indossando gli schinieri sotto le gonne. La gente la sente arrivare e si ferma, si volta. Il Doge la manda a chiamare più volte, lei straccia le convocazioni e caccia i messi dal suo palazzo.

A volte sveglia i servitori nel cuore della notte, fa accendere le torce e scende in cortile per esercitarsi. Stringe una fascia attorno al seno, indossa un paio di braghe, chiede alla cameriera di intrecciarle i capelli. Poi prende la spada di Gregorio — è pesante, scomoda, modellata per un uomo alto e robusto — e si esercita. Infilza le ombre del giardino, prova una serie di figure, ripete gli affondi contro un nemico incorporeo. La spada e la treccia fendono l’aria sibilando. Quando si ritrova senza fiato, si fa portare uno specchio.

Si guarda: la treccia bronzea e dura come una corda, la pelle di alabastro, le narici dilatate, gli occhi di corniola, con quella loro sfumatura rossastra. Ha perso il verde di Gregorio: è diventata una donna di pietra.

Con un grido, scaglia la spada contro il suo riflesso e lo fa a pezzi.

Il Serenissimo Principe indica l’elmo. — Perché non vuoi indossarlo? Sei un’idiota? — grida e lo colpisce con il braccio. L’elmo cade dal piedistallo e rotola sul pavimento. Benedetta si affaccia alla finestra.

Le piace la rigidità dell’armatura, i gomiti e le ginocchia pizzicati dal metallo. La voce del Doge la insegue, melliflua. — Stai ancora punendo Venezia per ciò che è accaduto a Bisanzio, vero?

Bisanzio. La parola la prende alla gola, ma Benedetta si sforza di scuotere la testa.

— Assolutamente no. Sto solo assecondando la mia natura — dice, ma la sua voce trema. Si ferma e torna a guardare fuori. — Sono arrabbiata. Sono così arrabbiata… deve esserci una guerra all’orizzonte, altrimenti non saprei spiegare queste sensazioni. Voglio che i miei nemici vedano questi capelli, penseranno che sono lingue di fuoco!

Alla notizia della caduta di Cipro, Benedetta ride e piange insieme. Sente la rabbia di aver perso un possedimento, la vergogna di aver fallito, il dolore di aver perso Bragadin, scuoiato e appeso alle mura; una parte di lei, però, ride per l’assurdità del destino che le porta rovina e redenzione attraverso uomini con i capelli rossi.

Lo stendardo con il leone di san Marco garrisce insieme ai suoi capelli e al suo mantello rosso. Benedetta osserva a braccia conserte le galeazze che si fanno largo nello schieramento ottomano, valuta i colpi veneziani e poi scoppia a ridere. Gli stessi ottomani che hanno espugnato una città con le loro bombarde ora soffrono e muoiono come mosche.

La flotta cristiana avanza con forza, spezzando le onde con le chiglie. I capelli di Benedetta volano in alto e si attorcigliano come una fiamma.

Lei sguaina la spada — la spada di Gregorio, con l’aquila e le pietre — e corre a prua. Ormai può vedere le facce dei marinai turchi, li sente gridare: — Yangın! Yangın! Fuoco! fuoco!

Benedetta si apre nel più dolce dei sorrisi. Ti avevo detto, Serenissimo Principe, che questi capelli avrebbero spaventato il nemico. Mette il piede sul parapetto e salta — i suoi capelli si aprono nell’aria e sono rossi, rossi, rossi come il sangue e il bronzo e il fuoco — e piomba sul ponte della nave nemica. Sorride ai soldati che le corrono incontro e grida — e la sua voce è il ruggito del leone e il boato della tempesta.

Una freccia le apre la pelle della tempia, ma lei continua ad avanzare. Il legno è viscido di sangue e acqua di mare. Vuole raggiungere il castello: c’è un uomo che desidera vedere ardentemente. La sua mano destra trema d’eccitazione, la punta della spada vibra come il bastone di un rabdomante.

Benedetta ride dentro di sé. — Trova l’acqua, bastoncino! Trova il fetido turco, mia dolce spada!

Il suo braccio va a destra e a sinistra, avanti e indietro, i muscoli si gonfiano contro le piastre dell’armatura.

Istanbul le dà le spalle. — Eccoti — dice Benedetta. Lui si volta: indossa la maschera d’argento dei giannizzeri. Lei cerca il suo sguardo, poi rimane di sasso. Ha gli occhi verdi. Stringe convulsamente l’elsa della spada.

L’uomo ride di lei; Benedetta batte le palpebre. Non vuole togliere quella maschera, non vuole sapere. Vede che la battaglia volge a suo favore, e ciò le basta. In silenzio porta la spada al petto, fa un cenno di saluto.

Istanbul si inchina. Benedetta torna alla propria nave.

Lei viene per riunire Tenochtitlan e Bisanzio, Sibari e Ctesifonte. Ancora ebbra di vittoria, siede sul suo scranno con aria sognante. Tintoretto le presenta un suo quadro: l’ha ritratta come una guerriera, ma le ha messo una corona di ferro sul capo. Le ha dato il volto di un dio pagano, di un giudice implacabile.

Benedetta ride, e appoggia la testa sulla mano.

L’acqua del Canale ha il colore dell’oro. L’odore del pesce si mescola a quello della polvere da sparo, la carne arrostita alle rose. Benedetta siede nella sua camera da letto, assapora il Carnevale che entra dalle finestre aperte. Sta scegliendo i gioielli; scarta ametiste, zaffiri e granati, tiene le perle di fiume, i topazi, l’oro, le corniole. Vuole splendere come una cometa. La sua cameriera aspetta di vestirla.

Benedetta la guarda e le sorride. Ripensa alla cameriera che le intrecciava i capelli perché potesse allenarsi con la spada. Questa ragazza, invece, glieli ha arricciati con un ferro caldo.

Le chiede: — Dorotea, che abito mi consigli di indossare?

Lei va al guardaroba, mette alcuni abiti su un braccio e li appoggia sul letto. Benedetta li scruta: ocra, rosa carnicino, giallo calendula, albicocca. Un ventaglio di colori caldi e piacevoli. È così bello essere felici.

Sceglie l’abito color calendula, indossa una collana d’oro e topazi. Esce dal palazzo.

Cammina per le calli, costeggia i rii: gli uomini si tolgono il cappello, le donne si inchinano. Benedetta balla con una dama vestita d’azzurro e sente i sospiri di piacere dei presenti. Si lascia offrire un dolcetto, ride dello zucchero caduto sul broccato. Un ricciolo cede, diventa più lungo e finisce per sfiorarle la clavicola. Gli uomini ne sono attratti; lei se ne accorge e comincia a muovere la testa, in modo che i capelli le spolverino la pelle bianca.

Il vino le si raggruma sul mento, qualcuno la guarda come se volesse metterci la bocca.

Quando rientra, il palazzo è deserto. — C’è nessuno? — grida e si passa le mani sulle guance.

Sale nella propria stanza e si siede al tavolino da trucco. Per prima cosa si toglie i gioielli, e controlla gli arrossamenti del collo e dei lobi. Poi stacca le forcine, i riccioli cadono sul collo e perdono forma. Si toglie le scarpette e allunga i piedi. Decide di spogliarsi da sola, di non chiamare Dorotea.

Si fa trovare così, mezza nuda e mezza ubriaca. Sta sorridendo, quando nello specchio appare il viso triste di Gregorio.

— Sono passati trecentocinquant’anni… trecentocinquant’anni, e tu non ti sei mai mostrato — sussurra. Lui le mette una mano sulla spalla, avvicina la bocca al suo orecchio.

— Guarda nello specchio — le dice — che cosa vedi?

Lei guarda vede soldati vestiti di blu, cannoni. Un francese. Navi che partono dalla Riva.

— Gregorio… — singhiozza, contorcendo il viso come una bambina. Gli prende la mano. — Non lasciarmi… non voglio essere sola.

Lui le bacia la tempia. Lì c’è la cicatrice di Lepanto, lì è stata baciata nel maggio del 1453.

— Non andartene — ripete Benedetta, piangendo. Lui si stacca. — Arrivano i francesi! — sibila.

Percorre la casa distruggendo gli arredi con una grande spada arrugginita. Si strappa i capelli, si artiglia il viso e le braccia lasciandosi segni rossi, va qui e là senza una meta, gettando a terra i bicchieri. Tira giù le tende, geme come un animale ferito, sbatte le porte, spegne le candele.

Torna nella sua stanza, chiude la porta a chiave, si toglie i vestiti a brandelli. Lascia cadere la spada di Gregorio, ma continua a stringere il follis, lo intride di sudore. Si arrampica sul letto.

Arrivano i francesi! grida. Arrivano i francesi!

2018

Si sveglia con uno schiocco nel cervello. Le strida dei gabbiani, il calore. Le onde di bronzo, la testa pesante. I capelli sotto i piedi. Le ginocchia che sbattono. Uno specchio mangiato dalla salsedine. Una lama arrugginita. Tagliare, liberare la testa. Tagliare tutto, tagliare corto.

Scende le scale di corsa, sbattendo contro il corrimano, vede rose e girandole sui muri. Apre la porta, la luce l’acceca, inciampa su un gradino e striscia sulle ginocchia fino al rio. Si aggrappa con le dita alla sponda e allunga la testa sull’acqua.

Pian piano, i riflessi sbiadiscono, e Benedetta può scoprire il suo nuovo aspetto: faccia magra, testa mal rasata, occhi color acquamarina, mani coperte di tagli e gocce di sangue. La donna comincia a ridere e piangere insieme. Sono viva sono viva sono viva!

Oh!

Benedetta si guarda attorno. Una fila di barche legate lungo il rio, il portale annerito di una chiesa, una famiglia con due bambini biondissimi. È stata la moglie a sussultare. La guarda con la mano sulla bocca, gli occhi sbarrati.

Lei si alza in piedi come nulla fosse e torna in casa.

Benedetta gira il palazzo, che l’ha aspettata per più di duecento anni: il lampadario del salone, le figure degli affreschi, anche la gondola marcita nel rio. Si scusa, raccogliendo le cose stracciate, rotte, buttate nella sua ultima notte di follia, prende i soldi dal tavolo e se ne va.

Ora, seduta sui gradini della chiesa di san Rocco, Benedetta guarda i turisti che vanno avanti e indietro. Nessuno bada a lei, nonostante abbia la testa fasciata, le mani indurite dai cerotti. Soltanto un uomo le si piazza davanti e le punta la macchina fotografica in faccia. Benedetta tira indietro il collo, ma l’altro scuote la mano.

No no! Don’t move, don’t!

L’uomo scatta e se ne va, lei si prende la testa fra le mani.

Cos’è questa storia? Questi uomini e queste donne che passano sui ponti con i trolley pieni, queste bancarelle di maschere luccicanti e sonagli, questi ristoranti pretenziosi e costosi e puzzolenti?

Riprende a vagabondare, si ferma in un campiello piccolo e vuoto, in cui aleggia un odore misto di sapone, alghe e piscio di gatto, e scivola a terra. Resta in ginocchio sul selciato, le mani sugli occhi. Non sente una goccia di gioia. Mi sono svegliata solo per vedermi morire!

Lancia un urlo, un paio di piccioni prendono il volo sui tetti.

Si ricorda solo le cose che non ci sono più: scivola nelle calli più strette, va in fondo ai rami e si lascia bagnare i piedi dall’acqua verde. Cammina smarrita su rii interrati. Prova a entrare in giardini murati — un glicine inselvatichito si arrampica sul cancello —, prova ad aprire porte chiuse. In calle dell’Avogaria trova la casa della famiglia di Dorotea, finestre serrate e facciata stinta, bussa e chiama piano. Non voglio morire, pensa disperatamente.

Un uomo alto e magro le chiede se sta bene. Benedetta lo guarda negli occhi neri e ritrova le torce, l’oro, la calendula, il vino e lo zucchero sull’abito. Ritrova se stessa, la sua gloria, la sua bellezza. 

Un fiotto di calore la riempie fino alla punta delle dita: per secoli gli uomini l’hanno inseguita, hanno cercato di prenderla, ma lei è sempre sfuggita e loro si sono persi in un labirinto, disperati. Lei li ha guardati da dietro un muro rosato, ha riso di loro.

Ora, guardando la schiena magra di Antonio, sente un nodo al centro dello stomaco, un sasso caldo.

Quanto ho ballato, quella notte? A un certo punto avrei voluto baciare un Provveditore, ma lui ha girato la testa e mi sono dovuta accontentare della guancia. Com’era liscia! Ora che ci penso, neanche Gregorio mi ha baciato sulle labbra. Cos’ha la mia bocca? si tocca il viso, confusa C’è qualcosa di brutto? Fa paura?

Nessuno mi ha mai preso, nessuno mi ha mai baciato. Sono vergine, santo Cielo, eppure ho fatto lavorare puttane, ho tenuto gli occhi ben aperti sui peccati dei miei uomini. Cos’ho da perdere ormai? E quanto tempo mi resta?

A un certo punto, quando il letto è già caldo e sfatto, Antonio prova a sfuggirle, puntando le ginocchia nel materasso. Lei gli avvolge le braccia attorno alla vita — sente le costole e i muscoli che vibrano contro di lei — e lo fa stendere ancora; gli blocca i polsi sopra la testa e comincia a baciargli la schiena, il rilievo di ogni vertebra. Lui respira a fatica, si inarca. Benedetta si ferma. — Ti faccio male?

— No…

Dopo, Benedetta va in bagno e si lava la faccia e tra le gambe. Quando torna, Antonio si è addormentato disteso su un fianco, nudo e sporco. Lei gli butta addosso una coperta rossa e blu e va a sedersi sul davanzale: una barca a motore passa sotto la finestra e spacca il riflesso della luna.

Legge una serie di articoli. Venezia libera! Venezia ai veneziani! Una città viva! Alcuni portano in calce la firma di Antonio. Non sono l’unico a voler vedere la mia città pulita, vivibile, bella come è sempre stata scrive. Benedetta si guarda le mani, si tocca la testa ferita. Cerca di impedirselo, eppure comincia a sperare.

Antonio si gira e si lamenta. Lei corre da lui.

— Ti ho fatto male? — gli chiede, accarezzandogli i capelli. Lui la guarda dal basso del cuscino, intontito, poi scuote la testa. — No, sei stata buona.

Tu non sei cattiva. Benedetta si gratta la tempia, passa l’unghia sulla cicatrice.

— Adesso ho capito… — continua Antonio — ho capito…

— Cosa?

— Ho capito… tu sei quella Benedetta…

La sua mano si ferma. — Quale Benedetta?

Lui continua a lottare contro il sonno. — Tu sei lei — dice in un soffio. — Sei Venezia.

Benedetta corre. Ha rovesciato i banchi degli ambulanti, si è gettata contro i cappelli, le tazze, i ventagli di plastica. Ha odiato i venditori e i turisti, tutti, e ora è inseguita dalle grida e dai rumori degli uomini inferociti.

In un altro tempo li avrebbe affrontati e li avrebbe abbattuti, oggi non riesce neppure a riprendere fiato, deve obbligarsi a correre. Mette il piede su un gradino bagnato, scivola, sbatte il ginocchio. Zoppicando, senza fiato, si nasconde dietro un angolo.

Mi picchieranno. Mi ammazzeranno di botte. Poi qualcuno grida.

Le cipolle bianche e viola rotolano sul selciato, cadono in acqua, le bucce si gonfiano e si rompono. Benedetta guarda in giù, paralizzata. Le mele sono macchiate di rosso. Il fruttivendolo ha una voce convulsa, sta parlando con la Polizia, con il Pronto Soccorso.

Benedetta raccoglie Antonio fra le braccia, con delicatezza — conosce i dolori provocati dalle fratture. Lui ha le labbra spaccate, un occhio nero, una goccia di sangue appesa al naso. Sulla camicia c’è una macchia di sangue che continua a crescere. Cerca la ferita, la trova — è slabbrata, una bocca spalancata — e la copre con la mano. Il sangue di Antonio pulsa contro le sue dita.

— Sono qui con te, va bene? — mormora, baciandolo sulla fronte. — Sono qui, non sei solo.

Resta con me. Non sarai solo.

Non sarai sola.

È un tramonto sfolgorante, fluorescente. Benedetta si incammina lungo i binari, guarda il sole che cala sulla laguna, il profilo caliginoso delle montagne.

È cominciato con il pestaggio. Aggredito dal branco. Violenza assassina. Rissa finisce in sangue. Tutto d’un tratto, la misura è stata colma. Hanno scoraggiato i turisti fino a scacciarli. I negozi di souvenir hanno chiuso, sono tornati i barbieri, le librerie, i fruttivendoli, i giocattoli, i calzolai. Lei si è sentita più leggera, le è caduto un peso dalle spalle.

I suoi capelli sono cresciuti a chiazze. Le dicono che è bella così, che qualcosa in lei fa piangere e fa pensare alle cose perdute.

Lei si sente di nuovo un’isola, una nave che va alla deriva. Tiene in mano il follis di Gregorio, lo guarda e pensa al passato. Pensa alle città cadute nei secoli — Ctesifonte, Bisanzio —, agli uomini e alle donne che ha visto passare, sente il petto pieno di stelle e api.

Il sole è affondato all’orizzonte. Benedetta volta le spalle alla ferrovia, esce dalla stazione.

Sul Canal Grande, una barca a remi incrocia un piccolo motoscafo. Una coppia si bacia alla fermata del vaporetto. Antonio le sorride, seduto su una panchina, nonostante i punti di sutura. La sua faccia è nera, gialla e rossa, ma Benedetta lo guarda e sente ancora quel sasso caldo. Gli va incontro.

È viva, è felice.

 

 

Sonia Aggio è nata nel 1995 e vive a Frassinelle Polesine (RO). Studia “Storia dal medioevo all’età contemporanea” all’università Ca’ Foscari e sogna di diventare scrittrice. Ama i romanzi storici, i paesaggi fluviali, l’aviazione nella Prima Guerra Mondiale e la storia dell’Impero Romano d’Oriente.

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