L’invito

Racconto pubblicato sul numero 40 

(Immagine di Lysons Editions)

 

L’invito gli era stato recapitato di prima mattina. L’oggetto di carta, alloggiato in una busta foderata con sopra il suo nome aveva un gusto particolare, una consistenza di cellulosa pregiata, lavorata a mano, stampata in avorio, dai caratteri incisi in nero e il bordo dorato, sapeva di rivalsa. L’impalpabile appartiene a molti, a tutti, se vogliamo, ma quell’invito era un oggetto che era stato creato; esisteva, poteva toccarlo e ora ne era entrato in possesso. Il motivo in rilievo, una porta dischiusa, era una chiamata all’esperienza e sembrava sentenziare: tu ne fai parte. Era una cosa rara avere l’occasione di incontrare uno di loro. Fino a qualche giorno fa lo aveva creduto impossibile. Molte cose congiuravano perché non accadesse e quando capitava, le rare volte in cui accadeva, l’incontro non era precisamente amichevole: loro erano gli unici a parlare e non discutevano, ma impartivano ordini. Ma ora era diverso. Questo che aveva tra le mani era un invito, niente altro che un invito. Si trattava ora di varcare quella porta. Dove conduceva? Non ne aveva idea. Partecipare, si diceva, partecipare comunque all’evento accerchiato dal segreto. Sarà irripetibile, aveva detto la donna, una di loro, che lo aveva invitato. Le era grato e mentre indossava l’abito scelto per la grande serata, scrutando il suo riflesso nello specchio, elaborava un se stesso avverabile, qualcuno che non conosceva, qualcuno degno di lei e di quell’invito, quell’oggetto concreto, sfrangiato, fustellato, che ora stringeva tra le mani. 

La prima delusione. L’utilitaria che avevano mandato a prelevarlo non era certo il cocchio fiabesco che si era immaginato, non era abbastanza lunga, abbastanza bianca, avrebbe potuto essere la sua macchina. L’uomo accostato alla vettura lasciò cadere in terra una sigaretta vedendolo arrivare, anche i suoi vestiti erano deludenti, erano gli stessi che anche lui avrebbe potuto indossare in un giorno qualsiasi. Per questo salì a bordo imbarazzato dall’abito che aveva scelto per la serata. I suoi stivaletti stringati urtarono contro un pacchetto di sigarette vuoto, si sistemò come meglio poteva, ma le ginocchia premevano sullo schienale del sedile anteriore. La radio all’interno era sintonizzata su una nota stazione, mandava un pezzo di cui l’uomo conosceva le parole. L’autista alla guida domandò all’uomo se fosse d’accordo a lasciarla accesa. L’uomo rispose di sì e nel farlo venne raggiunto da una sensazione di scampato pericolo che lo umiliò. Partirono. La strada era deserta perché era l’ora di cena, ma la vettura procedeva a passo d’uomo, indugiava tra i vicoli, a volte si fermava. È una specie di giro turistico nel mio quartiere, pensò l’uomo seduto dietro, ancora deluso e in preda a una sorta di amaro stupore. L’entrata di un cinema dismesso dove un uomo infagottato si sistemava per la notte. Un piccolo bar, la cui verandina improvvisata con un telo di plastica veniva mossa malamente dal vento. Il muro di cinta di una scuola elementare cosparso di cocci di bottiglia. Un uomo in attesa alla fermata dei pullman. Poco distante dalla banchina una bionda con le cosce nude stava vomitando. Davanti ai palazzoni delle case popolari l’uomo domandò secco perché si fossero fermati, ma subito dopo vide uscire dal portone una ragazza. Indossava un abito lungo, elegante e remoto, come importato dal passato. I capelli erano raccolti sulla nuca, acconciati in un brillante corvino ammasso globulare. La ragazza si guardò intorno indecisa sul da farsi, poi avanzò verso la vettura senza dare prova di aver notato i due in attesa. I suoi passi erano inesatti e squilibrati. L’autista uscì ad accoglierla. L’uomo si spostò per farla accomodare al suo fianco. Raccolse lo stupore dai suoi occhi e lo restituì. Si studiarono a vicenda. L’uomo riconobbe negli abiti ricercati, nel viso truccato con cura, perfino nelle piccole gemme che affiorano dai capelli della ragazza la sua stessa paura di sfigurare. 

Con le scarpe nuove si camminava male, l’uomo e la ragazza incespicavano nei loro eleganti travestimenti. Avanzavano a fatica lungo la strada sterrata che attraversava il parco, dove erano stati scaricati dal loro deludente cocchiere. Silvia, durante il viaggio i due avevano trovato il modo di presentarsi, sollevò lo strascico con una mano mentre con l’altra si ancorò al braccio dell’uomo. Perché ci hanno invitato? gli domandò. Questione di appetiti, rifletté lui. Perché apprezzano l’aroma del tuo corpetto di seta e le proprietà nutritive della mia marsina, le rispose. Incedevano mascherati e sghembi attraverso gli alberi, continuarono a camminare finché non scorsero uno spiazzo dove era stato montato un bianco tendone da circo, simile a un enorme latteo anellide disteso sull’erba, che emergeva dall’oscurità. Superarono incerti un paio di baracche di lamiera e alcuni piccoli chioschi dalla porta sbarrata, brandelli di festoni ingialliti pendevano dai pali di legno di un vecchio scivolo mezzo arrugginito conferendo al paesaggio l’aspetto di una lunare sagra paesana. Una giostrina coperta per metà da un telo di plastica, l’erba irregolare, i rami protesi nel buio denso del cielo, appena venato dalla luce di un lampione al limitare della strada, completavano la riproduzione di uno scenario che qualcuno poco avvezzo a quei luoghi avrebbe potuto definire spettrale. Ma i due sapevano di essere vicino alle loro case, a dieci minuti dalle loro case, non così distanti da una fermata del 49, non si erano poi così allontanati dal loro quartiere e sapevano che no, lì di spettri non ce n’erano. Sapevano che nascosto tra gli arbusti sempre verdi forse si celava l’ubriaco che in quei luoghi aveva stuprato una giovane donna e che appiattito contro la corteccia rosso-bruna degli alberi era possibile che tendesse il suo agguato il violento che un giorno come un altro aveva massacrato a colpi di bottiglia un passante, sapevano che probabilmente nella bianchezza lanosa dell’erica fluttuava inerme un corpo dal cranio fracassato. Sapevano anche che una volta dentro, al loro ingresso a quella strana festa, nessuno si sarebbe lasciato ingannare dal loro travestimento, ma lì fuori questo era ancora possibile. Lì fuori qualcuno avrebbe potuto desiderare quella ricchezza posticcia, avrebbe potuto afferrare le stelle tra i capelli della ragazza, forzare il panciotto dell’uomo, così affrettarono il passo. Il tendone, creatura opalescente dal dorso alto e diritto, riluceva adagiato nel buio tra le sagome dei pini, la pelle translucida e tesa era saldata alla terra da paletti di legno, come se lo avessero appena catturato. Giunti all’ingresso Silvia si discostò da Milo e lui non si stupì del suo gesto. Una volta all’interno non fraternizzeremo tra noi, si disse, non scambieremo parole, non ci guarderemo nemmeno. La nostra reciproca debolezza sarà un richiamo potente, ma non cederemo. Sul punto di entrare già ci detestiamo. Siamo troppo simili per piacerci. Potremmo appoggiarci l’uno a l’altra, ma in fin dei conti siamo in viaggio premio, in vacanza e tutto quello che vogliamo davvero è fermarci a guardare il paesaggio, parlare una nuova lingua, pensò. Ma adesso, ancora per poco, aleggiava tra loro un’istintiva alleanza e l’uomo aveva la sua risposta da dare alla domanda della ragazza. Perché siamo stati invitati? aveva chiesto lei. Il nostro viaggio, l’insensato giro turistico nelle vie che abitiamo, il viaggio durato appena pochi minuti è la risposta, rispose l’uomo. Un viaggio così breve per noi, ma non per loro, per i nostri ospiti. Per loro deve essere stata una lunga traversata, un drammatico itinerario in luoghi deprivati e stranieri, un viaggio costellato da soste azzardate in zone aliene. Un viaggio che deve avergli regalato la percezione del nostro sapore, la specifica sensazione della nostra diversità. L’uomo restò concentrato nel suo freddo pensiero il tempo di presumere l’eccitazione di chi li aveva invitati davanti allo squallido spettacolo del bar dalla verandina di tela incerata e un tono acido lambì di colpo i bordi della sua consapevolezza. Rise senza nessuna allegria. Vogliono assaggiarci, rispose alla ragazza, siamo cibo esotico.

Erano sei in tutto, vistosi e facilmente riconoscibili. Ora si trovavano all’interno del primo padiglione, uno spazio rettangolare non troppo ampio in cui era stato sistemato un appendiabiti in acciaio al quale erano appese delle grucce di ferro. L’uomo e la ragazza, con il resto dell’esiguo gruppetto, se ne stavano in fila davanti al misero guardaroba. Ognuno di loro era impaziente di disfarsi del mantello, di un copri spalle di seta, di una stola: capi d’abbigliamento pretenziosi che li distinguevano senza scampo dagli altri, da tutti loro. L’uomo lanciava sui suoi compagni d’avventura uno sguardo duro e sprezzante. Desiderava distaccarsi da tutti loro, confondersi con gli altri, mimetizzarsi. Uomo tarchiato in blu, bionda filiforme, mora succinta, bionda in carne, e Silvia, si diceva, vi riconosco, siete la mia gente, state alla larga. Ognuno di loro si era preparato con cura per questo appuntamento al buio, e ora erano lì, così penosamente esposti, indecisi sul da farsi, ansiosi di dispensare il loro nettare, lo sguardo febbrile lanciato nella ressa alla ricerca dei loro ospiti, pronti per essere impollinati. La nostra inopportuna eleganza, realizzò l’uomo, è uno stigma. A nulla, infatti, valeva restare separati. Gli altezzosi soprabiti di ognuno di loro rabbrividivano sulle stampelle mentre gli altri, informali, a loro agio in ampi maglioni in pile, pantaloni comodi e scarpe sportive, portavano ancora indosso giacche impermeabili verde scuro e sembravano essersi dati appuntamento per ripulire il parco. Loro ci ignorano, pensò l’uomo. Sembravano conoscersi tutti. Carezze sulle guance, piccole pressioni sulle braccia, qualche bacio in punta di dita nel bel mezzo di una conversazione ininterrotta e divertita. Sotto la cupola in PVC l’aria fredda manteneva una sua purezza pervasa di terra umida, erba appena tagliata, foglie macerate dalla pioggia, che si condensava in minuscole nubi sfilacciate davanti alle loro labbra. Gli altri, grati e allo stesso tempo atterriti per l’invito, si stringevano, quasi contro il loro volere gli uni agli altri, erano sei in tutti e tenevano la bocca chiusa. A tutti loro venne consegnato un opuscolo. L’uomo lo rigirò tra le mani senza sapere che farne. Era scritto in una lingua che non conosceva. 

Tarchiato confezionò un minuscolo ventaglio di carta di cui fece omaggio a Mora succinta. Bionda filiforme finse di leggere. Silvia lo piegò fino a farlo diventare un minuscolo quadratino di carta che poi, furtivamente, lasciò cadere in terra. L’uomo continuò a studiarne il contenuto. Provò ad affidarsi alle immagini ma, a parte il motivo della porta dischiusa, che campeggiava dalla prima facciata, non ce ne erano altre. Indugiò allora su alcune frasi in neretto a caratteri grandi che, indecifrabili, occupavano gran parte dello spazio a disposizione, ma non ne ricavò nulla di utile, così piegò il foglio e lo mise via. Si guardò intorno alla ricerca della donna che lo aveva invitato. La inseguì con lo sguardo nella calca di persone che stava oltrepassando l’alta tenda bianca che conduceva a un nuovo padiglione. La intravide di spalle, impegnata in una discussione con uno del suo gruppo. La raggiuse. Si sentiva inerme nella sua camicia di lino bianco rifinita a mano e capiva come le circostanze che lo avevano portato a ricevere quell’invito fossero mutate. Si avvicinò alla donna quasi senza osare rivolgerle la parola. Pensò alla breve conversazione, simile a una guerra, che aveva accompagnato il loro primo incontro, alla seduzione perfetta di quel loro battibecco brillante, alla reciproca euforia davanti alla certezza di aver trovato, una volta tanto, un degno avversario, alla scontata e insincera galanteria che aveva esibito allo scopo di divertirla. Ora era a disagio, un congegno fuori uso, in blocco. La donne accolse la vista dei suoi pantaloni classici senza risvolto con un applauso affettuoso. Scambiarono poche parole. L’uomo era impacciato. Le domandò dell’evento a cui stavano per assistere. Mentre parlava l’uomo ascoltava se stesso con imbarazzo crescente, ogni sua parola sembrava suonare come una supplica. Le confessò di essere deluso, le parlò della sua aspettativa di architetture immaginifiche in ferro fluido, di installazioni oleografiche che affollavano la sua fantasia di futuro, che lei bollò come preistorica, perché il visuale, disse la donna, è rimasto indietro e il futuro è risospinto verso il passato. L’uno annuì perché la temeva. Lei lo sovrastava con la sua presenza, lo scrutava come un predatore, sembrava affascinata da ognuno degli infimi dettagli delatori della sua inadeguatezza: l’ondeggiamento della voce, il sussulto nervoso delle mani, che l’uomo cercava di mascherare intrecciandole dietro le spalle, l’irrequietezza degli occhi che prima cercavano i suoi per poi fuggire altrove. Tra i riccioli chiari e scomposti che contornavano il volto della donna era rimasto impigliato un minuscolo ramo di foglioline tenere e verdi. Sotto le sue unghie affiorava una traccia di terra scura. L’uomo si vide di lì a poco chino a estirpare radici, scavare solchi. Era questa l’impresa a cui stavano per essere chiamati? Erano lì per rinverdire il parco? La donna si rifiutò di rivelare i dettagli dell’evento, l’evento accerchiato dal segreto, ma lo rassicurò del fatto che ne sarebbe uscito trasformato. Questo era tutto quello che l’uomo desiderava. Cambiare, trasformare se stesso in altro, diventare, se era possibile, uno di loro, ma non lo disse alla donna. Lasciò che si allontanasse. La vide scomparire dietro la tenda. Tra me e lei, pensò, c’è una distanza incolmabile, ci sono di mezzo il mio vestito sbagliato e il sospetto di essere qui perché lei, perché tutti loro, possano nutrirsi della mia umiliazione. 

Nel camice politenato che gli avevano fatto indossare l’uomo si sentiva al sicuro. Tarchiato lo aveva aiutato a indossarlo e poi aveva stretto forte i lacci dietro al collo e alla vita. L’uomo fece lo stesso con lui. Si specchiarono l’uno nell’altro con soddisfazione. Nel passaggio a questo travestimento da terapia intensiva entrambi avevano acquisito sicurezza. Sembravano tutti sul punto di entrare in sala operatoria. Per il momento le distinzioni tra loro si erano annullate. L’uomo cominciò a rilassarsi. Fece il suo ingresso insieme agli altri nel terzo padiglione, simile a una grossa scatola bianca rivestita in polistirolo espanso. Ora che il problema dei vestiti era stato risolto era tornata in lui la speranza di riuscire. A ognuno di loro era stata fornita una mascherina in gomma sintetica. Gli era stato raccomandato di tirarla su al momento di entrare, ma era ancora presto e tutti la portavano appesa al collo. A volto scoperto, l’uomo poteva ancora riconoscere gli altri cinque del suo gruppo, mimetizzati tra loro. Tarchiato, completamente entrato nel personaggio, fingeva di auscultare il polso degli altri ospiti, era divertente e raccoglieva le sue facili risate. Mora succinta era la sua infermiera. Bionda filiforme sembrava mietere vittime e forse per lei questa serata si sarebbe risolta in un buon affare. L’uomo la guardò con condiscendenza, le augurò di riuscire nel suo intento e la stessa cosa augurò a se stesso. Dentro la temperatura era aumentata, il sentore d’erba e terra si era fatto greve e dolciastro, appena fastidioso, ma sopportabile. Attendevano, attendevano l’evento insieme. Silvia si teneva lontana dall’uomo. Non sembrava si stesse divertendo. L’uomo la vide avanzare lungo il tappeto decontaminante. Calzava con grazia i copri scarpe in propilene. La cuffia chirurgica azzurra in cui aveva nascosto i capelli le conferiva un aspetto austero, ma in fin dei conti le donava. L’uomo pensò che avrebbe potuto raggiungerla, afferrare la sua mano guantata in lattice sterile e tenerla in una stretta rassicurante, ma sapeva che non lo avrebbe fatto. Prima che venissero consegnate le nuove divise aveva visto Silvia attraversare la sala con il suo accompagnatore. Tenendola per mano, lui l’aveva esibita agli amici. Davanti a loro ne aveva lodato il vestito e aveva preso a elencare una a una le stelle che incoronavano il suo capo, le stelle che Silvia aveva tra i capelli, le stelle pretenziose torreggianti dal fermaglio d’argento che trattenevano la sua chioma scura e ondulata, che lui aveva liberato con un gesto improvviso, senza chiederle il permesso, gettando in terra il fermaglio. Il misero pubblico le si era stretto attorno, accerchiandola nelle spire del suo divertito disprezzo come un enorme serpente dalle fauci spalancate. L’uomo aveva assistito alla scena senza fare nulla, li aveva lasciati fare, ma, senza una ragione precisa, aveva raccolto il fermaglio, ora brillava nelle sue mani, come un minuto pugnale ingioiellato. L’uomo ne saggiò la punta acuminata con le dita. Aumentò la pressione tanto quanto bastava a provare dolore.

Silvia lo preoccupava. Quando a tutti loro erano stati dati gli antibiotici lei si era rifiutata di prenderli. Le avevano spiegato che era assolutamente necessario farlo, ma lei non aveva voluto sentire ragioni. Nel tentativo di allontanare il vassoio con le pillole lo aveva fatto cadere in terra. Non c’erano state conseguenze ma era stato spiacevole. Silvia era apparsa turbata, sul punto di piangere. Quando aveva tentato di spiegare le sue ragioni la voce era venuta fuori come strangolata dall’imbarazzo. Tutti erano stati comunque amorevoli con lei. L’avevano colmata di attenzioni finché non erano riusciti a calmarla. L’uomo, invece, era furioso. L’incidente rischiava di compromettere anche la sua posizione. Silvia sembrava non capire che così metteva in imbarazzo tutti loro. 

«Perché ci hanno invitati?», gli aveva domandato Silvia ancora una volta. 

«Lo sai », le aveva risposto l’uomo con durezza «Altrimenti non avresti indossato quel vestito.» 

Silvia aveva indicato Tarchiato. «E lui, allora?» 

«Lui si sta divertendo», aveva risposto l’uomo.  «Guarda, ora li sta sfidando, li sfida a chi riesce a trattenere il respiro più a lungo. Deve averlo imparato facendo il pendolare, deve averlo imparato salendo sugli autobus che portano fuori città al tramonto, deve aver imparato lì a trattenere il respiro il più a lungo possibile. Sarà lui a vincere, vedrai. Tarchiato può farcela ne sono sicuro. Loro non sanno con chi hanno a che fare perché da loro tipi come Tarchiato non se ne trovano.» 

Fuori di qui uno come lui potrebbe piacermi sul serio, pensò l’uomo, ma si rendeva conto che per Silvia era incomprensibile che l’avessero invitato. Così come gli altri. Continuava a domandargli degli altri. Perché li hanno invitati? Chiedeva. L’uomo pensava di averlo compreso. Sono così pieni di stupore e di gratitudine, pensava, che è un piacere starli a guardare. Deve essere così anche per loro. Ma Silvia non era grata di questo invito, Silvia aveva paura e l’uomo temeva che cominciasse a piangere sul serio. «Abbiamo l’invito», disse lui seccamente, ma se ne pentì subito dopo averlo fatto, perché il pianto arrivò sul serio.

«Allora perché non dicono niente, perché non ci spiegano niente?» 

«Perché è tutto scritto nel foglio. Non è colpa loro se non sappiamo leggere il nuovo codice. Non è colpa loro se siamo quello che siamo. Ma abbiamo ricevuto un invito. È il nostro inizio», disse l’uomo.

Silvia rimase in silenzio, come se la questione fosse stata chiusa una volta per tutte. 

Ci volle un gran lavoro di diplomazia e compassione da parte di tutti perché Silvia prendesse gli antibiotici, come tutti. Mancava davvero poco, si erano spinti fino all’ultimo settore prima della sala grande. Esalazioni irrobustite, aria umida e densa; sembrava di essere penetrati in una grotta di sale, le pareti gocciavano, la temperatura era salita e si respira a fatica. Silvia sembrava tranquilla, ma quando dalla sala interna comunicarono che tutto era pronto per iniziare, l’uomo notò in lei un lieve cedimento. Presto però si fece risoluta. Con gli occhi fissi in quelli dell’uomo, accennò un sorriso come per assicurargli che tutto andava bene. L’uomo si sentiva a disagio. Quel sorriso gli gettava addosso l’intera responsabilità di quello che sarebbe accaduto. 

Vennero impartire le ultime istruzioni: sarebbero entrati scaglionati, un gruppo alla volta, in fila indiana, stava a loro decidere chi sarebbe entrato per primo. Sotto l’invocazione dello sguardo di Silva l’uomo si sentì vile. Temette una nuova crisi della ragazza. Non entrerà per prima, pensò, prenderò il suo posto. L’uomo si preparò a entrare, ma Tarchiato lo precedette, impaziente, eccitato alla prospettiva di aprire le danze. Si posizionò diligentemente sul tappeto decontaminante davanti alla tenda oltre la quale si apriva la sala grande. Sarebbe stato lui il primo. Il sollievo che l’uomo poté leggere negli occhi di Silvia gli diede la misura del suo terrore e lo ferì. Non poteva assicurarle nulla, non sapeva neanche lui cosa volesse dire dire andare fino in fondo. Poteva solo prometterle di scoprirlo prima che arrivasse il suo turno, solo questo. Tarchiato stava per entrare. Indossava già la mascherina e i suoi occhi sembravano farsi beffa del mistero dietro la tenda. Quando il suo gruppo tornerà indietro aggirerò il divieto di segretezza, pensò l’uomo, troverò il modo di farlo parlare. Silvia saprà cosa aspettarsi, si disse, glielo devo, perché l’ho spinta a restare.

 Ma adesso già tutti si avvicinavano alla tenda, scortando il primo gruppo in fila per entrare, con Tarchiato in testa, gonfio di orgoglio, la mascherina calata sul viso. La tenda venne sollevata e un sentore di fiori guasti, di terra esausta, di erba marcita, invase la sala. I cinque che erano rimasti indietro, investiti dall’emanazione putrida, istintivamente voltarono il capo alla ricerca di aria pulita. Gli altri, intenti ad assorbire l’orgoglio e lo stupore di Tarchiato, la sua sorpresa mista alla paura e alla fierezza, non mossero un passo. Solo quando lo videro scomparire dietro la tenda si dispersero, liberando il passaggio.  

Quando Silvia svenne, perché l’odore ormai le era come entrato dentro, quando Silvia cadde a terra, prima ancora di sapere quello che ora sapeva, l’uomo vide tutti loro, bardati nella tenuta medica, con indosso il camice, le cuffie, e le mani guantate, avvicinarsi a lei. Lambivano il suo corpo come tante creature lattiginose, una massa di lombrichi che si agitavano nella cassetta del compostaggio attratti dal cibo, addensati alla cieca lungo la superficie esposta delle sue emozioni. L’uomo non si era mai nutrito della paura di un essere umano, non aveva mai avuto di questi appetiti, non era mai stato un predatore, ma sapeva riconoscerli e capì a cosa stava assistendo. Quando Silvia riaprì gli occhi pensò che l’avrebbe raggiunta e portata via, in salvo. Ma quello che avvenne fu così veloce e inspiegabile da non lasciargli il tempo di reagire. Lei non oppose la minima resistenza. Come fosse loro complice, Silvia eseguì l’ordine impartito, nel più completo silenzio. Una volta indossata la maschera sollevò la tenda e balzò dentro senza la minima incertezza. L’uomo la guardò saltare giù, fratturato senza scampo dal suo silenzio. Rimase a guardare senza fare nulla perché allora non sapeva ancora quello che avrebbe scoperto di lì a poco. Ma ora loro erano tornati, quelli del primo gruppo. L’uomo aspettò che sollevassero la maschera per esserne sicuro, controllò ogni viso e attese finché non ebbe la certezza di quello che aveva temuto. Ora sapeva. Tarchiato non era con loro. Loro erano tornati indietro senza di lui. Silvia lo aveva capito, pensò l’uomo, non si era mai trattato di un invito perché non avevano mai avuto il potere di rifiutare. Il potere era sempre rimasto nelle mani degli altri. L’invito era un ordine. L’uomo si guardò le spalle. Cercò con lo sguardo gli altri compagni. Erano rimasti in cinque. L’invito era un ordine, ma lui aveva raccolto le stelle tra i capelli di Silvia, le teneva strette in pugno. L’invito era un ordine e lui si preparava a disobbedire. 

Emanuela Cocco

Emanuela Cocco, drammaturga, ha scritto monologhi, atti unici e drammi in cinque atti. "I ciechi" (2013, Nerosubianco edizioni; finalista a Per Voce Sola 2013), "Le madri atroci" (2012, Feltrinelli editore; audio dramma prodotto da Fonderia Mercury; scritto con Sandrone Dazieri), "Nuovi consigli alla piccola Peyton" ( 2011, audiodramma prodotto da M.I.L.K.), "Con Arido amore", Piero Gobetti (2011, in collaborazione con il Centro Studi Piero Gobetti), "Lulu, Ruud e le altre" (2010, Nerosubianco edizioni; vincitore di Per Voce Sola 2010), "Quando hanno steso il vecchio" (2009, Edizioni Corsare; finalista “Bianca Maria Pirazzoli” Teatro Libero di Bologna), "Nel giardino" (2006, Borgia Editore; 2014, Scena Muta; vincitore Donne e Teatro). Con la compagnia Franz BiberkOff Teatro ha messo in scena i suoi spettacoli, scritto e realizzato audiodrammi e Reading- spettacolo sulla narrativa e la poesia del Novecento italiano. Ha lavorato come operatore in unità di strada in progetti riguardanti il disagio giovanile e le donne vittime di violenza domestica. Nel 2015 ha dato vita a Dr. Script, un progetto itinerante di animazione alla lettura. È redattrice della rivista di drammaturgia “Perlascena-non periodico per una drammaturgia dell’oggi” Suoi racconti sono stati pubblicati su “Verde Rivista” e “L’Irrequieto”. Scrive di quello che legge sul blog congetturesujakob.wordpress.com . Sta per pubblicare il suo primo romanzo.

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