Lo sappiamo fin dai primi anni di scuola: c’è un’enorme differenza fra la fabula e l’intreccio. La fabula è quella che annotiamo su un foglio di appunti e che correggiamo a oltranza, finché non ci sembra che tutto torni, che la nostra prossima idea creativa stia in piedi e che sia originale ed equilibrata in ogni sua parte. La parte è quella che tradizionalmente è composta da una situazione iniziale, una complicazione centrale e uno scioglimento conclusivo. L’intreccio, invece, è l’incubo che inizia quando si finisce di pensare alla fabula.

Per scrivere una buona storia, infatti, non basta averla abbozzata in maniera magistrale. Non basta avere chiare le sue dinamiche interne, i suoi climax, la personalità dei personaggi che la popoleranno. Non basta nemmeno avere stabilito cosa includere e cosa no, da che momento del tempo cominciare e dopo quale evento piazzare l’ultimo punto. Perché ogni scrittore che si rispetti non si mette mica all’opera riportando pedissequamente gli eventi della fabula, per carità.

Non ha importanza che ci si occupi di sceneggiature, di poemetti, di romanzi, di canzoni, di racconti brevi o di articoli di giornale: da noi si pretenderà sempre quel pizzico di inventiva in più che riesca a stupire il lettore, che non si limiti a riportare i fatti ma che li stravolga, che li renda inaspettati, che si serva continuamente di tecniche tipiche ormai non solo della cinematografia. Flashback, analessi, digressioni, salti temporali e chi più ne ha più ne metta.

A nulla servirà obiettare che in molti prima di noi hanno finto di non conoscere nessuna di queste tecniche. Ad ogni esempio ci verrà risposto con una testimonianza uguale e contraria, che ci convinca volenti o nolenti a un piccolo salto di qualità. Tanto il grosso è fatto, hai stabilito le varie fasi della fabula: ora sarà un gioco da ragazzi destrutturarla, no?

Naturalmente. Un gioco da ragazzi proprio come a un giardiniere sembra rifare l’impianto elettrico di una casa, o a un insegnante tagliare i capelli. Agli addetti ai lavori, purtroppo, la faccenda sembra sempre più complessa, meno istintiva, facilmente trasformabile in un microdramma. E questo è, come si capirà da sé, l’ennesimo caso esplicativo.

Servirsi dell’analessi per anticipare alcune vicende, infatti, può avere numerose conseguenze negative e richiede fin dall’inizio una memoria e una padronanza della materia trattata non indifferenti. Non ci si può permettere sbavature, imprecisioni, ripetizioni, allusioni troppo dirette o, al contrario, troppo vaghe. Parallelamente, la prolessi presenta non poche difficoltà foss’anche solo nella sua posizione. Interrompere la narrazione con un episodio precedente rischia di distrarre e di ammazzare la suspense, nei casi più fortunati.

In quelli più sfortunati, invece, a un flash-forward o al suo opposto possono sovrapporsi senza che neppure lo si noti dei rallentamenti del ritmo dovuti a divagazioni ed excursus di vario genere. L’accoppiata diventa nociva specialmente se ci si trova ancora nella prima metà del manoscritto, sia esso di tre pagine, ventisette o quattrocento. Per destreggiarsi fra passaggi lontani fra loro e diversi per natura e velocità serve, d’altronde, una certa padronanza dell’argomento, che si raggiunge solo quando si è entrati nel vivo della storia.

Figuriamoci i danni di questo microdramma nel momento in cui ci si sposta addirittura da un piano temporale all’altro, segnalandolo poco o male a chi sta cercando di decifrare il nostro fil rouge. Basta un niente per smarrirsi nei meandri di un intreccio letteralmente inestricabile e a quel punto a nulla sarà valso il nostro talento nell’impostare la fabula.

Come sempre è bene interrogarsi quindi sugli accorgimenti da adottare per non smarrirsi in un mare di riferimenti intratestuali. Un consiglio è mantenersi parsimoniosi nell’uso di determinate strategie, alternandole fra loro con dinamismo ed evitando di farle accavallare a distanza ravvicinata. Un ulteriore suggerimento consiste, poi, nell’assecondare l’effetto sorpresa da un lato e, contestualmente, gli agganci logici più immediati fra le varie parti, a prescindere dal loro ordine di apparizione.

Infine, la dritta più importante: se proprio non siete in grado di venirne a capo e vi rendete conto che allontanarvi dalla fabula non è nelle vostre corde, mandate al diavolo chi insiste perché facciate così e puntate piuttosto sulla linearità per affermare la forza della vostra scrittura. Distinguersi dalla massa funziona e avere un microdramma in meno da risolvere ripaga sempre.

Eva Luna Mascolino

Eva Luna Mascolino è nata nel 1995 a Catania, dove si è laureata in Lingue curando la prima traduzione mondiale di "Cap Africa", una raccolta poetica del tunisino Moncef Ghachem. Dal 2016 si è invece trasferita a Trieste per studiare russo, francese e rumeno alla Scuola per Traduttori e Interpreti. Affascinata delle parole fin da sempre, nel 2010 ha vinto il Premio di Poesia Kivanis in un concorso locale e ha iniziato a collaborare con il quotidiano online "Voci di Città" nel 2011, di cui è stata caporedattrice e vicedirettrice. Nel 2015 ha poi vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto "Je suis Charlie" e recensisce adesso narrativa per il blog "Il Rifugio dell'Ircocervo", oltre a gestire la pagina facebook "Eva Luna racconta" e a essere in trattativa per una prima pubblicazione editoriale. Chiacchierona e assetata di risposte, ama viaggiare per l'Europa con fotocamera alla mano, guardare serie tv e strimpellare il pianoforte.

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