La settimana scorsa abbiamo affrontato il microdramma dello scrivere racconti in una contingenza storica e geografica il mercato editoriale non è favorevole, i lettori non sono numerosissimi e le ritrosie generali rimangano nell’aria trasparente intorno a noi. Oggi prendiamo spunto dalle difficoltà di quel genere letterario per parlare di quelle di un altro, ovvero della poesia.

Della poesia in che senso?, mi si chiederà. E proprio da qui iniziamo a capire che la faccenda è complessa e ostica. Della poesia intesa in senso pre-futurista, con schema di rime e di versi fisso? Della poesia come definizione di una scrittura sviluppata in verticale sul foglio? Della poesia come scusa per andare a capo quando se ne ha voglia?

Della poesia in ogni sua forma, direi, dato che ciascuna pone dei dubbi e crea microdrammi interiori in chi la compone. Partiamo dalla prima che è stata nominata, da quella che oggi sembra desueta e fin troppo aulica a pensarla in astratto, per gente ossessionata dai vincoli e che pur di rispettare il conteggio sillabico pubblicherebbe senza vergogna qualsiasi cosa.

Ecco, per la verità questa è una forma di poesia affascinante e raffinata, che potrebbe essere coltivata senza la necessità di suonare pomposi e artificiosi, se solo si ricevesse più fiducia nel proprio tentativo. Il fatto che non accada genera un microdramma che i più ingenui pensano di risolvere buttandosi in un’alternativa apparentemente semplice: assecondare la moda.

In altre parole, staccarsi a forza dalla tradizione e provare a superarla, a lasciarsela alle spalle per andare incontro al verso libero e sciolto. Ne viene fuori il più delle volte un tentativo buffo e zoppicante, per il quale ci si sente contemporaneamente colpevoli di avere scritto “a caso” e di avere però trascinato con sé anche retaggi di una maniera di esprimersi legata ai richiami fonici, per esempio.

Essere poeti al passo con l’attualità, d’altronde, significa non esagerare con le rime quando non sono necessarie, lasciare parole isolate per dare loro enfasi, servirsi della punteggiatura con significati nuovi e quasi simbolici, attingere alla quotidianità per temi e linguaggio, oltre che per lessico e metafore.

Il che può trasformarsi in un ulteriore microdramma, nel caso in cui vestire questi panni appaia poco consono alla propria personalità e spogliarsene sia impopolare al punto da non essere contemplabile, se si vuole continuare ad avere un pubblico interessato a certe forme. Essere (postmoderni) o non essere, insomma?

E, come sempre, la verità sta probabilmente in medio, ovvero nello scrivere e nel non scrivere quando non va, nello scrivere così e poi colì – non per dare un colpo al cerchio e uno alla botte, quanto piuttosto per non privarsi di opportunità e forme di espressioni che possono comunque alternarsi e dare spunti imprevedibili di volta in volta.

D’altronde, come capita sempre quando si è alle prese con una creazione, è impossibile ottenere consensi unanimi e sentirsi fieri fino in fondo del proprio operato. A contare di più è identificarsi con contenuto e forma, è sentirsi rappresentati dallo schema che si è scelto di seguire e non vittime di presupposti e aspettative provenienti dall’esterno. Dopodiché, se l’amalgama è convincente e autentico, può scuotere che sia in sonetti di endecasillabi con rima alternata o in monosillabi in fila indiana.

E,
se questo agli altri non sta bene
ugualmente,
che vadano
al diavolo,
o che scrivano da sé
quello che vogliono
sentirsi
dire.

Eva Luna Mascolino

Eva Luna Mascolino è nata nel 1995 a Catania, dove si è laureata in Lingue curando la prima traduzione mondiale di "Cap Africa", una raccolta poetica del tunisino Moncef Ghachem. Dal 2016 si è invece trasferita a Trieste per studiare russo, francese e rumeno alla Scuola per Traduttori e Interpreti. Affascinata delle parole fin da sempre, nel 2010 ha vinto il Premio di Poesia Kivanis in un concorso locale e ha iniziato a collaborare con il quotidiano online "Voci di Città" nel 2011, di cui è stata caporedattrice e vicedirettrice. Nel 2015 ha poi vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto "Je suis Charlie" e recensisce adesso narrativa per il blog "Il Rifugio dell'Ircocervo", oltre a gestire la pagina facebook "Eva Luna racconta" e a essere in trattativa per una prima pubblicazione editoriale. Chiacchierona e assetata di risposte, ama viaggiare per l'Europa con fotocamera alla mano, guardare serie tv e strimpellare il pianoforte.

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