Alla domanda Di cosa parla la tua storia?, si risponde sempre con difficoltà. Perché, certo, parla di questo e di quello, ma in realtà vorrebbe fare riflettere su quest’altro, e poi non c’è da dimenticare quell’altro aspetto. E perché si vorrebbe spiegare com’è nata l’idea, qual è lo scopo di tutto lo sforzo che si sta facendo, qual è il significato più importante dell’intero testo, per quale motivo si è scelto un titolo in particolare e così via.

Per elencare ogni dettaglio ci vorrebbe una conferenza intera. E così si ha la tentazione di replicare: poi lo leggi e lo scopri da te. Che per i non addetti ai lavori è la risposta di chi ha poco tatto, mentre per chi se ne intende è, in effetti, l’unica verità possibile. Non si riesce a cogliere il senso di un’opera, se non si accede al testo in prima persona e se non lo si gusta con il proprio ritmo.

Nonostante questo, di domande del genere nessuno scrittore si libererà mai davvero. Ancora peggio: in parecchie circostanze capita addirittura di dovere spiegare per iscritto di cosa ci si sia occupati. Quando si propone il testo a una casa editrice, quando lo si presenta a una rivista, quando si sta organizzando un tour di presentazioni, quando si è in contatto con eventuali traduttori del libro e perfino quando, ancora lontani dal vederlo pubblicato su uno scaffale, ci si sta occupando di una tesi di laurea, di un monologo teatrale o di una silloge poetica. In poche parole: sempre.

Scrittura e abstract, d’altronde, vanno letteralmente a braccetto. Non ci si libera della necessità di comprimere in mezzo pagina le elucubrazioni di mesi e mesi nemmeno se si è immensamente ricchi, fortunati o outsider. Regola vuole, quindi, che si impari ad avere a che fare anche con questo microdramma, possibilmente senza soccombere mentre ci si destreggia fra i vari In maniera sintetica si potrebbe affermare che…, Maggiori dettagli si possono trovare capitolo…, Naturalmente questo è solo un assaggio di quanto poi…, eccetera.

La difficoltà principale, se volessimo andare più per ordine, consisterebbe di sicuro nel costringersi a una scrematura: forse non è essenziale spiegare l’intero albero genealogico dei protagonisti, o i duplici significati di una determinata allegoria. Magari è sufficiente alludere a certe dinamiche, anziché descriverle nel loro svolgimento dalla prima all’ultima pagina, e specialmente non sempre è il caso di soffermarci sugli episodi che secondo noi sono più interessanti.

Una legge d’oro dalla quale sfortunatamente sgarriamo con facilità, non appena ci lasciamo un attimo trasportare dall’entusiasmo. E se, da un lato, la prima strategia vincente consiste nel non rivelare troppo, dall’altro lato è fondamentale tenere a mente che di qualcosa si deve pur parlare: non si può rimandare in eterno il giorno in cui si accennerà al finale o alla ragione per cui il manoscritto ha preso una direzione anziché un’altra, altrimenti si corre il rischio di fare annegare tutto in una mancanza di professionalità poco promettente.

Davanti a tanti veti, a tanti consigli e a tante etichette formali, è chiaro che la voglia di rimboccarsi le maniche e di arrivare fino in fondo alla propria sintesi finisce a volte per scarseggiare. Nessuno ci ha chiesto di redigere riassunti per mestiere, d’altronde, e non ci spieghiamo perché sia tanto fondamentale rientrare in quelle maledette venti righe, se non addirittura meno.

Ecco il momento giusto per impugnare la penna: quello in cui siamo noi a doverci convincere da capo del perché ci piaccia la nostra opera e del perché valga la pena farla conoscere ad altri. Siccome ci stancheremo presto di prenderne le difese, capiremo di non dovere per forza dilungarci granché e di potere spiegare il necessario con parole semplici e periodi brevi. In questo modo ritroveremo in fretta il desiderio di rimanere legati alla nostra creazione e magicamente avremo sotto i nostri occhi anche l’abstract che fino a poco prima era solo un miraggio.

Eva Luna Mascolino

Eva Luna Mascolino è nata nel 1995 a Catania, dove si è laureata in Lingue curando la prima traduzione mondiale di “Cap Africa”, una raccolta poetica del tunisino Moncef Ghachem. Dal 2016 si è invece trasferita a Trieste per studiare russo, francese e rumeno alla Scuola per Traduttori e Interpreti. Affascinata delle parole fin da sempre, nel 2010 ha vinto il Premio di Poesia Kivanis in un concorso locale e ha iniziato a collaborare con il quotidiano online “Voci di Città” nel 2011, di cui è stata caporedattrice e vicedirettrice. Nel 2015 ha poi vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto “Je suis Charlie” e recensisce adesso narrativa per il blog “Il Rifugio dell’Ircocervo”, oltre a gestire la pagina facebook “Eva Luna racconta” e a essere in trattativa per una prima pubblicazione editoriale. Chiacchierona e assetata di risposte, ama viaggiare per l’Europa con fotocamera alla mano, guardare serie tv e strimpellare il pianoforte.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *