È da un po’ che cerco il modo giusto di affrontare questo argomento, perché il solo pensiero di parlarne più di quanto già non sia costretta a fare mi mette i brividi. I verbi fanno sempre almeno un pizzico di paura di per sé, quando appaiono nella pagina bianca e ci si deve fare i conti per forza, perciò andarli a stuzzicare di mia volontà mi metteva un po’ in soggezione. Mi faceva sentire come una sorta di masochista.

Però, c’è sul serio da parlarne. C’è da affrontare questo mostro, da guardarlo negli occhi, da gridare al mondo quanto tremendo sia il microdramma che lo accompagna sempre. C’è da dirlo che è complicatissimo, quando si è a pagina novantasette del testo di cui ci si sta occupando, ricordarsi di non inserire un passato remoto perché non lo si è fatto fino a lì, o eliminare quei presenti di troppo dato che da due pagine si stava parlando al futuro anteriore. Una vera fatica, posso assicurarvelo.

Da dove partire per spiegare che questo, in ogni caso, non è assolutamente il peggio, se non dalla celebre consecutio temporum che almeno una volta, a scuola, qualche insegnante ci avrà sciorinato di punto in bianco in maniera velocissima, facendoci a stento capire in che lingua stesse parlando? In due parole, la consecutio temporum è una sorta di “etichetta” nel galateo della lingua, che richiede l’uso di alcuni tempi verbali specifici in una determinata proposizione subordinata, se nella principale ce ne sono altri – e viceversa.

Perciò, è scorretto dire Sapevo che verrai o So che saresti venuto, mentre le varianti accettate sono rispettivamente Sapevo che saresti venuto e So che verrai. E fin qui, chiaramente, è tutto molto intuitivo. Il problema sorge nel momento in cui alcune forme, benché corrette, inizino a suonare male. Ne è un esempio la traduzione di una breve frase latina che, tanto in quella lingua quanto nella nostra, a una prima lettura sembra quasi sbagliata: ho visto facilmente quanto mi amassi. Eppure, non c’è altro modo di esprimere correttamente il legame logico fra principale e subordinata, anche se qualsiasi scrittore che si rispetti passa almeno un quarto d’ora a provare comunque. Quanto tu mi abbia amato, quanto mi avessi amato… No, no. Quanto mi amavi, quanto mi stavi amando. Quanto mi stessi amando… Eccetera, eccetera.

E non è tutto, davvero. Ci sono delle situazioni ancora più scomode, per quanto si pensi che sia un’esagerazione. Tutte le volte in cui ci si impelaga con infiniti composti intransitivi retti da un verbo modale è letteralmente la fine. Che significa? Ebbene, in parole povere, significa dilemmi come questo: Lei avrebbe dovuto essere già lì oppure lei sarebbe dovuta essere già lì? Avrebbe voluto intervenire o sarebbe voluta intervenire? Avrebbe potuto sparire o sarebbe potuta sparire? Eccetera, eccetera.

Ora, in alcune grammatiche esistono delle vere e proprie liste di verbi che dovrebbero reggere l’ausiliare essere o avere, ma non sono sempre complete e non sempre sono affidabili, cosicché il dubbio persiste. Come si fa a scioglierlo? Ecco la gravità di questo microdramma: raramente si può.

Come regola generale, affidarsi ad avere è la scelta meno rischiosa, anche quando il testo sembra perderne un po’ in scorrevolezza. Nello specifico, poi, cercare di aggirare l’ostacolo modificando la frase o provando a coniugare il verbo in un altro tempo composto, per vedere spontaneamente quale ausiliare si utilizzerebbe, sono di certo ottime strategie. Apparentemente riduttive o semplicistiche, forse, però efficaci molto più di quanto si creda. Affiancarle a un post-it su cui annotare quale tempo verbale abbiamo preferito finora nella scrittura, per evitare di prendere una strada diversa all’improvviso, e a un buon ripasso di certi congiuntivi, può essere un vero toccasana contro tutti i verbi più insidiosi.

Quand’è che il mistero rimane irrisolto, quindi? In tutti i casi in cui, non appena si fa leggere un certo passaggio a terzi, anche loro iniziano a interrogarsi e a trovare la nostra decisione – per una ragione o per l’altra – meno adeguata rispetto alla sua variante. Trattandosi di situazioni limite, l’unico consiglio che si possa suggerire e seguire consiste nel riflettere su quale anche a noi, da lettori, sarebbe finita per sembrare la scelta più spontanea.

(O avrebbe finito per sembrare? Bah!)

Eva Luna Mascolino

Eva Luna Mascolino è nata nel 1995 a Catania, dove si è laureata in Lingue curando la prima traduzione mondiale di “Cap Africa”, una raccolta poetica del tunisino Moncef Ghachem. Dal 2016 si è invece trasferita a Trieste per studiare russo, francese e rumeno alla Scuola per Traduttori e Interpreti. Affascinata delle parole fin da sempre, nel 2010 ha vinto il Premio di Poesia Kivanis in un concorso locale e ha iniziato a collaborare con il quotidiano online “Voci di Città” nel 2011, di cui è stata caporedattrice e vicedirettrice. Nel 2015 ha poi vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto “Je suis Charlie” e recensisce adesso narrativa per il blog “Il Rifugio dell’Ircocervo”, oltre a gestire la pagina facebook “Eva Luna racconta” e a essere in trattativa per una prima pubblicazione editoriale. Chiacchierona e assetata di risposte, ama viaggiare per l’Europa con fotocamera alla mano, guardare serie tv e strimpellare il pianoforte.

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