Sarà strano da concepire, eppure ci sono scrittori di narrativa a cui non piace scrivere romanzi.  Non capiscono chi si affeziona ai personaggi al punto da non volerli lasciare andare dopo le prime dieci o venti pagine e ritengono fastidioso fermarsi insieme a loro a fare colazione, dovere conoscere perfino il punto in cui soffrono di più il solletico anche se non era nelle loro intenzioni iniziali e anche se specificarlo non arricchisce la storia.

Preferiscono di gran lunga i racconti, quelli che posso iniziare quando si hanno dieci minuti di ispirazione e che possono decidere come e quando troncare senza sensi di colpa e senza vincoli di lunghezza minimi o massimi. Sono scrittori a cui sembrano più efficaci le vicende che sanno esaurirsi in uno spazio limitato, perché magari non rientra fra i loro obiettivi raccontare l’epopea di un’intera generazione o di una società con le sue svariate classi sociali.

Possibilmente a loro basta indagare il dramma di una persona che è strana almeno quanto lo sono i suoi creatori, e poi metterci una croce sopra evitando di svelare di quanti metri quadrati sia la sua cucina o a che età abbia perso il primo dente.

Peccato che le case editrici del nostro secolo non siano granché d’accordo con questa visione. Potrebbe darsi che perfino loro siano appassionate di short stories, è solo che a detta loro vendono più i romanzi. Per tradizione, per pigrizia, per assenza di alternative? Non ci sono risposte certe in in merito.

Così, in generale ci limitiamo ad avere un paio di domande ancora irrisolte, specialmente per il fatto che spesso dai sondaggi emerge un forte interesse dei lettori nei confronti di molti classici che non superano le 80 cartelle editoriali (a volte di parecchio) o di pubblicazioni recenti piuttosto striminzite rispetto a certi standard. Un microdramma che si rivela dunque particolarmente ostico e a peggiorare il quale concorrono parecchi fattori.

Per fortuna, qualche segnale incoraggiante ad ogni modo esiste. Nei più importanti concorsi letterari degli ultimi anni, per esempio, l’Italia ha spesso premiato il valore di raccolte di racconti affiancate ad opere unitarie, così come si moltiplicano a vista d’occhio le riviste letterarie che diffondono online contenuti inediti dal carattere conciso e vibrante, partoriti da penne più o meno emergenti nel panorama nazionale (e non solo).

Anziché abbandonare l’impresa a priori, pertanto, si potrebbe provare a rivolgersi ad alcune realtà mirate, lontane dal caos commerciale della grande distribuzione che obbliga a percorrere dei sentieri prestabiliti e già collaudati, per provare a vedere fino a dove portano le strade alternative e godere di un confronto fra estimatori in grado, forse, di indirizzare via via il mercato verso nuove preferenze.

D’altronde, rimane sacrosanto il fatto che esistano microdrammi più angosciosi di quello in questione e che basterebbe magari trovare l’uditorio giusto per abbattere in tempi moderatamente brevi numerosi pregiudizi e per dimostrare il valore intrinseco del proprio operato, anche quando tradisce le aspettative dei più e si colloca in una posizione anti-convenzionale e anti-economica.

E, se davvero non ci si dovesse riuscire, esiste come sempre una scappatoia facile e indolore, nonché a dir poco astuta e salvifica. Si può iniziare a scrivere della frustrazione di un personaggio a cui sfondare con la forma del racconto non riesce affatto, nonostante gli svariati tentativi messi in atto, e senza neanche accorgersene ci si ritroverà ad avere riempito centinaia di facciate per il coinvolgimento e l’immedesimazione. Ed ecco il nuovo romanzo del secolo, con cui fare quadrare il cerchio e dimostrare il paradosso di ogni semiseria problematica di chi scrive.

Eva Luna Mascolino

Eva Luna Mascolino è nata nel 1995 a Catania, dove si è laureata in Lingue curando la prima traduzione mondiale di "Cap Africa", una raccolta poetica del tunisino Moncef Ghachem. Dal 2016 si è invece trasferita a Trieste per studiare russo, francese e rumeno alla Scuola per Traduttori e Interpreti. Affascinata delle parole fin da sempre, nel 2010 ha vinto il Premio di Poesia Kivanis in un concorso locale e ha iniziato a collaborare con il quotidiano online "Voci di Città" nel 2011, di cui è stata caporedattrice e vicedirettrice. Nel 2015 ha poi vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto "Je suis Charlie" e recensisce adesso narrativa per il blog "Il Rifugio dell'Ircocervo", oltre a gestire la pagina facebook "Eva Luna racconta" e a essere in trattativa per una prima pubblicazione editoriale. Chiacchierona e assetata di risposte, ama viaggiare per l'Europa con fotocamera alla mano, guardare serie tv e strimpellare il pianoforte.

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