Anche agli scrittori ancora alle prime armi o a quelli che hanno portato a termine solo un paio di storie sarà già capitato di arrivare al punto in cui c’è da battezzare un personaggio e di fare una pausa di durata variabile, assaliti dai dubbi e da centinaia di alternative. Fra i casi più frequenti in cui questo microdramma si manifesta, ho deciso quindi di segnalare i miei preferiti.

Il primo fra tutti è quello in cui persone vicinissime a chi scrive hanno dei nomi splendidi e potenzialmente riutilizzabili, ma che poi alla critica – e anche ai lettori più informali, incluse le stesse persone vicinissime di cui sopra – farebbero pensare a un tributo volontario e specifico nei confronti di una certa persona. Come se il merito della scelta fosse dell’affetto che lega al Leonardo o alla Alice di turno, quando magari è solo il nome a suonare meravigliosamente bene nel contesto. Ulteriore effetto collaterale sarebbe l’invidia di chi, fra gli intimi, non è stato scelto e comincerà presto o tardi a chiedersi: Cos’ha Stefano più di me? Sono forse meno simpatica di Miriam?

Poi, c’è il caso di una vicenda ambientata all’estero. Lì è divertente notare come le scelte ricadano su nomi e cognomi quasi sempre già inflazionati: Adam, Samantha, Esther, Thomas. E poi Johnson, Walker, Williams, Thompson, Green. Per il mondo anglofono, soprattutto, c’è l’imbarazzo della scelta fra i luoghi comuni. Di conseguenza, allontanarsi da terreni già tracciati risulta difficilissimo. Un cognome come Begum o Dixon farebbe storcere il naso, per non parlare di nomi come Aldous per gli uomini o Ghislaine per le donne.

Infine, due casi un po’ estremi, ma che comunque capitano meno di rado di quanto si pensi. Quello degli autori che hanno una vera e propria allergia per i nomi e che preferirebbero utilizzare dall’inizio alla fine solo pronomi come lui e lei. E quello di chi ha la mania per la suspense e preferirebbe non sbilanciarsi troppo, chiamando i personaggi con delle semplici iniziali: K., Z., J., H., Y., W., Q. Le quali, d’altronde, rimandano a nomi così diffusi da stuzzicare parecchio la fantasia dei lettori, non è vero?

Ora, sfortunatamente non esistono ancora dei vaccini contro queste patologie più o meno gravi, che comunque contagiano con gran facilità chi si sta cimentando con una trama e vuole a tutti i costi fare l’originale senza per questo risultare strampalato. Però, come sempre, non avrebbe senso raccontare di microdrammi tanto scoccianti se, nel frattempo, non si pensasse anche a una qualche soluzione per aggirarli.

In particolare, stavolta può bastare porsi una domanda secca: Sarei d’accordo a chiamare mio figlio Keshawn o mia figlia Hayleigh? Mi piacerebbe se qualcuno parlasse di loro definendoli solo con un pronome di terza persona o con una “P.”? Quando la risposta è no, probabilmente l’idea rimane da scartare anche nell’ambito della scrittura. D’altronde, i propri protagonisti sono sempre un po’ simili ai propri figli e non sarebbe giusto riservare loro un trattamento che invece, in sala parto, abborriremmo.

Dal momento, però, che de gustibus non disputandum est, può capitare che uno risponda candidamente sì alle domande qui sopra. Il che comunque non significa che la stragrande maggioranza sarebbe d’accordo. Come comportarsi, allora, di fronte a una preferenza non esattamente popolare, ma che entusiasmerebbe molto chi sta scrivendo? La risposta è: optare per un lieve compromesso. Preferire una variante più comune di un nome desueto senza scadere nel banale, allungare un po’ la sigla di un altro nome anziché servirsi solo dell’iniziale, o al contrario allontanarsi un minimo dai soliti noti procedendo sempre per assonanze, ma approdando a varianti un pizzico più di nicchia.

E, soprattutto, limitare allo stretto indispensabile i nomi di amici, parenti e conoscenti. Non solo per tutti i motivi già spiegati, ma anche perché – incredibile ma vero – c’è anche chi magari si irrita o si offende per la menzione. Se non riuscite a fare a meno in nessun modo di un Gabriele a cui tanto tenete o di una Noemi secondo voi azzeccatissima, che siano almeno dei personaggi secondari o, dove possibile, che diventino nomi di personaggi del sesso opposto rispetto alla realtà.

È la maniera più ingegnosa per evitare le denunce, parola di ex ingenua.

Eva Luna Mascolino

Eva Luna Mascolino è nata nel 1995 a Catania, dove si è laureata in Lingue curando la prima traduzione mondiale di “Cap Africa”, una raccolta poetica del tunisino Moncef Ghachem. Dal 2016 si è invece trasferita a Trieste per studiare russo, francese e rumeno alla Scuola per Traduttori e Interpreti. Affascinata delle parole fin da sempre, nel 2010 ha vinto il Premio di Poesia Kivanis in un concorso locale e ha iniziato a collaborare con il quotidiano online “Voci di Città” nel 2011, di cui è stata caporedattrice e vicedirettrice. Nel 2015 ha poi vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto “Je suis Charlie” e recensisce adesso narrativa per il blog “Il Rifugio dell’Ircocervo”, oltre a gestire la pagina facebook “Eva Luna racconta” e a essere in trattativa per una prima pubblicazione editoriale. Chiacchierona e assetata di risposte, ama viaggiare per l’Europa con fotocamera alla mano, guardare serie tv e strimpellare il pianoforte.

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