«Soffrire e piangere significa vivere» scrisse Fëdor Dostoevskij in Delitto e Castigo e, osservando più da vicino il vissuto dello scrittore, si potrebbe tranquillamente dire che ci sia tanto di autobiografico dietro un’affermazione simile. Infatti, volendo procedere per citazioni, la sua esistenza ha saputo incarnare alla perfezione il celebre «per aspera ad astra» ciceroniano. La sofferenza fu una costante nella vita di Dostoevskij ed è forse proprio per questo che i suoi romanzi riescono a penetrare l’animo umano come un bisturi, raggiungendo livelli di profondità tanto intimi da sembrare senza tempo, suscitando l’amore di un pubblico di lettori vasto e variegato.

Sin da giovanissimo, Dostoevskij dovette fare i conti con numerose tragedie. Dapprima la perdita della madre, morta di tisi nel 1837, quando egli aveva appena 16 anni. L’anno seguente si aggiunsero l’insoddisfazione e l’impossibilità di dedicarsi ai propri interessi, già da bambino infatti aveva dimostrato una grande propensione e una particolare sensibilità per la letteratura, ma seguendo il volere del padre, fu avviato alla carriera militare. Nel 1838, all’età di 17 anni, si iscrisse alla Scuola Superiore del Genio Militare di San Pietroburgo, dove frequentò la facoltà di ingegneria militare. Come se non bastasse, l’anno successivo fu segnato da un nuovo lutto, stavolta quello del padre, ucciso dai contadini alle sue dipendenze a causa del temperamento violento e tirannico che l’uomo usava nei loro confronti, specie dopo aver bevuto troppo. Lo shock che l’accaduto provocò nel giovane Dostoevskij fu così forte da scatenare la sua prima crisi epilettica, risalente proprio al 1839. L’epilessia fu un male di cui lo scrittore soffrì per tutta la vita e che spesso compare nella sua opera. Ne è affetto il principe Myškin, protagonista de L’Idiota, e Smerdjakov ne I Fratelli Karamazov simula un attacco per sfuggire all’accusa di omicidio. Le crisi del principe vengono descritte sotto una luce positiva, come momenti di profonda comprensione, in cui «tutti i dubbi, tutte le ansie e le agitazioni sembravano quietarsi di colpo, si risolvevano in una calma suprema, piena di armonica e serena letizia, di speranza, di ragionevolezza e di penetrazione suprema». Pare che, talvolta, non sia insolito che le convulsioni vengano precedute da ciò che gli esperti definiscono “epifanie”, fenomeni che coinvolgono la percezione del senso mistico e religioso del malato. Forse fu proprio questo motivo che Dostoevskij dichiarò di provare un’enorme felicità subito prima di una crisi, una gioia per lui così significativa che non avrebbe cambiato con nessuna delle altre gioie che la vita può concedere a un uomo. Eppure, dalla corrispondenza privata dell’autore la visione che emerge della malattia è ben diversa: «a ogni attacco perdo la memoria, la capacità immaginativa, le forze fisiche e spirituali» confessò allo zar quando gli indirizzò una lettera per persuaderlo a liberarlo dalla detenzione.

La prigionia

Tra le sventure che investirono la vita del padre di Delitto e Castigo figurano anche l’esilio e la prigionia. Ormai avviato alla carriera militare, il giovane Dostoevskij decise di continuare su quella strada, diventando prima ufficiale e poi sottotenente. Nel 1849 fu arrestato con l’accusa di partecipazione ad attività sovversive contro il regime zarista di Nicola I e perciò imprigionato e condannato alla fucilazione. La prospettiva della morte è un altro momento cruciale per lo scrittore, che anche stavolta ha lasciato traccia nella sua opera. La pena capitale fu infine commutata nell’obbligo all’esilio e ai lavori forzati in Siberia, ma la notizia fu comunicata al condannato solo sul patibolo, a pochi istanti da una fine certa e senza alcuna speranza di salvezza. L’esperienza fu un vero trauma, che ebbe come conseguenza un ennesimo, intenso attacco di epilessia e che portò lo scrittore a prendere a cuore il tema della pena di morte. Dostoevskij affidò nuovamente al principe Myškin, colpito dalla stessa sorte, il compito di dar voce all’angoscia dell’episodio: «A chi sa di dover morire, gli ultimi cinque minuti di vita sembrano interminabili, una ricchezza enorme. In quel momento nulla è più penoso del pensiero incessante: “se potessi non morire, se potessi far tornare indietro la vita, quale infinità! E tutto questo sarebbe mio! Io allora trasformerei ogni minuto in un secolo intero, non perderei nulla, terrei conto di ogni minuto, non ne sprecherei nessuno!”». Anche in Delitto e Castigo Dostoevskij ha speso parole in merito, affermando quanto l’uomo sia vigliacco e attaccato alla vita, quanto sia preferibile ai suoi occhi tirare avanti nelle peggiori delle condizioni, nella solitudine infernale, in un metro quadrato di spazio pur di non abbandonare la propria esistenza, la propria possibilità di vivere.

Successo e dolore

Nel 1854 fu liberato per buona condotta e gli fu restituita la libertà a patto che scontasse la pena servendo nell’esercito imperiale come soldato semplice. Nel 1857 sposò Marija Isaijeva e la sua emozione fu tale da scatenargli una violenta crisi. Da quel momento in poi si dedicò alla stesura dei grandi romanzi che l’hanno reso famoso, dapprima Memorie dalla casa dei morti, seguito da Umiliati e offesi Memorie dal sottosuolo. I problemi, però, non erano cessarono, anzi. Il vizio del gioco della roulette iniziò a farsi più invadente, impoverendo drasticamente le sue finanze, come accade ai personaggi di Il Giocatore. Il 1868 fu segnato da un’ulteriore perdita, quella della primogenita Sonja, che visse appena tre mesi e non a caso il tema della mortalità infantile fu inserito anch’esso tra le pagine de L’Idiota, dato alle stampe nel 1869. Qualche anno dopo venne stampato il romanzo I Demoni che consolidò la sua fama nell’ambiente letterario, fruttandogli l’elezione all’interno dell’Accademia delle Scienze di Russia. Nel 1879 fu la salute a tradirlo di nuovo: gli fu diagnosticato un enfisema polmonare. Nonostante ciò, Dostoevskij continuò a lavorare con passione, pubblicando I Fratelli Karamazov, che andò letteralmente a ruba. Le condizioni di salute dello scrittore si aggravarono all’improvviso proprio a causa dell’enfisema, che lo condusse alla morte nel gennaio del 1881.

Un’esistenza carica di tormenti e, al tempo stesso, di numerose gioie, quella di Dostoevskij. Un cammino difficile e in salita, ma costellato dalla scoperta di verità intime e universali, di turbamenti viscerali e angosciosi senza i quali, probabilmente, la sua incredibile opera non avrebbe mai assunto le caratteristiche che conosciamo e che amiamo. Dolore e verità furono quindi un binomio inscindibile per Dostoevskij che, malgrado tutto, restò sempre innamorato della vita, come scrisse nel 1870: «Nonostante tutte le perdite e le privazioni che ho subito, io amo ardentemente la vita, amo la vita per la vita e, davvero, è come se tuttora io mi accingessi in ogni istante a dar inizio alla mia vita […] e non riesco tuttora assolutamente a discernere se io mi stia avvicinando a terminare la mia vita o se sia appena sul punto di cominciarla: ecco il tratto fondamentale del mio carattere; ed anche, forse, della realtà.»

 

 

Chiara Trombetta

Chiara Trombetta è nata a Sora (FR) il 16 aprile del ‘95. Laureanda in Mediazione linguistica e culturale, scrive racconti e poesie. Legge fino a friggersi i bulbi oculari e spera di poter viaggiare tanto da sentire i crampi ai polpacci. Sorrisi, pallore e paranoia.

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