L’Italia è un paese magnifico (a detta dei turisti e dei politici in campagna elettorale), ma le tracce del suo burrascoso passato sono rintracciabili in modo inequivocabile nelle città di provincia, in particolare nel centro Italia, dove la Seconda Guerra Mondiale ha garantito ampi margini per le speculazioni edilizie in tempo di pace, portate avanti più per il piacere che se ne ricava dal fare una cosa con cattivo gusto piuttosto che dal rendiconto personale. Voglio dire che allo stesso costo e con lo stesso guadagno forse gli imprenditori edili tra gli anni 50 e gli anni 2018 avrebbero potuto realizzare opere più belle e intelligenti, rispettose del tessuto sociale e della storia che quei paesi o quelle città rappresentavano per noi tutti.
Uno tra i tanti esempi può essere la bella città di Chieti (alta), gioiellino romanico, medievale, moderno, ma di certo non contemporaneo, grazie alla mostruosa Chieti Scalo e agli orribili edifici degli anni 60 e 80 che si inerpicano inutilmente a velare le grazie nascoste del centro storico.
Lo sviluppo industriale della parte bassa ha causato un inaridimento della parte alta, che un giovane ragazzo che ho incontrato una volta a Venezia per caso sul vaporetto in direzione della Biennale (suona molto: sono figo solo io, ma in realtà lui era nettamente più figo di me) e che lavorava come infermiere all’Ospedale Santissima Annunziata ha definito con grande entusiasmo e voglia di vivere un cimitero di zombie. Ebbene in questo cimitero di zombie che è Chieti vi è un albergo (nel senso che c’è un solo e unico albergo) che volendo essere eccentrico ottiene il semplice risultato di diventare ancora più triste e privo di speranze.

Come ci si arriva: se non provvisti di veicolo motorizzato di proprietà, data la verticalità del paese potreste provare con asini o muli, se siete ricchi possidenti potete comprare qualche immigrato della zona volgare per ascendere nelle parti nobili di Chieti senza compiere troppo sforzo.

Come sono gli abitanti: chiunque non sia entrato nella gioiosa fase della vita che i sindacati e i politici si ostinano a proteggere nonostante ci siano sempre meno adulti (la parola giovani mi fa un po’ schifo) che si iscrivano tra le loro liste o li votino, chiunque non stia gioiosamente godendosi la demenza senile o la pensione, dico chiunque non avrà mai una pensione nonostante i dati dicano che la disoccupazione stia diminuendo, costoro vogliono solo scappare in qualsiasi altro posto dimenticato da dio o pippare inutilmente cocaina senza un fine ludico o lavorativo preciso, cioè puoi beccare gente che si fa una riga per strada senza motivo alcuno.
Non esiste un under 40 che non abbia sognato di lasciare quell’incubo di immobilismo e bruttura, malinconia di un passato veramente molto passato e delusioni per un presente dove il centro commerciale (un vero e proprio mostro bio-esistenzial-ecologico di nome Megalò) si erge a speranza per le generazioni future e affamate di disoccupati. Per cui gli abitanti di Chieti (alta) sono o vecchi orgogliosi di morire tra le aristocratiche mura di un’apocalisse che non vogliono capire oppure adulti confusi ed evasivi. “Solo che se nasci lì – come mi ha detto l’infermiere entusiasta, mentre andavamo alla Biennale – allora l’orizzonte complessivo del tuo mondo ti sommergerà, affogandoti, e scoprirai che far finta di nulla e passare alla storia come la generazione degli ignavi sarà la scelta migliore.”
Noi non crediamo che la situazione sia così drammatica, ma non siamo di Chieti.

Poli di aggregazione: Senza dubbio a Chieti ci sono strutture architettoniche di un certo interesse, La Villa Comunale, il Teatro Romano, etc…, ma come mi ha raccontato un altro mio amico (di cui non farò il nome, quindi userò uno pseudonimo), un certo Stefano Patrizio che ha i nonni che stanno a Chieti e forse anche qualche cugino, non ricordo bene, i poli di aggregazione sono pochi e rovinati dal nulla che aggregano.
Per esempio: La casina dei tigli un tempo era un bar quanto meno tipico, ma con la modernizzazione ha cambiato pelle diventando un postmoderno esercizio pubblico in cui si sosta per consumare bevande, dolci e cibi leggeri in ferro battuto e vetro (sì, intendo proprio i cibi leggeri in ferro battuto e vetro). I ragazzi vanno da quelle parti lì per fumarsi una canna o pomiciare con le proprie ragazze, ma a Chieti vi è una straordinaria percentuale pro capite di cani di minuscola taglia, che oltre che a spaccare la minchia coi loro acuti latrati da topo, scacazzano da tutte le parti. Se le deiezioni di un elefante sono immense e ben visibili, quelle di un cane formica sono microscopiche e si mimetizzano con le foglie cadute dei tigli impiastricciando irrevocabilmente le scarpe dei giovani, entusiasti giovani amanti di Chieti.
Forse il punto di aggregazione più importante della città è rappresentato dal corso, che va da La Villa Comunale al Teatro Marrucino. Lì c’è tutto, quel poco che c’è: pletora di bar, pizza a taglio, qualche ristorante, negozi di vestiti dove nessuno comprerà niente dato che c’è il Megalò.
Se non si fosse ancora capito Chieti alta è spocchiosa e nobile e di estrema destra.
Il raccordo autostradale tra Chieti e Pescara si chiama Asse Attrezzato.
È stata (e forse lo è ancora) un confine tra Mafia e Camorra.
Le glorie locali sono Fabio Grosso (allenatore ed ex calciatore italiano, di ruolo difensore o centrocampista, è stato campione del mondo con la nazionale nel 2006), Sergio Marchionne (dirigente d’azienda italiano naturalizzato canadese, noto a livello internazionale per aver guidato il profondo rinnovamento della FIAT) e Francesca Mambro (terrorista italiana ed esponente di spicco del gruppo eversivo d’ispirazione neofascista Nuclei Armati Rivoluzionari).

L’Albergo: si chiama Grande Albergo d’Abruzzo e se doveste trovarvi lì di notte potrebbe essere un problema capire dove sia situato, dato che della grossa scritta Hotel posta sulla facciata si illumina solo la “L”.
Questo albergo è un luogo ideale per suicidarsi, perché non solo Chieti non offre nulla se non noia e disillusioni, ma in questa struttura potrete trovare simpatici nani dentro a enormi piante grasse, il tutto condito da quel senso di cristallizazione che solo l’enorme, casuale montagna di oggeti kitsch e tappezzerie fasulle saprà produrre in voi come un improvviso desiderio di morte. Ah, se vi capitasse sul serio di sostare in questo hotel, vi prego non accendete l’acqua del rubinetto, inutili luci al led poste intorno al filtro dello stesso cominceranno a lampeggiare, determinando attacchi epilettici anche a chi vede sempre il bicchiere mezzo pieno.
Per il resto parlano le fotografie poste qua sotto:

 

Ferruccio Mazzanti

Nato a Firenze nel 1983. Ha studiato Filosofia. Lavora con gli studenti americani. Percepisce le cose in modo destrutturato. Ha fatto tanti, differenti lavori, alcuni anche strani, altri proprio normali. Fondatore di Infugadallabocciofila.it e Ilmondooniente.com. Molte collaborazioni con riviste italiane. Appassionato di Letteratura, Cinema, Filosofia, Sport, Malattie Mentali, Sociologia, Crittografia e Donne, cerca di tirar su uno stipendio per viaggiare e leggere. A volte ha paura di morire, come tutti d’altro canto. Altre volte invece si sente immortale. Ascolta musica. Annusa le cose e vi saluta sempre scuotendo la mano aperta.

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