Onestà intellettuale

Prima parte

di Ferdinando Morabito

 

“What remains #12” di Filippo Menichetti

Quando aprì gli occhi, Eduard non riconobbe subito il luogo in cui qualcuno lo aveva trascinato. Legato, imbavagliato, si scoprì più curioso che angosciato per quella situazione capace di spaventare a morte chiunque. Nemmeno il piccolo rivolo di sangue che gli stava colando dal sopracciglio destro, accarezzandogli la bocca, aveva il potere di inquietarlo.

Poco a poco iniziava a ricordare qualcosa, dopo i primi momenti di stordimento immediatamente successivi al risveglio.

Qualcuno lo aveva prelevato con la forza dal suo ufficio, mentre lui era intento a scrivere un’email, neanche troppo importante, a un suo vecchio cliente. Si ricordava di esser stato da solo, in quel momento, per cui probabilmente nessuno lo aveva visto, né sentito. Chissà se adesso qualcuno lo stava cercando, chissà da quanto tempo era lì, seduto e impossibilitato a muoversi e a chiedere aiuto, in quel posto misterioso.

Ricordò di aver sentito un rumore improvviso e insolito e che, prima di rendersi conto di cosa stesse accadendo, qualcuno comparso alle sue spalle lo aveva colpito sopra l’occhio destro, stordendolo, nell’istante in cui lui si stava girando di scatto. In uno stato di semi-incoscienza, come quando si sta sognando qualcosa e si ha netta la percezione che ci si sta per svegliare ma il corpo sembra non obbedirci, rifiutandosi di muoversi, egli aveva capito che qualcuno, probabilmente due uomini, stavano per portarlo via dalla stanza dove passava gran parte della propria giornata, per condurlo in un altro luogo.

Sapeva di essere da tempo nel mirino, da quando la sua società aveva fatto registrare un fatturato da capogiro, grazie alle strabilianti manovre del titolare dell’azienda, un suo zio paterno ambizioso e senza scrupoli. Ciò aveva generato le ire di alcuni ex soci, divenuti nemici giurati di quell’uomo abile e spietato e passati alla concorrenza senza però riuscire a scalfire il successo del loro avido avversario.

Eduard guardava con un certo distacco alle dinamiche in corso: diventare ricco non gli interessava granché. Lo zio però, scorgendo in lui il miglior alleato possibile, tanto preparato quanto ingenuo, gli aveva dato una posizione di assoluto rilievo, facendone di fatto il suo braccio destro, nonostante il timido tentativo di rifiuto del nipote. Tuttavia, l’investitura ufficiale ebbe luogo durante una cena di gala appositamente organizzata dallo scaltro imprenditore, che aveva finto di lasciare al nipote una settimana di tempo per decidere se accettare o meno il prestigioso incarico, e che in realtà, due sere dopo la proposta da capogiro fattagli, lo aveva presentato davanti a migliaia di persone come il numero due della società. Sapeva bene che Eduard non avrebbe mai avuto la forza, il coraggio e la lucidità per tirarsi indietro davanti a tutti, sconfessando pubblicamente quello zio invadente e dispotico, sebbene premuroso e sempre presente, che lo aveva allevato quando suo padre, il solo genitore che egli avesse conosciuto, era venuto a mancare.

Eduard sapeva bene che nonostante tutte le rassicurazioni dello zio c’era da avere paura. Improvvisamente, egli si trovava al centro di un colossale giro di denaro e di rancore, in un gioco pericoloso al quale mai avrebbe voluto prendere parte.

Adesso tutto sembrava tornare lentamente a galla nel suo tentativo impacciato di ricostruire le ultime ore della propria vita. Stava ragionando sulle possibili cause di ciò che gli era appena accaduto, quando rabbrividì ascoltando un diverbio acceso in una stanza contigua, relativo alle possibili conseguenze.

 

Seconda parte

“Fichi d’India” di Domenico Giovanni Della Rocca

“Dobbiamo liberarcene, ci stanno fottendo. Siamo due idioti, solo ammazzandolo possiamo davvero sparire senza lasciare tracce”, disse qualcuno poco distante. Un brivido percorse Eduard, che per la prima volta ebbe idea della gravità della situazione. In particolare, si rese conto di una verità lampante: era totalmente in balìa di chi lo aveva rapito.

“Aspetta, aspetta, ragioniamo!”, disse un’altra voce in risposta a quella che sembrava una sentenza di morte espressa dal primo rapitore. Eduard restava in ascolto, in attesa di qualcosa che nemmeno lui sapeva definire con chiarezza.

Dei passi risuonarono, secchi, decisi, nel corridoio. Comparvero due uomini incappucciati, entrambi con in mano una pistola. I due fissarono per qualche istante il loro prigioniero, respirando affannosamente; uno dei due poi scosse il capo e se ne andò da dove era venuto. Il rapitore rimasto al cospetto di Eduard distolse lo sguardo dal sequestrato, si grattò nervosamente il capo e sembrò immergersi immediatamente in un mare di pensieri. Il silenzio che li avvolgeva era gravido di incertezza. Quando questi parlò, Eduard riconobbe la voce di colui che aveva messo in discussione l’idea di ucciderlo.

“È un bel casino, mio caro”, disse con accento preoccupato il rapitore. Eduard non sapeva cosa rispondere: tutto gli sembrava irreale. Il suo interlocutore però riprese, come se stesse ragionando ad alta voce: “Non sembra esserci via d’uscita. Eppure, ci dovrà pur essere un’altra soluzione… peccato, hai aperto gli occhi quando non avresti dovuto…”, disse poi rimproverandolo. A quel punto, improvvisamente, Eduard si ricordò tutto: prima di perdere i sensi, aveva visto in faccia i due uomini che lo avevano portato via e li aveva riconosciuti. Erano due dei parcheggiatori del ristorante di suo zio, quel ristorante dove suo zio lo aveva nominato numero due della società. Ora si vergognò quasi di non aver riconosciuto subito la voce di Ermir, di colui che adesso gli stava davanti, incappucciato, senza quasi accorgersi dell’inutilità di quell’accorgimento.

Quel ragazzo gli era sembrato subito simpatico, sin dal primo momento, nonostante lo zio definisse un pezzente che non ci penserebbe un attimo a vendere la madre per cento euro. Eduard però non dava peso alle esternazioni dello zio, da sempre crudele nei confronti di chi stava più in basso di lui. Ermir in realtà aveva imparato ad apprezzare la gentilezza e la genuinità naturale che Eduard aveva sempre dimostrato, ma non aveva avuto il coraggio di sottrarsi alla richiesta di sequestrare una persona e aveva capito che quella persona era Eduard solo quando ormai non poteva più tirarsi indietro.

Il secondo sequestratore era un altro parcheggiatore, di nome George. Decisamente diverso da Ermir, sognava di abbandonare quel misero posto di lavoro da anni e aveva sempre detto che pur di raggiungere questo scopo avrebbe fatto qualsiasi cosa, anche uccidere un uomo. Di questo si ricordò, rabbrividendo, Eduard ora che Ermir gli parlava e lui non riusciva a raccogliere la necessaria concentrazione per ascoltarlo.

“Dannazione, riprenditi, ascoltami! Dobbiamo convincere George, ma prima ancora devi promettermi una cosa: se ti lasciamo andare dimentichi tutto e non dici una parola su di noi! E io lo so quanto vale una tua promessa! Moriresti piuttosto che mentire!”.

 

Terza parte

 

 

Ninna nanna (particolare) di Nicola Lonzi

Era sempre sembrato bizzarro a Eduard affrontare discorsi sull’onestà intellettuale con un parcheggiatore. Poi però pensava che Ermir era una persona, con le proprie idee, i propri progetti e la propria visione del mondo. Era stata l’unica persona con cui sapeva di avere in comune il culto dell’onestà intellettuale.

“Non ci rimane che quello: è la vera forza degli esseri umani. È in questo concetto che si può davvero capire il porgi l’altra guancia, la poetica di Tolstoj e il mito della non violenza. È in questo, nell’incapacità di tradire se stessi, nel rifiuto di ogni meschinità, anche a costo della vita, nel non concedersi a chi vuole annullarci come persone che sono racchiusi, tutti insieme, Gesù Cristo, Tolstoj e Gandhi!”, aveva affermato, visibilmente brillo, Eduard alla fine di quella cena che lo aveva eletto braccio destro dello zio. In quell’occasione, si era accorto che un vivo senso di commozione aveva scosso Ermir. In quell’istante, si sentirono come fratelli.

“Basta, facciamola finita!” esclamò George rientrando in stanza e puntando la pistola contro Eduard. “No, aspetta! Sei impazzito?”, disse con rabbia Ermir, mettendo la propria mano sul braccio di George e accorgendosi che questi stava tremando. “Il pazzo sei tu! Cosa dovremmo fare? È finita, siamo due stupidi, non avremmo dovuto accettare… ma ormai è fatta! Se non lo ammazziamo ci denuncia, e lo sai che faranno fuori noi entro un paio di giorni! Lo sai questo, vero?”, rispose George, che teneva la pistola puntata contro Eduard.

“Sì… sì, d’accordo. Ma non puoi essere sicuro che ci denuncerà, io credo che…” balbettò senza convinzione Ermir. “Non ci credi neanche tu, saresti un pazzo a crederlo!”, disse George, che aggiunse: “Levati, non devi farlo tu. Vattene, non abbiamo scelta!”. Con la mano sinistra afferrò la mano di Ermir poggiata sul suo braccio e si preparò mentalmente a fare fuoco. Il cuore gli batteva a mille.

“Aspetta!”, disse Ermir. Afferrò per le spalle l’altro sequestratore e lo trascinò nella stanza accanto.

“Diamogli una possibilità! Andiamo da lei… abbiamo scelto apposta questo rifugio…”.

“Smettila, è fuori discussione! Ho pensato di andare da lei per chiederle se ce l’avremmo fatta o no!”, rispose con enorme imbarazzo George.

“Già, ma hai avuto paura. e sai perché? Perché se ti avesse detto che sarebbe stato un fallimento le avresti creduto, è inevitabile che sia così! Non sbaglia mai quella maledetta strega!”, disse con enfasi Ermir, che ormai aveva capito di esser riuscito a convincere il suo complice.

“Ok, ma cosa chiederemmo, esattamente? Sei fuori di testa!”, disse George, col tipico nervosismo di chi ha appena deposto le armi in una disputa dialettica.

“Beh, è semplice: le chiederemo se Eduard ci denuncerebbe o meno qualora lo lasciassimo libero. Non ci serve sapere altro. Se dice di no, lo lasciamo andare, sennò…”, ma non ebbe il coraggio di finire la frase. “Sennò gli spariamo in testa! Io non mi faccio ammazzare per salvarlo!”, disse George, contraendo la mascella come un cane rabbioso.

Fu George, visibilmente angosciato, a bussare all’antro della donna. Eduard era stato messo al corrente di ciò che stava accadendo e tutto gli sembrava paradossale, come se si trovasse dentro un sogno, slegato dalla realtà. Un uomo imponente aprì la vecchia porta di legno, il cui cigolio sinistro inquietava sempre i visitatori e li introduceva nel regno della misteriosa creatura capace di leggere il futuro.

Ermir sentiva sopra le proprie spalle il peso di una enorme responsabilità, ma al contempo gli era chiaro il fatto che ormai avesse le mani legate. In quella partita fatale lui si era già giocato tutte le carte a sua disposizione e barare non era possibile. Una forza sovrumana assoggettava ogni essere vivente, senza scrupolo alcuno; il destino faceva il suo corso, incurante di ogni cosa, persino delle questioni di vita o di morte.

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