Numero 45

By This River

di Giampaolo Giudice 

 

“Iceland #1” di Saverio Photo

“Here we are, stuck by this river”

La brillante presunzione di sentirsi parte di qualcosa di unico, impareggiato ed impareggiabile dell’amore dei vent’anni, con quel retrogusto agrodolce di grossolana dipendenza. Quella sciocca presunzione dei vent’anni; quando sei rivoluzionario per natura, quando ti senti unico e speciale insieme ad un altro essere unico e speciale come te. Sembra un incontro miracoloso, fortunato ed irripetibile, prima che l’amore cominci a cambiare forma come luce di candela, come fiamma.
In fondo è fuoco, ed il fuoco non ha mai lo stesso contorno.
Così il bisogno di vicinanza, sentirsi completi muta forma e diventa altro. Diventa pazienza, rispetto ed accoglienza. Diventa calore e condivisione.
Col passare del tempo – e degli amori- alcune novità recidive perdono la cromatura, svelandosi per quello che sono: copie. Repliche fedeli, certo, ma mai originali.
Repliche fedeli ma mai originali. Certo che sarebbe bello conservare tutta quella poesia, la magia delle prime volte; ma sarebbe un po’ prendersi in giro. I primi incontri sono salvi, quelli sì, in loro la novità si conserva. Per quanto duri poco prima di lasciare il posto al balletto del conoscersi e del ritrarsi.

“Waiting here, always failing to remember why we came”

A questo si aggiungono gli anni che passano.
Non Sto più crescendo, ora è solo tempo che passa. I giorni si ammucchiano e rotolano gli uni sugli altri come la sabbia in una clessidra, senza più andare verso l’alto, senza una direzione. La crescita è finita, da qui si accavallano –fine- e tu finisci a passare il tempo a cercare di contenerli, a tenerli insieme al tuo meglio; senza nemmeno conoscere bene quale sia davvero il tuo meglio. Sono piuttosto sicuro che il mio meglio sia finito laggiù, da qualche parte fra le promesse che non ho mantenuto e tutte le sigarette che ho offerto. Dove non sono più abituato a guardare.

“You talk to me as if from a distance”

Aspettarsi senza incontrarsi mai. Pianeti di sistemi diversi ed orbite sconosciute.
A ben pensarci, siamo onesti: chi cazzo sono per te? Sai a malapena il mio nome.
Chi sono? Chi siete? Vorrei esserci senza esserci.
Questo è. Perché “esserci” diventa un macigno, una montagna da scalare. “Esserci” è un luogo pieno di aspettative massacranti.

“I reply with impressions chosen from another time”

Il desiderio di essere speciali per qualcuno di cui riconosciamo il valore, e la strisciante presunzione di giudicare l’altro con il nostro metro nell’assurda, infondata fantasia che qualcuno da noi ritenuto “dieci” ci valuti “dieci” a sua volta.
gettarci sopra altra musica, come palate di terra su qualcuno sepolto vivo. Perché sparisca alla svelta, perché smetta di guardarti, perché la finisca di parlarti.
Più terra, più veloce.
Così va quando usciamo dalla quotidianità della vita di chi abbiamo pensato di amare. Ti restano in mano solo frammenti sparsi di quel che ricordi, come schegge negli occhi. Specchio rotto del passato. Una clessidra con sabbia bagnata, ferma a quel momento e tu puoi solo ricordare in un sonno senza riposo, in mezzo agli scheletri di foto insepolte sugli scaffali. Così credo di essere diventato me. Una visione distopica del futuro ma un uomo che non smette di provarci: andare avanti.



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