Numero 43

Feuilleton Il francese inesistente – Epilogo

di Fabio Cardetta

Episodi precedenti

 

“Danube”di Mh-grafik

“Jules Klein era tossicodipendente, non solo un alcolista…”

Così aveva esordito Tub, raggiungendo Svetlan sulla balaustra della barca-ristorante Plka.

“Igor è appena tornato da Bruxelles, come mi hai chiesto tu. Anche se ancora non ho capito perché l’hai mandato, dato che il caso è ormai chiuso.”

Svetlan continuava a fumare guardando il fiume.

Tub riprese:

“Unico figlio, Klein ha sempre avuto rapporti conflittuali con i genitori… Pare sia scappato più volte di casa. Poi ha intrapreso i suoi viaggi e infine si è ritrovato qua. E qua è venuto a morire. Questo è quanto. Nulla di nuovo.”

Un lungo silenzio, uno di quei silenzi che ti fanno male alle costole, per quanto sono taglienti. Era stato un viaggio a vuoto quello di Igor, e forse il suo capo già lo sapeva.

“Sai perché l’ho mandato?” – fece Svetlan, evidentemente non aspettandosi una risposta.
“L’ho mandato perché io del caso non c’ho capito niente. Cioé, lo abbiamo risolto, certo: Srecko è in carcere. Ma dire che ci abbiamo capito qualcosa mi sembra eccessivo.”

Tub ascoltava, questa volta anche lui perso nei suoi pensieri, guardava l’acqua scorrere e scorrere.
Senza fine, come tutti i giorni, sempre uguale.

“Hai presente ciò che succede nei sogni?

C’è chi dice che i sogni siano ambizioni, paure o casuali collegamenti di elementi assorbiti durante la vita di ogni giorno. Ma c’è un ‘bug’ nel cervello, c’è una falla che capita a tutti noi.A volte sogniamo di rifare le cose che abbiamo già fatto, di dover ripetere gli stessi gesti. E questo ci terrorizza!… Casi che avevamo già risolto, esami che avevamo già superato… E tu ci sei sempre dentro. E sogni di essere sempre all’ultimo anno di scuola, all’ultimo esame, all’ultima fatica. E fai sempre lo stesso sogno, sei condannato a ripetere lo stesso gesto per l’eternità. Come se quei problemi non fossero mai veramente risolti…”

Un gabbiano sorvolò sulla zattera incatenata alla riva di fronte. Il fumo della sigaretta andava fondendosi a quello della nebbia, sempre più spessa.
“Stanotte ho sognato di non aver risolto il caso. E probabilmente lo sognerò ancora, altre notti, forse per molto tempo ancora”

“Bè, capita a tutti. Non credo dipenda dal caso” – improvvisò Tub, con un’intonazione esitante.

“No, non è così. Mettere alla gogna uno non è risolvere il caso. Le vite di Jules Klein e Srecko Simic non sono risolvibili. Possiamo solo punirne uno e seppellire l’altro. Ma fatto sta che è come buttare tutto nella spazzatura, non è risolvere il problema.”

“Questo è il nostro lavoro,” – fece Tub –  “non siamo Dio per occuparci di queste faccende. E sinceramente non vorrei essere nei suoi panni.”

Svetlan sorrise, come sollevato dall’improvvisa arguzia del compare.

“Perché?”

“Perché pure Dio deve avere il suo bel da fare a gestire tutto questo bel marasma che c’è in giro!… A volte pensiamo di poter risolvere tutto noi, quando alla fine nemmeno Lui, secondo me, sa bene che pesci pigliare…”

Le nuvole grige avevano ormai coperto tutta la superficie di cielo disponibile e la scarsa luce rimasta andava velocemente incupendosi  per lasciare spazio alle tenebre.  Svetlan capì che era arrivato il momento di ritirarsi.

“E con i tuoi compari di Bito, come hai risolto?”

“Le cose si sono risolte da sole” – fece Tub –  “Dusan non ha parlato e ha detto di essere caduto dalle scale. E i tizi di Bito hanno accolto con sollievo il fatto di essersi tolti di mezzo un pazzoide solitario che andava a trans, e che per giunta erano costretti a proteggere. A quanto mi è stato detto, pure Bito è stato contento di essersi tolto dalle palle una grana. Non dovrà più fare il badante d’un mentecatto solo per rispettare la parola data al padre.”

Svetlan annuì.

“Quindi tutto è bene ciò che finisce bene!”

Proiettandosi verso la fermata dell’autobus più vicina, e passando sotto la grande cupola della Chiesa Azzurra, Svetlan d’un tratto si fermò e disse:

“Non credi che dovremmo andarcene da questa città, e magari darci a un altro mestiere?”

Tub lo guardò, con un occhio paterno. Poi gli disse:

“E cosa cambierebbe? Almeno qui puoi fare il re. Altrove saresti uno dei tanti, un pesce fuor d’acqua. Davvero vuoi lasciare questa città?”

Svetlan rimaneva sempre allibito quando dalla bocca di Tub uscivano sentenze d’acume che mai ci si sarebbe aspettati da un omone a prima vista grossolano come quello.

“E tu non hai mai sognato di andare da qualche altra parte?”

“No” – rispose prontamente Tub – “Io ho sempre sognato di rifare le cose che avevo già fatto. Come in quei sogni. Ma a me non spaventa ripetere le cose. A te forse sì, a me no.”

E l’omone sfoggiò uno di quei sorrisi che, insoliti com’erano, provocavano negli altri un atroce scoramento. In quel sorriso si mostrava tutta l’ironia e l’umorismo acido di un uomo che era abituato a tenersele dentro, le cose.

Svetlan si sentì quasi di dover vomitare.

L’improvviso rimbrotto non scandito da parole gli arrivò allo stomaco. Non voleva farlo, non lì, non voleva farsi vedere.

Tub lo vide diventare pallido. E capendo che la cosa non gli avrebbe fatto piacere, lo lasciò senza dire niente alla fermata, incamminandosi verso il centro.

Svetlan tornò a casa e, stringendo i denti, riuscì a resistere.

La nausea gli passò.

Quella notte, di nuovo, sognò Jules Klein e Srecko Simic che parlavano, dialogavano, confabulavano in un linguaggio frenetico e sordo; e la trans Lucia che piangeva nuda sul suo letto, intrecciando le mani e tenendo nel palmo un ciondolo.

Si svegliò di soprassalto.

E capendo che non poteva fuggire, decise di sognarli ancora, quei simulacri e le loro ombre. E quando li ebbe sognati, a lungo, per alcuni giorni, senza interruzione, i fantasmi alla fine sparirono e non si fecero vedere più.

Da quel momento Svetlan continuò a pensare a loro (e non a sognarli), con affetto e devozione, quasi con un senso di nostalgia, per degli amici andati e perduti, che non avrebbe mai più rivisto e forse nemmeno sognato.


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