Numero 39

Feuilleton Il francese inesistente – Parte settima

di Fabio Cardetta

Episodi precedenti

 

“Autumn shading” di Domenico Giovanni Della Rocca

La vecchia madre di Srecko viveva in una dacia, una sorta di catapecchia, ai limiti del quartiere di Petrzalka, in un nugolo di casette dall’aria ucraina, con attorno cortili erbosi delimitati da staccionate. In quello della vecchia c’erano una mezza dozzina di galline e una capra, che guardava gli avventori come se fosse un cane da guardia. La signora era accucciata su un tronco tagliato a pulire fave, a sezionarle e a mistarle nei vari contenitori. Tub si accomodò sulla sedia sgangherata di fronte, come se fosse di casa. La vecchia lo guardò: le sembrò di aver già visto quell’omone, che tanto assomigliava a qualcuno della cerchia del figlio.

Tub non perse tempo:

“Signora, sono qui per parlarle di Srecko…”

“Che ha fatto questa volta?”

“Niente, crediamo che un suo amico abbia fatto una fesseria. Vorrei capire che tipi frequenta suo figlio e avere qualche informazione. Sono un investigatore privato.”
La donna spalancò le palpebre, per quello che potevano permetterle le montagne di rughe che le colavano sugli occhi.

“E che le devo dire?… Mio figlio frequenta solo brutti ceffi. D’altronde non potrebbe essere altrimenti. L’ha visto questo posto?”

In effetti intorno c’erano solo monnezza, resti di macchine scassate, casette con cortili identici e una strada sterrata che attraversava il villaggio.

“Lei è in pensione?”

“Sì”

“Che lavoro faceva?”

“Friggevo in un ristorante… Poi ho fatto la lavapiatti, e tanti altri lavori in cucina…”

“E suo marito?”

La donna guardò Tub come a volerlo compatire.

“Mio marito? Mi ha lasciato quindici anni fa, per seguire una puttana a Kosice!”

“Mi dispiace” – fece Tub, leggermente imbarazzato.

“Ma quale mi dispiace!” – ribatté la vecchia – “Meglio che se ne sia andato!… Era ubriaco tutto il giorno, mi picchiava e picchiava Srecko!… Quel figlio di una buona donna!”

Tub sorrise.

“Suo figlio lavora ancora come buttafuori al Cuban?”

“Sì!”

“E quando non lavora che fa? Gira a Bratislava, ha una donna, va da qualche altra parte…”

“E che deve fare?… Frequenta quei tizi tutti rasati… Poi va allo stadio, si ubriaca… E di donne ne ha avuta una qualche anno fa… Bella!… Si chiamava Marta, ma era pure lei una puttana. Meglio che lo abbia lasciato. Sicuro si è trovata uno ricco, mica come quel poveraccio di mio figlio!”

“E poi più nulla?” – rintuzzò Tub.

La donna sfoggiò un inusuale sorriso.

“Eh no!…Ultimamente mi ha detto che sta con una… Venne un giorno tutto contento… E mi ha detto che doveva andare in giro per comprare un regalo. “Per chi?” – gli ho detto io. E lui mi dice che è per la sua nuova ragazza, che è innamorato e si vuole sistemare. Pare sia una ragazza di periferia. Ma io mi chiedo, chi sarà mai questa?… Speriamo bene!… Speriamo che non si sia trovato un’altra puttana!… Però io non l’ho mai vista!”

“E sa di dov’è questa ragazza?”

“Ah, lui non me l’ha mai detto. Però mi dice che sta andando spesso a Trnava, ultimamente. E a Trnava cosa vuole che ci sia?… Solo chiese e puttane!… Speriamo che non si sia trovato un’ altra puttana!”

“Sa il nome?”

“Lucia, credo… O Lucilla, se non sbaglio!”
Tub estrasse di tasca il cellulare e mandò l’informazione a Svetlan, che sapeva essere su Trnava proprio quella mattina.

“E mi dica, signora, chi altro frequenta suo figlio? Intendo, di gente che lei conosce?”

“Mah, sicuro sempre con il cognato e la sorella… Pure quella!… Lo sa che è nata dal precedente matrimonio di mio marito?… Non dico niente per rispetto… Però pure quella non è proprio una santa, ecco!”

“E basta?”

“Beh, ogni tanto va a trovare il cugino a Sala… Ma giusto perché gli fa pena poverino!… Sa, già da piccolo era un po’ tardo di comprendonio. Lo prendevano come lo scemo del villaggio e lo picchiavano… Gli facevano fare ogni sorta di fesseria. Meno male che c’era Srecko che lo proteggeva!”

Un alito di vento più poderoso scombussolò i capelli della vecchia. Tub dovette riaccendere la sigaretta che nel frattempo s’era spenta.

La capra guardava tutto dalla staccionata, con gli occhi stretti e sospettosi.

“Signora, e questo cugino come si chiama… Dove posso trovarlo?”

La donna lo guardò sospettosa, quasi quanto la capra.

“Si chiama Alex. Le posso dare l’indirizzo. Ma ci vada piano!… Quello è un povero scemo che non farebbe male a una mosca. Eppoi è tanto tenero!… Pensi che Srecko e lui da piccoli sembravano quasi fratelli. Per gioco gli mettevamo gli stessi indumenti e… Avrebbe dovuto vederli!… Due gocce d’acqua!… Sembravano due gemelli siamesi!”

“Mi scusi, quindi questo cugino è da parte sua?”

“Sì, è il figlio di mia sorella Dominika…”

“Quanti fratelli siete in famiglia?”

“Eravamo in cinque: due maschi, i più grandi… una femmina… poi io e Dominika, che siamo nate gemelle.”

“Gemelle?”

“Sì” – fece la vecchia, chinando la testa di lato – “Perché scusi?”

A Tub passò una strana idea in testa che aveva a che fare con le intricate vicende interne alla famiglia di Srecko. Ma pensò che forse era tutto una sua fantasticheria e lasciò perdere.

Poi, dopo alcuni secondi, si disse:

“Perché no?”

Si ripromise allora di riprendere il cellulare non appena lasciata la vecchia. Avrebbe fatto un rapporto di tutto a Svetlan. Poi se la sarebbe sbrigata il capo a riallacciare i fili della vicenda.

Tub odiava scrivere i messaggi per telefono. Le sue mani erano troppo grandi e commetteva continuamente errori di battitura.
“Lo vuole un tè?” – fece la vecchia.

“No, signora. Sto per andarmene, devo fare molte commissioni.”

La vecchia lo guardò, realizzando come l’omone fosse riuscito ad accumulare un bel po’ di informazioni da quella semplice chiacchierata. Lo fissò, cercando di capire alla meglio cosa gli stava passando per la testa, poi bofonchiò:

“Se mio figlio ha fatto una cazzata grossa, mettetelo in prigione!… Forse è meglio che stia lì, che almeno sta tranquillo!… Lo sapevo che dal seme di quell’ubriaco teppista non ne sarebbe uscito nulla di buono!… Mettetelo in prigione, signore mio…e buttate la chiave, che qua fuori non serve a niente!”

La capra da lontano annuì.

Un altro alito di vento scombussolò i capelli della vecchia, e Tub si alzò, salutando con rispetto la donna:
“Arrivederci, signora.”

“Arrivederci!”
Il sole cominciava a picchiare a mezzogiorno.

Le galline friggevano al sole.

Tub decise di andare a mangiare.


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