Numero 37

Marlene corre sul fiume

di Donatello Cirone

 

“Studies about myself #7” di Germana Stella

Alla fine del corridoio piastrellato da mattonelle bianche e regolari si apriva un grande atrio, una balena spiaggiata e maleodorante, in putrefazione. Un atrio abbandonato al correre della vita che si sarebbe consumato negli anni come un cero pasquale spento illuminato dalla luce di una candela  lontana.

Tutto di lui era fermo, i muscoli, le ossa e il collo, le mani. Tutto in lui non vibrava più, tutto in quel preciso momento era come avvolto dal vento che spira nelle notti siberiane. Era fermo, Ernesto, in mezzo a quell’atrio popolato da una folla affamata di giustizia e di speranza. Spintonato, sbattuto di qua e di là restava in piedi a fatica, senza difesa, inerme come un tonno vivo davanti al sorriso di un sushi chef in astinenza. Sopraffatto dal tempo, in silenzio, fissava la porta che aveva di fronte, era come se da quella voliera sarebbe uscito un maestoso uccello, un pavone dorato, una fenicie che lo avrebbe portato alla rinascita. Lo avrebbe portato in una nuova terra, sotto un nuovo cielo di conquista, una nuova impresa area. Era fermo Ernesto, il cuore regolare batteva  per il solo gusto di tenerlo in vita, i polmoni si estendevano nella sua cassa toracica per il minimo sindacale, fegato e pancreas erano in sciopero, i muscoli delle gambe lo tenevano in piedi a fatica, la schiena era stanca, gli occhi semiaperti, le dita dei piedi molli, quelle delle mani distese verso il basso, le labbra secche, la punta del naso freddo come le caviglie.
Erano mesi che tutte le mattine per almeno due ore, in mezzo alla sala, Ernesto aspettava che da quella porta, da quelle scale apparisse Marlene, con il suo carico di speranza, con il suo carico di malinconia, con il suo viso astratto dal tempo e reso per sempre sorridente nella sua memoria. Sarebbe apparsa ancora Marlene vestita con le sue paure, con i suoi sogni innocenti, con i suoi brividi di piacere, con le sue gote scure, i suoi capelli forti come funi sul K2?
Sarebbe di nuovo apparsa Marlene da quella porta con i suoi piedi lunghi, i suoi fianchi larghi, il suo seno piccolo, le sue mani grandi?
Sarebbe di nuovo apparsa Marlene davanti agli occhi semiaperti di Ernesto che in mezzo a quell’atrio, dentro il ventre di quella balena spiaggiata aspettava la sua venuta?
Una sorta di attesa mariana, dove però niente era casto, niente era puro ma tutto colorato dall’attesa del vedere la sua schiena nuda, un rivolo di sudore sul suo collo, le sue labbra strette, i suoi occhi chiusi poi  aperti come le sue voglie, come il suo corpo, il suo ventre contorto, la sua anima disorientata dallo scontro tra i suoi reconditi desideri e la sua essenza già scritta, dal corso naturale dei suoi sogni – non tutti suoi, alcuni raccattati dall’abitudine, altri a pezzi raccolti in giro negli esempi vissuti, nei libri strappati, nella voglia di credere alla felicità, in quello strano senso di immortalità del “per sempre”. Tutto in lei era vibrante, tonico, pronto sempre allo scatto e allo scontro. Una lupa in difesa pronta ad azzannare tutto e tutti, i canini in bella vista, nascosti invece a tutti i suoi lembi di pelle, il suo ombelico, le sue cosce, i suoi polpacci, le sue scapole, tutto nascosto come, forse, la sua paura e i suoi inconfessabili desideri.
Ogni fibra del corpo di Ernesto desiderava di unirsi in volo con il corpo di Marlene che restava sempre nascosta a tutti e a lei stessa, desiderava di correre su un fiume in piena, ingrossato dalle piogge, scendere a valle incuneandosi tra le strette gole che lo tenevano lontano dal mare. Ogni fibra urlava e si annodava su se stessa, ogni fibra, ogni minuscola goccia d’acqua desiderava di liberarsi in mare, di mischiarsi al sale, di evaporare lontano per tornare sui monti a cavallo delle nuvole, cadere ancora, per altri mille anni sulle fronde degli alberi verdi, piombare nel vuoto  per tornare ancora una volta dentro il fiume in piena, e ripetere per l’eternità il ciclo dell’acqua. Ma non avevano diritto a quell’eternità, ma solo a piccoli momenti di luce, nel buio di giorni noiosi, di giorni tutti uguali, di emozioni piatte, di inutile momenti di allegria, erano destinati a vedersi correndo, tra il desiderio costante di un bacio e la paura, l’assenza di contatto, gli occhi sempre vigili dei carcerieri. Erano destinati alla menzogna e tutto quello che recitavano lo facevano sapendo che tutto sarebbe finito in un dimenticatoio lontano.
Ernesto aspettava in quell’atrio sporcato dalle lacrime di tanti, smacchiato dalle risate di pochi, aspettava Marlene che sarebbe uscita da quella porta come faceva sempre, sorridendo. Alla fine Ernesto, spintonato e sbattuto di qua e di là, sarebbe tornato alla vita, avrebbe di nuovo sorriso, il suo corpo sarebbe tornato a respirare, il suo cuore esploso in petto, tutto sarebbe diventato ancora caldo e vivo e ogni fibra del suo corpo sarebbe ritornato al suo posto nell’attesa di congiungersi, in volo, con le fibre nascoste di Marlene.

 

Murarono la porta chiudendola per sempre, l’atrio si svuotò.

 

Ernesto e Marlene corsero lontano dalle loro stesse fibre. Lontano dal fiume per scendere a valle dove il sale secca le labbra e il sole illumina i corpi.

Fondatore de L’Irrequieto, nato nella valle del Sauro, in Lucania,  nel 1986.
Ha pubblicato due silloge poetiche: La vita di una morte, LibroItaliano, Ragusa 2005 e Gl’oratori del nulla, Amorsog et Oream, Il filo, Roma 2007.
Scritti pubblicati su L’Irrequieto.

Donatello Cirone: donatellocirone@irrequieto.eu


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