Numero 36

Il racconto degli omini stilizzati

di Eva Luna Mascolino

 

“Lucid dream #3” di Siriana Crastolla

Tu immagina due omini, di quelli stilizzati, che si incontrano su uno sfondo bianco e si trovano simpatici. Capiscono che stanno camminando nella stessa direzione, non lo sanno, ma lo intuiscono, due omini stilizzati qualsiasi, con sole due gambe e due braccia ed un corpicino tutto nero. Uno è più alto (sarà il maschio), l’altro ha una massa di capelli incredibile, sarà la femmina.

Dopo un po’ che passeggiano, così, quasi a caso, l’omino più alto propone a quello con tanti capelli di proseguire assieme lungo la direzione di entrambi: in due si sta meglio, lo sanno tutti. Entrambi stanno portando un secchio, fino a quel momento il secchio è vuoto, perché gli omini non sanno come riempirlo. Poi, l’omino più alto propone di riempirli entrambi di fiori, portare ciascuno il proprio e tenersi per mano, con quella delle due rimasta libera. L’altro omino accetta, perché già da parecchi minuti aveva in mente un’idea simile (chissà che l’omino più alto non l’avesse capito?), così si mettono in viaggio.

Passa qualche ora, l’omino con più capelli è felicissimo e continua a raccogliere fiori, l’altro non è poi così sicuro della situazione in cui si è cacciato e, quasi senza volerlo, ad un certo punto, passando vicino ad una pozzanghera, riempie il secchio di acqua gelida e lo versa addosso all’omino che teneva per mano. Quello resta come paralizzato, poi inizia a gridare, l’omino più alto scappa via.

Devono passare parecchie ore prima che l’omino con tanti capelli riesca a riprendersi, ad asciugarsi, a superare lo shock: l’acqua fredda addosso è tremenda, soprattutto se non te l’aspetti, soprattutto se stai raccogliendo fiori e tenendo per mano qualcuno. Nel frattempo, l’omino più alto si guarda indietro e lo vede. L’altro omino, intendo. Lo vede per la prima volta, anche se l’aveva guardato sempre. Lo vede e vuole tornare indietro, di corsa, perché in effetti si è pentito di quel che ha fatto, la mano stilizzata dell’omino pieno di capelli inizia a mancargli.

“Ehi, sono io, mi riconosci?”, dice l’omino più alto al suo vecchio compagno di viaggio, quando riesce a raggiungerlo, dopo essere rimasto per un po’ in silenzio. E’ pieno di cicatrici, addosso. “Guarda cos’ho fatto per te, lo vedi? Sono pieno di graffi, ho corso per raggiungerti, adesso però sono tornato per restare, noi andiamo nella stessa direzione, io voglio camminare con te, ti prego! (l’altro resta in silenzio, incerto sul da farsi) Ecco, guarda, ho anche portato un secchio più grande, ti piace? E’ enorme, possiamo riempirlo di fiori, tutti quelli che vuoi, lo porterò io, tu non dovrai fare nulla, solo tenermi per mano, ti va ancora?”

L’omino con tanti capelli ha il cuore tenero, e la mano stilizzata del suo unico compagno era meravigliosa, e lei si era ormai affezionata a lui tanto da potergli perdonare qualsiasi cosa. Accetta, con il cuore in mano (anche questo stilizzato, un punticino nero sul corpo, a metà strada fra gambe e braccia), e si affida all’altro omino. Nei primi minuti va tutto bene, i due canticchiano, sono allegri, si tengono per mano.

Dopo un po’, però, per quanto affiati i due continuino ad essere, all’omino pieno di capelli inizia a sorgere qualche domanda. Il secchio portato dall’altro si trova lontano dai suoi occhi, i fiori continuano ad essere raccolti sempre, la maggior parte delle volte li raccoglie perfino l’omino più alto, ma quello che regge in mano resta pur sempre un secchio, di cui il contenuto non è visibile, e che una volta conteneva acqua gelida. Questo timore, un po’ irrazionale, è alimentato dal fatto che lui, l’omino più basso, non sta portando nessun secchio e sta lasciando che il carico sia tutto nelle mani dell’altro. Qualche volta, quindi, quando devono lasciarsi la mano perché l’omino più alto deve telefonare a qualcuno e gli serve un arto, o scrivere lunghe lettere (è un omino tanto impegnato, all’omino con la massa di capelli lui sta simpatico anche per questo), l’omino più basso torna ad avere paura. Non è un sentimento che riesce a controllare: è trattato benissimo, si sente felice, al posto giusto nel momento giusto, con l’omino giusto, eppure…

Capitano momenti di terrore, inspiegabili apparentemente, e capitano sempre più spesso. L’omino più basso non vorrebbe parlarne con l’altro, si vergogna delle proprie debolezze e crede di poter

riuscire a superarle da solo, ma, ad un certo punto, l’immagine mentale del secchio d’acqua gelida è tanto nitida da provocargli i brividi. All’omino scappa di esclamare: “brrr, che freddo!”.

“Perché hai freddo?”, gli chiede l’altro. E l’omino non sa bene cosa dire, ormai ha manifestato un sintomo di malessere, che è stato liberatorio, certo, ma che adesso lo mette in una posizione scomoda. L’omino è nel panico, non sa cosa rispondere, tenta di mantenere la calma, di essere lucido, di dare una spiegazione il più possibile veritiera. “Ti sei preso il mio coprispalle e mi è venuto freddo”. L’altro omino resta basito. “Ah, è colpa mia? Ma se tu stesso mi hai detto di sentire caldo, poco fa? Non me lo sarei preso se non me l’avessi detto tu, non trovi? Ecco, tieniti pure il coprispalle, ma non lamentarti più”.

L’omino con tanti capelli si rende conto di aver ferito l’altro, pur senza volerlo: in effetti, il freddo può essere provocato da tanti fattori, il mancato coprispalle avrebbe potuto essere uno di quelli, ma forse non lo era e, in quel modo, l’omino più alto si era solo sentito ingiustamente accusato. Non aveva tutti i torti, dopotutto.

L’omino capelluto si ripromette di non cadere più nello stesso errore, ma il secchio d’acqua continua ad imperversare nei suoi pensieri come una spada di Damocle, tanto più che lui e l’altro omino devono lasciarsi la mano per minuti sempre più lunghi, non perché lo vogliano, ma perché non possono proprio farne a meno. Allora, non appena ne ha la possibilità, l’omino capelluto stringe la mano dell’altro in maniera esagerata. Qualche volta gli si butta perfino addosso senza preavviso. Si rende conto che l’altro potrebbe stancarsi da un momento all’altro di quel pesante secchio e pensare non valga la pena di portarlo per lei (per l’omino femmina) fino in fondo, di restare con lei fino alla fine, così realizza di non avergli ancora fatto capire del tutto quanto tenga a lui: non vorrebbe si facesse troppo tardi, non vorrebbe sprecare altre occasioni, vive ogni istante come fosse l’ultimo, stringe forte la mano e lo abbraccia di continuo, rallentando il cammino di entrambi.

L’omino più alto resta talvolta perplesso da questo atteggiamento: lui è tranquillo, prosegue con il giusto ritmo, più il secchio si fa pesante più lui è soddisfatto di portarlo, per lei e con lei, ma lei continua a credere possa tramutarsi in acqua gelida, qualche volta arriva perfino a sognarlo, ed una notte le tremano le gambe per la paura. L’altro omino se ne accorge.

“Perché tremi?”, le chiede. E l’omino non sa bene cosa dire, ormai ha manifestato un sintomo di malessere, che è stato liberatorio, certo, ma che adesso lo mette in una posizione scomoda. L’omino è nel panico, non sa cosa rispondere, tenta di mantenere la calma, di essere lucido, di dare una spiegazione il più possibile veritiera. “Stiamo andando troppo veloci e non pensiamo più l’uno all’altro, tu qualche volta non mi guardi nemmeno e continui a percorrere i tuoi passi, come se io non ci fossi”. Questa volta ha esagerato. Non si è proprio saputo spiegare, l’omino pieno di capelli. “Io sto portando questo secchio, lo vedi? Questo secchio sempre più pesante, zeppo di fiori per te, lo sto portando io e non me ne lamento, eppure non rallento troppo il passo per non annoiarti! Prima o poi dovrò pur stare attento a dove cammino, no? Come puoi rimproverarmi perché non sempre ti guardo quanto vorresti, o perché non ti tengo la mano mentre ricambio un saluto da lontano?”

L’omino con tanti capelli si rende conto di aver di nuovo ferito l’altro, pur senza volerlo, e questa volta in modo ancora maggiore: in effetti, il tremolio alle gambe può essere provocato da più fattori, il troppo camminare avrebbe potuto essere uno di quelli, ma forse non lo era (anzi, non lo era davvero) e, in quel modo, l’omino più alto si era solo sentito ingiustamente accusato. Aveva del tutto ragione, dopotutto.

La situazione rischia di diventare insostenibile: l’omino con tanti capelli non controlla cosa ci sia nel secchio da un po’ di tempo, non che l’altro non ci faccia caso, ma talvolta davvero quel secchio finisce per essere dato per scontato e non diventa oggetto dei loro discorsi, nonostante tanti fiori bellissimi vengano ancora raccolti, rendendo entrambi gli omini felici. Divorato dai sensi di colpa ed incapace di liberarsi, però, della propria paura, l’omino più basso si sfoga una terza volta. Vuole parlare apertamente, una volta per tutte.

Dopo tanti giri di parole, riesce a dire la verità all’omino più alto. Ho paura che tu metta acqua gelida nel secchio, gli dice. Perché ho paura i fiori ti pesino troppo, ho paura che tu possa restarci male, se io non porto nessun secchio e mi ostino a restarti vicino. A me piace la tua mano, mi piace camminare

con te, ma ho paura che a te dopo un po’ tutto questo stanchi, mi aiuterebbe se tu mi aiutassi a ricordare quanti fiori ci sono là dentro, di tanto in tanto.

L’altro omino non capisce: non fa già abbastanza, per lei? Non ha già dato sufficienti dimostrazioni di quanto sia bello quel cammino insieme, nonostante le volte in cui lei gli stringe la mano troppo forte, o lo abbraccia senza motivo fin quasi a soffocarlo? Che altro pretende? Ancora più fiori? O che non si parli d’altro, lungo il cammino?

L’omino pieno di capelli non sa bene come spiegarsi, poi, grazie al cielo, con un po’ di ritardo, trova le parole. “Io non voglio che tu raccolga più fiori, o che ne colga di diversi da questi. Non voglio che tu li getti via, non voglio che tu rovesci il secchio, o lo rivernici, o lo avvicini ai miei occhi. Mi sta benissimo quello che fai, io adoro quello che fai, perché tu sei un omino stilizzato meraviglioso per come sei, non vorrei mai cambiare niente di te, neanche nel modo in cui mi dimostri il tuo affetto. E’ che io non riesco a fare a meno di pensare a quel secchio d’acqua, di tanto tempo fa. E so che tu sei tornato pur di camminare con me, ho visto le cicatrici, vedo il peso che tu porti per entrambi fino ad oggi e la mano che mi tieni con dolcezza, ma talvolta non mi basta, continuo ad amarti come se tu dovessi scappare da un momento all’altro, ti amo all’ultimo secondo, e perdo il conto degli attimi fino ad esserne ossessionata, anche quando tu mi raccogli fiori bellissimi, per me potrebbero essere gli ultimi, o potrei dimenticarli perché la nuvoletta sulla mia testa con dentro il pensiero dell’acqua gelida mi fa dimenticare tutto. Io non voglio vivere preda della paura e non voglio chiederti di cambiare secchio, o quantità e qualità dei fiori. Voglio che tu resti quel che sei, ma, ti supplico, aiutami ad amarti come se non dovessi andare mai via da me. Insegna alla mia mente che l’acqua gelida s’è asciugata e non mi bagnerà di nuovo, io da sola talvolta non ci riesco”.

L’omino più alto, adesso, afferra il senso della questione. “Ma cosa dovrei fare, insomma? Sei così sicura che io ne sia capace?”. “Vorrei solo”, risponde l’altro, “che, se dovessero regalarti una fotocamera nuova e tu, in mezzo a questo sfondo bianco della nostra vignetta, non sapessi cosa fotografare per inaugurarla, immortalassi magari quel secchio pieno di fiori e me ne dessi la fotografia. Se capita, dico. Se a te va e viene in mente di farlo. Vorrei solo”, prosegue, “che, se dovessimo fermarci un attimo perché io devo rispondere ad una telefonata, ed a te viene in mente, potresti scrivere col tuo piede stilizzato la parola ‘fiori’ davanti a noi, sul terreno. Vorrei solo che, nei momenti in cui hai un minuto in più del tuo tempo, o un pizzico di voglia in più nella tua mano nella mia, non ti trattenga, ma anzi, mi parli del calore del sole, per farmi passare di mente il gelo dell’acqua sulla pelle. Solo qualche piccolo espediente, quello che preferirai. Non ti chiedo di fermarci, se andiamo veloci. Non ti chiedo di tenermi più a lungo la mano quando devi scrivere, e scusami se talvolta ho esagerato. Non ti chiedo di cambiare. Ti chiedo di rinfrescarmi la memoria, di coccolarmi le paure, quando ti sembra possa essere per me un momento critico. Non vorrei mai che tu lasciassi la mia mano. Ricordami che non lo farai, insegnami ad amarti come tu fai con me: come se davvero dovessimo arrivare fino alla fine insieme, con tutto il tempo del mondo a disposizione e nient’altro in questa vignetta, se non i nostri due corpicini stilizzati, il tuo più alto, il mio pieno di capelli.

Perché io ti amo”, concluse.

In maniera un po’ teatrale, si dirà, ma certamente sincera.

Di nuovo con il cuore in mano – anche questo stilizzato.

Un punticino nero sul corpo, a metà strada fra gambe e braccia.


freccia sinistra freccia


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