Numero 34

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Dietro le quinte

di Eva Luna Mascolino

 

“Primi colori” di Nicola Lonzi

Era la metà di luglio del 1902.

Lei, discreta compagna dei miei accorati deliri peripatetici al limite della pineta, mi stava seguendo anche quel giorno con passo felpato, instancabile e riservata.

– Vorrei tanto scoprire quali pensieri vi rendono tanto silenziosa, oggi – la provocai a un tratto.

Lei sorrise abbassando lo sguardo, poi replicò con un’altra domanda.

– È vero quello che dicono, signore? Che voi scrivete poesie?

Questa volta fui io a sorridere. – E chi lo dice, madame?

– Non saprei, ma lo dicono. Pare abbiate pubblicato già delle opere, secondo i più. Perciò riflettevo su questo: vi conosco da così poco tempo da non potermi accertare di persona che dicano il vero, Gabriele, e ho solo la vostra parola su cui contare…Continue reading

 


Marlene

di Donatello Cirone

 

“Un’amazzone nella stanza dei balocchi #1” di Germana Stella

Le sedie, che solo due giorni prima gli sembrano comode, erano diventate stranamente scomode, dure. Di fronte al suo viso stanco, Bianca parlava, un infinito elenco di sillabe che sbattevano contro la sua faccia senza interesse.  I suoi corti capelli le coprivano le orecchie, era forse per questo che non riusciva a sentire le parole di Ernesto. Bianca non ascoltava, non parlava delle sue emozioni, copriva i silenzi e a volte rideva, Ernesto cercava nel volto di Bianca quello di Marlene che era andata via, per sempre, in un altro continente, lontana dalle strade che avevano percorso insieme, dalle attese divise. Se n’era andata via felice, Marlene, con il suo solito sorriso che avrebbe illuminato perfino le anime più buie.

Ernesto e Marlene, a una fermata di un bus sempre in anticipo,  si incontravano tutte le mattine, prima della noia delle parole sputate, prima delle geremiadi vomitate in faccia, prima della solita inutile parte da recitare, il solito copione, la solita strofa da cantare, prima del sopraggiungere della paura del domani. Si incastravano le loro anime come pezzi di un  puzzle perfetto ma solo per quelle pause dalla vita. Solo in quell’ora d’aria, nascosti al mondo e chiusi dentro una bolla di sapone. Era come se le loro anime innocenti parlassero una nuova lingua che loro stessi non conoscevano, rimanevano a volte in silenzio, senza nulla da dire, sovrastati dal rumore del mondo.  Non avevano confessioni da fare, non c’era nessuna segreta avventura da raccontare, c’erano loro che si bastavano. C’erano i sorrisi di Marlene che illuminano le cose create: le auto, le malinconie, le speranze e le delusioni, il prima e il dopo, le ansie, le mancanze. Marlene era caduta nella vita di Ernesto come una cometa, uno strascico di luce e il naso all’insù, l’emozione, lo spazio e il vuoto, e poi un meraviglioso ricordo, senza delusioni, senza tristezza, una cometa, un passaggio e lo scorrere della vita…Continue reading

 


Gravity

di Giampaolo Giudice

 

“Piccolo Sud #48” di Emiliano Cribari

“It’s been a long time coming”

Ci sono parole giuste? Incantesimi di suoni per tenere vicino le persone che vorremmo contare nei nostri giorni.

“the way that gravity pulls on everyone”

Parliamo e nascondiamo qua e là pezzi di noi nelle frasi che pronunciamo.
Messaggi di cui ignoriamo il reale destino quando li affidiamo a quello stesso vento da cui nascono. Messaggi in bottiglia lanciati e lasciati in balìa delle correnti. Certe volte siamo noi a riceverli, roba lasciata sulla sabbia dalle onde arrivate da un mare con un altro nome. Che tu sei lì a guardare le foglie cadere ed improvvisamente sei un po’ più vecchio. E non sai bene se sia un bene o un male, da quel momento sei tu, ma non sei più il tu che ricordavi un attimo prima, ed ora non puoi farci nulla. Non hai mai potuto farci nulla.

“ ’cause I can’t help thinking, and I can’t look down.”….Continue reading


Feuilleton Il francese inesistente – Parte terza

di Fabio Cardetta

Episodi precedenti

 

“Seven Sisters Crossroad #4” di Bartolomeo Pampaloni

La scacchiera si stagliava sulla piattaforma nera lievemente illuminata da una luce bianca. Su di essa incombeva la sottile ombra seduta e con le braccia spalancate che guardava in giù come un eremita. Di fronte a lui la figura imponente di Tub, che lo fissava dall’alto con una faccia pallida, la solita, le mani dietro la schiena e l’espressione stranita.

“Voglio sapere tutto di questo Klein. Comincia.”

L’omone cominciò:

“Jules Klein, 28 anni. Ha lavorato negli ultimi tre mesi per la Tecnifom, settore vendite. Era bravo, vendeva parecchio, dicono i suoi colleghi. Ho parlato con il suo manager: mai avuto un problema. Era un tipo che si faceva i fatti suoi, abbastanza discreto riguardo alla sua vita privata, qualche battuta divertente per accattivarsi la simpatia degli altri, parlava poco, il necessario. Dei colleghi frequentava solo due uomini sulla trentina. Anche loro non mi hanno detto granché: un caffè…Continue reading


Onestà intellettuale  –  Prima parte

di Ferdinando Morabito

 

“What remains #12” di Filippo Menichetti

Quando aprì gli occhi, Eduard non riconobbe subito il luogo in cui qualcuno lo aveva trascinato. Legato, imbavagliato, si scoprì più curioso che angosciato per quella situazione capace di spaventare a morte chiunque. Nemmeno il piccolo rivolo di sangue che gli stava colando dal sopracciglio destro, accarezzandogli la bocca, aveva il potere di inquietarlo.

Poco a poco iniziava a ricordare qualcosa, dopo i primi momenti di stordimento immediatamente successivi al risveglio.

Qualcuno lo aveva prelevato con la forza dal suo ufficio, mentre lui era intento a scrivere un’email, neanche troppo importante, a un suo vecchio cliente. Si ricordava di esser stato da solo, in quel momento, per cui probabilmente nessuno lo aveva visto, né sentito. Chissà se adesso qualcuno lo stava cercando, chissà da quanto tempo era lì, seduto e impossibilitato a muoversi e a chiedere aiuto, in quel posto misterioso.

Ricordò di aver sentito un rumore improvviso e insolito e che, prima di rendersi conto di cosa stesse accadendo, qualcuno comparso alle sue spalle lo aveva colpito sopra l’occhio destro, stordendolo, nell’istante in cui lui si stava girando di scatto…Continue reading


Addio gotico

di Ferruccio Mazzanti

 

“Che non abbia vincoli” di Ilaria Cerutti

Mi sono sentito proprio esattamente

come un bambino

mentre prende ogni cosa

dalla parte non detta

e stavamo nella tua macchina

guidando

verso casa,

sembra tutto maledettamente lontano

e la primavera cadeva dove

la nebbia mattutina

si perde…Continue reading


Domenica

di Martina Pastori

 

“Point of view” di Francesca Ligios

La domenica mattina, sull’onda di una consuetudine mai venuta meno nei trent’anni della loro unione, il signor Bardi e signora uscirono di casa alle otto per andare a far colazione al cafè del centro. L’aria odorava di muschio e di pane tostato. La rugiada luccicava sugli steccati, e le finestre spalancate esponevano agli sguardi dei passanti cuscini bianchi e informi. Nel camminare sul marciapiede, il signor Bardi e signora schivavano con un pizzico di repulsione le foglie incollate all’asfalto. Non parlavano. In cuor loro, pregustavano la dolcezza del croissant alla confettura d’albicocca che avrebbero ordinato di lì a poco.

Al café presero posto a un tavolino sul marciapiede. Appesero i cappotti agli schienali delle sedie, ordinarono il solito – due croissant, un caffè e un cappuccino – e, nell’attesa, si diedero a giocherellare lei col portatovaglioli, lui con la zuccheriera. Dopo un po’, la signora Bardi lasciò perdere il portatovaglioli per guardarsi intorno. Fu allora che notò il vecchio in giacca e cravatta seduto al tavolo accanto: fumava un toscano, e li osservava con curiosità, forse persino con impertinenza. La signora Bardi tossicchiò per richiamare l’attenzione del marito.

«Caro», disse, togliendogli la zuccheriera dalle mani e allineandola col portatovaglioli, «quel signore laggiù ha tutta l’aria di conoscerti.»

Il signor Bardi seguì il suo sguardo fino all’uomo del tavolo affianco. Quando i loro occhi s’incontrarono, sul volto del vecchio si aprì un sorriso. Si tolse il sigaro di bocca, lo lasciò in equilibrio sul posacenere e si alzò in piedi.

«Viene verso di noi», constatò la signora Bardi…Continue reading

 

 


Quante cose occorre dimenticare

di Giuseppe Semeraro

 

“Foreshorten” di Camille Gandon

Quante cose occorre dimenticare

tra gli orrori e gli sfratti

scivolando verso le sbarre del tempo

quante cose vanno abolendosi

dentro la beata polvere

o tra i souvenir della psiche

e quanti colpi di grazia

dentro questa collina ubriaca.

Quante cose preferiscono non essere

piuttosto che varcare indenni una bella serata

mentre noi inventiamo l’eccesso

la sua piaga e il suo sermone stolto.

Quante cose preferiscono restare…Continue reading


Blue

di Vincenzo Carriero

 

“Mermaid Tattoo” di Siriana Crastolla

Il soffione della doccia sputa gocce d’acqua grosse come biglie. Sono calde e mi picchettano la testa come le dita di un pianista, o come quelle di una segretaria troppo solerte, dipende. La sento scendere l’acqua, sulle spalle, e mi accarezza come un amante focoso che si insinua fra le gambe.

Uno, due, tre, sto contando e penso che sono troppo pochi i tagli sul mio braccio. Sì, avete capito bene, io mi taglio. Da quando mamma ha scoperto che mio padre ha un’altra, a casa mia è un vero inferno. Avete sentito? Proprio ora mi sembra che abbiano rotto un altro piatto. Un suono sordo che rimbomba come un temporale che sta arrivando. Li sento discutere, concitati, forse si stanno picchiando. Detto fra noi, non sarebbe la prima volta. A me non piace quando lo fanno.

Uno, due, tre, ci vuole il quarto. Anche Vik me lo sta dicendo.

È arrivato il messaggio. Avete sentito? La notifica del cellulare, sta vibrando. Mi sembra finanche di vederlo attraverso la superficie imperlata dello specchio, mi sembra di vedere la sua mano, le sue dita aprirsi come un ventaglio, il suo sorriso inquietante. Mi sembra quasi di sentire il suo sussurro nelle orecchie che immagino essere pieno di consonanti. Non capisco cosa dice ma comprendo il senso. Lo vedo annuire, è il segno concordato, è giunto il momento e devo farlo.

Allora prendo la lama che ho nascosto nel flacone della shampoo. È fredda, sottile, scintillante. La stringo fra le dita come se fosse una cosa fragile…Continue reading


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