Numero 34

Marlene

di Donatello Cirone

 

“Un’amazzone nella stanza dei balocchi #1” di Germana Stella

Le sedie, che solo due giorni prima gli sembrano comode, erano diventate stranamente scomode, dure. Di fronte al suo viso stanco, Bianca parlava, un infinito elenco di sillabe che sbattevano contro la sua faccia senza interesse.  I suoi corti capelli le coprivano le orecchie, era forse per questo che non riusciva a sentire le parole di Ernesto. Bianca non ascoltava, non parlava delle sue emozioni, copriva i silenzi e a volte rideva, Ernesto cercava nel volto di Bianca quello di Marlene che era andata via, per sempre, in un altro continente, lontana dalle strade che avevano percorso insieme, dalle attese divise. Se n’era andata via felice, Marlene, con il suo solito sorriso che avrebbe illuminato perfino le anime più buie.

Ernesto e Marlene, a una fermata di un bus sempre in anticipo,  si incontravano tutte le mattine, prima della noia delle parole sputate, prima delle geremiadi vomitate in faccia, prima della solita inutile parte da recitare, il solito copione, la solita strofa da cantare, prima del sopraggiungere della paura del domani. Si incastravano le loro anime come pezzi di un  puzzle perfetto ma solo per quelle pause dalla vita. Solo in quell’ora d’aria, nascosti al mondo e chiusi dentro una bolla di sapone. Era come se le loro anime innocenti parlassero una nuova lingua che loro stessi non conoscevano, rimanevano a volte in silenzio, senza nulla da dire, sovrastati dal rumore del mondo.  Non avevano confessioni da fare, non c’era nessuna segreta avventura da raccontare, c’erano loro che si bastavano. C’erano i sorrisi di Marlene che illuminano le cose create: le auto, le malinconie, le speranze e le delusioni, il prima e il dopo, le ansie, le mancanze. Marlene era caduta nella vita di Ernesto come una cometa, uno strascico di luce e il naso all’insù, l’emozione, lo spazio e il vuoto, e poi un meraviglioso ricordo, senza delusioni, senza tristezza, una cometa, un passaggio e lo scorrere della vita.

Quando le emozioni sovrastavano l’anima e il corpo di Marlene, una sottilissima linea di saliva bianca si depositava sulle sue labbra e, a ogni sillaba che pronunciava, una micro gocciolina di quella saliva si staccava in un atto di coraggio per gettarsi nel mondo e diventare parte del creato, un creato più vicino a quello dipinto da un ipotetico Dio artista. Quelle goccioline avrebbero fatto tornare in vita foreste secche e  lasciavano in Ernesto un tumulto di emozioni, una vasca colma dove farci il bagno, dove entrare con l’irruenza della passione, l’indelicatezza del tempo. Fondersi insieme e poi andare alla benedizione, nudi, sudati, stanchi, privi di forze ma felici. Lunghi capelli scuri come notti stellate incorniciavano il suo viso delicato, occhi scuri e intelligenti la trasformavano in una lupa dal pelo luccicante. Si muoveva con la classe di un leopardo, la forza di una leonessa. Il suo tocco era delicato come le foglie di un salice che si appoggiano sul cuore di un pensatore sdraiato.
Tutto in lei era carne e anima, desiderio e purezza. L’ambiguità dell’uomo e della vita stessa si concentravano in lei come carbonio in un diamante. Ernesto non poteva nulla, in lui avrebbe vinto, forse, la carne e  le sue mani avrebbero accarezzato il viso di Marlene, i suoi fianchi larghi e si sarebbero intrecciate ai suoi capelli mentre il suo respiro accelerato avrebbe riscaldato la nuca, i lati del collo e i lunghi e scuri capelli di Marlene.

Le sedie, che solo due giorni prima gli sembrano comode, erano diventate stranamente scomode, dure. Bianca aveva finito la sua sigaretta e  il suo caffè ed era andata via. La magia delle prime volte era finita, si erano scoperti sempre più diversi, lontani come una pietra e la punta d’una sequoia. Il tempo fra loro avrebbe fatto la sua parte e si sarebbero dimenticati l’uno dell’altra senza nemmeno accorgersene, anche un “addio” per loro era troppo, sarebbe bastato un giorno di niente per dimenticarsi a vicenda e depositare quel ricordo in un angolo per sempre buio della loro memoria.

Ernesto invece avrebbe ricordato per sempre Marlene che adesso era lontana, il suo corpo era lontano, la sua anima e la sua saliva erano lontani. Avrebbe ricordato la grazia dei suoi passi e la cristallinità delle sue parole, i suoi abbracci e il suo corpo sudato nei mesi estivi. Avrebbe ricordato per sempre il suo viso, le sue mani, le sue celate paure, il suo mondo fatto di coraggio e lealtà. Avrebbe ricordato tutto, senza malinconia.  Marlene era passata nella vita di Ernesto come una cometa, una striscia di luce e  il naso all’insù.

Nessuna tristezza avrebbe invaso l’anima di Ernesto, le comete sarebbero ancora passate ma, per fortuna, il cielo di notte sarebbe rimasto per sempre stellato.

 


Fondatore de L’Irrequieto, nato nella valle del Sauro, in Lucania,  nel 1986.
Ha pubblicato due silloge poetiche: La vita di una morte, LibroItaliano, Ragusa 2005 e Gl’oratori del nulla, Amorsog et Oream, Il filo, Roma 2007.
Scritti pubblicati su L’Irrequieto.

Donatello Cirone: donatellocirone@irrequieto.eu


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