Numero 32

Il mondo gira così

di Eva Luna Mascolino

 

“There’s a crack in everything; that’s how the light gets in” di Camille Gandon

La mattina dopo l’ammazzatina di Ninuzzo Navarrìa, donna Marietta si era svegliata in ritardo. Il caldo di agosto era stato, a non farla dormire di notte. E quindi, lei che odiava il caldo, si era messa a dormire quando il caldo aveva finito di non farla dormire. Cioè in quella che nella sua concezione era la tarda mattinata.
Quando era uscita dalla villetta per scopare via le foglie dall’orticello come faceva ogni mattina, anche se non a quell’ora che per lei era già tarda, aveva visto a donna Pina passiare per la vanella. Di solito non la arrivava a incrociare, perché donna Pina passiava per la vanella molto più tardi di quando donna Marietta scopava via le foglie dall’orticello.
Quella mattina, però, donna Marietta si era svegliata in ritardo e donna Pina addirittura in anticipo. Il caldo di agosto era stato, a farla svegliare presto. E quindi lei, che odiava il caldo come donna Marietta, si era messa all’impiedi quando il caldo aveva cominciato a non farla dormire. Cioè in quella che nella sua concezione era la prima mattinata.
Donna Marietta con la mano libera dalla scopa aveva salutato donna Pina mentre passiava davanti a casa sua. Di ricambio si aspettava un semplice cenno, che fra di loro due vicine poteva bastare e avanzare.
Invece donna Pina aveva approfittato della presenza di donna Marietta per accostarsi al cancelletto mentre si guardava a sinistra e a destra, come se stava per fare qualcosa che non si doveva fare.

– Avete sentito che è successo stanotte qua vicino, donna Marietta?
– No, che fu?
– Spararono.
– A chi? – chiese donna Marietta, dimenticandosi di avere la scopa in mano e portandosi tutte le dita sopra la bocca per lo scanto.

Donna Pina approfittò della domanda per guardarsi di nuovo a sinistra e a destra, come se stava per dire qualcosa che non si doveva dire.

– A uno, donna Marietta.
– E a chi? Si conosceva?

Donna Pina con la testa fece di sì.

– Era uno che abitava in faccia a me.
– Madonna! Il figlio di Navarrìa!
– Sissignora, donna Marietta. Lui fu, Ninuzzo.

Donna Marietta si ricordò della scopa e la raccolse, perché l’aveva fatta cadere per terra per portarsi tutte le dita sopra la bocca per lo scanto. Nel frattempo guardava fissa a donna Pina, come se stava per chiederle qualcosa che non si doveva chiedere.

– Chi è stato, si sa?

Donna Pina mummuriò:

– È stato uno.

E per donna Marietta fu chiaro tutto.

Non poteva essere stato uno qualsiasi. Nel paese si conoscevano tutti e tutti conoscevano i nemici di tutti. Anche gli amici si conoscevano, ma per quelli nessuno ci avrebbe messo una mano sul fuoco, mentre per i nemici certuni si sarebbero pure fatti ammazzare. Proprio come era capitato al figlio di Peppe Navarrìa, Ninuzzo, che ancora neanche diciotto anni aveva e che già era diventato pazzo per una carusa che non avrebbe neanche dovuto taliare: Teresina, la nipote della vedova Magri.
Già quell’orfanella di Teresina era povera in canna, poi la vedova Magri – che era la nonna per parte di mamma della creatura – aveva peggiorato la sua riputazione chiedendo questo favore e quell’altro a don Ciccio Lo Jacono, il fratello del parroco, che era un galantuomino di quelli sempre pronti ad ammazzare e a farsi ammazzare per difendere i suoi protetti, come Dio comandava.
Chiedi un favore e chiedine un altro per riuscire a mangiare un boccone, don Ciccio lo Jacono, che pure lui era vedovo, aveva cominciato a prendere la vedova Magri in simpatia e a fare regalini alla nipote Teresina ogni domenica mattina, per farsi bello agli occhi del Signore e delle signore. In effetti, don Ciccio lo Jacono di farsi bello, si poteva fare bello solo in quel modo, perché fisicamente era un omaccione pieno di lardo, di furunculi e di modi vastasi di fare, e galantuominamente parlando era uno che era meglio non farlo addiventare un tuo nemico. Meglio per te e per i tuoi familiari, non per lui.
Perciò, la vedova Magri non lo poteva vedere ma lo doveva ringraziare sempre. E con uno sdebitamento e con un altro se lo continuava a ingraziare. Ingrazia che ti ringrazi, don Ciccio lo Jacono, lui, si era sentito incoraggiato e si era fatto venire una bella pinsata. Infatti aveva capito che la maniera più saggia per addiventare veramente amico della vedova Magri era di farle un favore ancora più grande, un favore che lei neanche aveva chiesto, ma che le doveva stare a cuore come la cosa più cara di questo mondo: trovarle un buon partito per fare maritare a Teresina.
Allora don Ciccio era andato a trovare a suo fratello Gaetano nella sagrestia, dove il pover’uomo non faceva che pregare e bere vino – solo prima della messa lo assaggiava, per essere sicuro che era benedetto veramente e che nessun malandrino lo aveva cambiato con qualche vino insipido – e gli aveva chiesto la fraterna cortesia di fargli sapere quali e quanti figli aveva disseminato nel paese di nascosto, dimodocché don Ciccio li potesse andare a trovare a uno a uno per scegliere il giovanotto più adatto per la nipote della vedova Magri.
Padre Gaetano aveva alzato gli occhi al cielo come a volere chiedere l’intercessione della Madonna, ma la Madonna doveva avere altri parrini in fila indiana a chiederle l’intercessione e la benedizione, perché aveva ignorato padre Gaetano e gli aveva fatto sbrigare da solo con la sua coscienza la questione.
Perciò, padre Gaetano aveva detto a don Ciccio:

– C’è Stefanuzzo Larà, ce l’hai presente?
– No. Dove sta?
– Didietro alla casa abbandonata della strega. Vive con il papà, vendono luppini al mercato tutti e due.
– Ah, con il papà vive? – si era permesso di scherzare don Ciccio con un occhiolino. – E la mamma?
– La mamma nonsi.
– Nonsi che cosa?
– Nonsignora, nonsi sa.
– Ma non si sa che cosa?
– Non si sa dov’è che è andata a finire.
– Addirittura! – si era istupito don Ciccio. – E neanche padre Gaetano lo sa?

Padre Gaetano aveva alzato gli occhi al cielo, ma la Madonna doveva avere ancora una lunga fila indiana di parrini e di galantuomini a cui dare verso prima di lui. Quindi, padre Gaetano si era preso di coraggio e aveva mummuriato:

– Padre Gaetano lo sa, ma nel segreto della confessione.
– E della confessione di chi? Questo lo può sapere anche don Ciccio?
– Della confessione di un bravo cristiano. Niente ti posso dire di più.
– Va bene – si era rassegnato don Ciccio – allora dimmi di più sugli altri picciotti.
– Stefanuzzo non ti piace?
– Non lo so se mi piace, prima devo vedere quanto mi piacciono tutti gli altri.
– Lui il migliore è, credimi.
– Io finché non vedo non credo, come diceva san Tommaso d’Aquino.
– Allora amen, ora vado avanti.
– Sissignore, così sia.

Padre Gaetano aveva sospirato e si era introcciniato le mani con lo sguardo basso.

– C’è Mimì, il garzone.
– Mimì il garzone? Madonna biniditta!
– Ciccio, in sagrestia siamo! Ricordatelo! – era scattato subito padre Gaetano.
– Mi devi scusare, Tanuzzo, mi devi scusare. Ma pure Mimì? Pure lui? E quando fu?
– Quanti anni ha Mimì? Quindici e mezzo. E allora quindici anni fa, suppergiù.
– Ma quando, quando? – continuò don Ciccio, che non si poteva fare convinto. Mimì sembrava il figlio di un angelo e di una regina di Sabba, non poteva essere nato dallo sperma di suo fratello Gaetano. Non poteva essere proprio.
– Tanuzzo, la verità mi devi dire. Non è che ti stai confondendo con qualche altro figliolo?
– Ma che confondendo, Ciccio! Io mai mi confondo! Non lo sai?
– Lo so, lo so, ma Mimì… Non ci posso credere io.
– Quando lo vedi poi ci credi, come diceva san Tommaso Equino. Dalla testa alle dita dei piedi mi ssomiglia.
– Va bene, ma comunque che sia non è buono per Teresina.
– Perché non è buono? Sembra il figlio di un angelo.
– Il figlio di un angelo senza soldi per campare, però. Non s’ha che fare.
– Che cosa?
– Questo matrimonio, dico. Non s’ha che fare.
– Ah, e allora che dobbiamo fare?
– Dimmi il nome di un altro picciotto, dimmi. Poi ci penso io.

Don Gaetano questa volta neanche li alzò, gli occhi al cielo. Tanto se l’immaginava che la Madonna aveva ancora una fila di indiani da benedire. Capace che erano più importanti gli indiani che i parrini, per lei. Le vie del Signore sono infinite.

Per cui, sputò fuori il terzo nome:

– Carletto.
– Carletto!
– Sissignore, Carletto.
– Il cognato del fratellastro di Maruzza.
– Proprio lui.
– Il cugino del nipote sordomuto di Turi Cappello.
– In persona personalmente.
– Il padrino della consuocera degli zii di nostro cugino Salvo.
– Lui, lui ti dico!
– Ma può essere? Anche Carletto?
– Anche Carletto. E non mi chiedere quando è stato che non me lo ricordo. Prima di nascere lui, è stato.
– E chi gliel’ha scelto questo nome?
– Io no, perché?
– Perché schifo fa. Come si può chiamare uno Carletto?
– Ma mica si chiama Carletto, Dio mio!
– Come? Si chiama Diomio?
– Ma no, Ciccio, ma no! Che sei diventato scimunito? Quando parlo non mi capisci?
– Che cosa devo capire? Se dici Diomio!
– Dico Dio mio perché sono un parrino!
– E che fa, i parrini chiamano i figli Diomio?
– Ma che cosa c’entra! Dio mio ho detto, Dio-mio! Per fare un’esclamazione!
– E tu per forza così devi sclamare? Che poi non ti capisco?
– Ma niente c’è da capire, Ciccio! Carletto non si chiama Carletto, all’anagrafe Carlo si chiama!
– Carlo, Carletto… Tutti gli stessi sono, questi nomi. E tutto schifo fanno. Vedi a noi due, che ci hanno chiamato Ciccio e Tanuzzo? Noi nomi siculi abbiamo! Nomi che si addicono a me e a te. E lo sai perché te lo dico? Perché a noi ci rispettano, Tanuzzo. Da quando eravamo picciriddi ci facevano il saluto, a Ciccio e a Tano, a Tano e a Ciccio. Poi tu con il saio, io con la pistola, e il saluto ce lo hanno continuato a fare. Questi sono i nomi che si addicono ai galantuomini! Se a uno lo chiami Carlo, Carletto o Carlino, che futuro gli stai dando in questa società nostrana? Tutto quello che c’è da prendere se lo prendono gli altri. E il Resto è del Carlino.
– E così sia.
– Amen.

Fra un’imprecazione e un’Ave Maria inascoltata, padre Gaetano si confessò poi genitore di altri tre picciotti di sana costituzione e di buona creanza: il primo analfabeta, il secondo picchiatello e il terzo mezzo zoppo. Don Ciccio aveva commentato con un lapidarissimo Dio li fa e fra di loro li storpia, poi si era concesso una risatina davanti all’impassibile padre Gaetano e aveva decretato con saccenzia:

– Se questo è quanto Dio ci ha messo a disposizione, allora domani vado a trovare Stefanuzzo.
– Hai visto che avevo ragione?
– In che cosa avevi ragione?
– A dire che Stefanuzzo è il migliore dei miei figli.
– Il migliore sarebbe stato non averne, di tuoi figli, padre Gaetano – lo rimboccò don Ciccio, che in tutta la sua vita intera non gli aveva mai dato apertamente ragione neanche una sacrosantissima volta. – Comunque che sia, lui per Teresina andrà benissimo.
– Mah. Tu credi?
– Io vedo e credo, come diceva…

E qua don Ciccio si era interrotto, perché alla porta della sagrestia aveva bussato qualcuno e don Ciccio odiava essere sorpreso lì come tutti i cristiani, come se anche lui abbisognava dell’intercessione di un parrino qualunque per campare tranquillo di giorno e dormire tranquillo di notte. Cosicché, zitto zitto, don Ciccio scapolò via dall’uscita secondaria, quella che dava nella chiesa, e al fratello fece un saluto che contemporaneamente voleva significare Non parlare di niente con nuddo e Ci rivediamo presto.

Di tutto questo, il figlio di Navarrìa non aveva saputo niente da parte di nuddo, perché nuddo in paese poteva sospettare di niente. Che padre Gaetano aveva sparpagliato il suo sperma come faceva con l’acqua benedetta durante la cauristia, questo lo sapevano anche i cani e i porci, ma che suo fratello don Ciccio poteva arricorrere a questo spargimento per fare maritare alla Teresina per fare un favore alla vedova Magri per ingraziarsi a quest’ultima medesima e casomai per portarsela all’altare con la dentiera e la cataratta ivi comprese nella dote, questo a nuddo gli era passato per la nticamera del ciriveddo.
In conseguenza, la colpa non fu di Ninuzzo Navarrìa se aveva incontrato una mattina al mercato Teresina e le aveva voluto pagare mezzo chilo di patate perché a lei le erano cadute in mezzo alle bancarelle alcune monete e non sapeva più come accattarsi il mangiare per il pranzo. C’era stato lo zampino del emonio, per forza così doveva essere. Tant’è che Ninuzzo, neanche diciottenne, aveva alzato la testa e pure tutto quello che aveva in mezzo alle gambe davanti a una femmina per la prima volta quella mattina, per fare intendere a Teresina che lui era uscito pazzo in un attimo e che non sapeva guarire più.
Aveva sentito parlare della nipote della vedova Magri perché era povera in canna, ma mai per il suo sguardo sbrilluccicante o per i capelli neri come il carbone dell’inferi. Ora che l’aveva vista e che aveva fatto questa scoperta in mezzo ai sacchi di patate che vendeva compare Alfio, non poteva fare finta di niente. I soldi per lei li aveva usciti, e gli occhi fuori dalle orbite anche.
Perciò, la prima cosa che fece Ninuzzo fu di andare a trovare la vedova Magri dopo neanche una settimana e di farle un giro di parole lunghissimo e sgrammaticale per spiegarle che lui aveva solo una mula, sissignora, una mula bellissima, e una casa piccolina vicina a quella di donna Pina per ospitarci una moglie e qualche picciriddo senza troppe pretese, ma che era un ragazzo onesto e non voleva tribboli. Le aveva imbalbettato che aveva il cuore grande come un leone e un fucile che avrebbe potuto ammazzarne anche tre insieme, di leoni, se qualcuno voleva fare del male ai suoi parenti. Si dichiarava pronto a proteggere Teresina e un giorno magari anche a…

– Teresina? E ora che c’entra Teresina in tutto questo discorso? – gli aveva chiesto la vedova Magri, arrizzandosi per ascoltare meglio.
– Niente, che c’entra Teresina? Niente c’entra, per carità! Io l’avevo nominata solo nel caso che nzamai un domani…
– Tu non la devi muntuare a Teresina, neanche un domani! Noi qua benissimo stiamo! Teresina non ha bisogno di nenti e di nuddo. Come te, neanche noi ne vogliamo tribboli.
– Sissignora, certissimo, infatti non è che io volevo portare problematiche a voi o a…
– E allora fammi un piacere, giovanotto. Saluti e torni a casa, prima che arriva don Ciccio e ci faccio pensare lui, mi capisti?

A sentire il nome di don Ciccio, a Ninuzzo gli era caduto dalle mani il berretto e gli era venuto il freddo. Se n’era andato moggio moggio, senza dire una parola e senza scusarsi per l’incussione inaspettata, ma non aveva nemmeno svoltato la vanella che si era ritrovato davanti a Teresina. Lei stava rientrando dalla nonna, lui stava rientrando dalla mamma, e giustappunto si erano andati a incontrare sullo stesso marciapiede.

– Buongiorno, signorina Teresa – si era prontato Ninuzzo tutto educato, togliendosi il berretto che si era ricordato a stento di raccogliere di terra mentre era dalla vedova Magri.
– Buongiorno! Lei è Ninuzzo, vero? Quello delle patate dell’altro giorno al mercato.
– Io sono, in carne e ossi. Erano buone le patate?
– Buonissime erano. Non l’ho potuta neanche ringraziare perché si è furriato dall’altro lato mentre io stavo pagando a compare Alfio. Gli sarò sembrata una malarucata.
– Signorina, ma ci mancherebbe altro! Anzi, sono stato io il malarucato, mi sono furriato senza avvedermene.
– Non ci sono problemi, Ninuzzo, veramente.
– Neanche per me, signorina Teresa – si era affrettato ad aggiungere Ninuzzo, rosso rosso in faccia e con una voce che pareva che lo stavano strozzando.

Teresina gli aveva sorriso con dolcezza e gli aveva detto:

– Meno male, sono contenta. Lei è stato tanto gentile con me. Semmai posso sdebitarmi, Ninuzzo, me lo deve fare sapere.
– Ma sdebitare di che cosa, signorina? Siamo in pace, io e lei!
– La ringrazio tanto, veramente. Ora sto andando a casa di mia nonna io, la vuole conoscere? A lei sono sicura che le farebbe piacere.

Ninuzzo era intransalito. Come glielo diceva alla creatura che stava ritornando moggio moggio proprio da casa di sua nonna? Come glielo diceva che a modo suo voleva una benedizione per maritarsela? Come glielo diceva che era diventato pazzo di lei, lui insieme a tutto quello che aveva in mezzo alle gambe? Non glielo poteva dire, perciò non glielo disse manco per scherzo.

– Grazie, signorina Teresa, ma non posso venire con vossia perché anche a me mi stanno aspettando a casa, stavo andando di fretta pure io. Un’altra volta vengo, glielo prometto.
– Allora ci conto, Ninuzzo, non se lo scordi. Una buona giornata!
– Anche a lei, arrivederci signorina! Siamo in pace, io e lei, eh? Siamo in pace!

Siamo in pace, si continuò a ripetere fino a quando non infilò la chiave nella toppa di casa. Siamo in pace, signorina Teresa. Ma lui in pace non c’era proprio. Pazzo era diventato, tutto di un colpo. Se doveva lavorare, fare uscire la mula, sbrigare qualche faccenda per sua mamma o andarsene al mercato di nuovo, si doveva segnare almeno tre o quattro volte, per paura che il demonio ritornasse dall’inferi e gli facesse rivedere a Teresina. Perché lo zampino lui ce l’aveva messo, il demonio in persona personalmente.
Difatti, Ninuzzo una volta sola si era dimenticato di segnarsi, mentre usciva dalla chiesa di domenica e si cataminava per comprare il basilico in una drogheria lì accanto, e aveva effettivamente intravvisto a Teresina mentre lei attraversava la strada e salutava a un suo coetaneo. Ninuzzo l’aveva spiato bene bene e l’aveva riconosciuto: Stefanuzzo era, quello che vendeva luppini con il papà e che come lui, Ninuzzo, a fine mese non sempre aveva di che cosa campare.
Spaventato che Teresina si potesse fare bindolare da quel dongiovanni e dimenticarsi di lui, Ninuzzo aveva lasciato perdere il basilico e aveva raggiunto a grandi passi Teresina con il pretesto di scambiarle quattro chiacchiere.

Dopo averla salutata e chiesto della nonna con tutta la riguardevolezza possibile, Ninuzzo si era arrisicato a dire:

– E quel signore che vossia ha salutato poco fa come si chiama? Stefanuzzo mi parse.
– Sì, sì, Stefanuzzo era! Lo conosce pure lei?
– Io non benissimo, signorina Teresa, però qua di nome e di fatto tutti lo conosciamo.
– Ah sì? E come mai? Ha fatto cosa?
– No no, niente ha fatto, signorina. È stato suo papà a fare una cosa che non doveva fare.
– E che cosa? – aveva dimandato Teresina, con l’aria preoccupata.
– L’ha messo al mondo, l’ha messo.

Teresina gli aveva mollato uno schiaffo, stampandogli le cinque dita nella guancia mentre gli occhi le addiventavano lucidi lucidi.

– Come può dire una cosa di questa? Non si vergogna?

Ninuzzo, ancora stranulato per il ceffone, si era massaggiato la faccia e aveva ripreso:

– Ma non parlavo in quel senso, signorina, mi deve scusare! Volevo dire un’altra cosa io.
– E che cosa? – insistette Teresina.
– Lei lo sa di chi è figlio Stefanuzzo?
– Di compare Totò.
– E qua si sbaglia, signorina – la corresse Ninuzzo. – Così si dice, ma qua lo sappiamo tutti di chi è figlio veramente Stefanuzzo.
– E di chi?
– Di uno che non lo doveva mettere al mondo, signorina, che la Madonna non le vorrebbe vedere queste cose. Ci pensi bene, che forse lo capisce di chi mi sto riferendo. Io altro però non le posso dire, signorina. Arrivederci e mi scusi se prima le sono sembrato un malarucato.

E si era furriato come aveva fatto qualche tempo prima al mercato, sperando che Teresina non lo rincorresse e che non gli urlasse niente didietro.
La creatura per fortuna non lo aveva fatto, perché era troppo alloppiata dopo quello che aveva sentito dire e che, volente o dolente, aveva capito pure troppo bene.

– Lei pensa che don Ciccio si era squarato tutto di lui e di Teresina, vero donna Pina? – aveva dimandato donna Marietta all’altra, prima che questa passiando si allontanasse troppo dal cancelletto.
– Muta, muta, donna Marietta! – l’aveva vanniata donna Pina, ritornando sui suoi passi e buttando un’occhiata attorno prima che qualche orecchio o che qualche muro incominciassero ad ascoltarle.
– Piano dobbiamo parlare, qua niente nuddo sa.
– Forse ancora niente nuddo sa, ma lei vedrà che già stasera in piazza si parlerà solo di Ninuzzo e di quella poveretta di Teresina!
– Ah, poveretta?
– Poveretta, poveretta! Che ne poteva sapere lei delli tenzioni di don Ciccio?
– Ma come! Niente ne sapeva?
– Niente, donna Pina, neanche pio sapeva. Pure sua nonna era allo scuro di tutto.
– La vedova Magri!
– Che certo! A lei le pare che don Ciccio glielo andava a spiegare papale papale, il suo piano? Tutto per sé si è tenuto, il volpone! Ha presentato a Stefanuzzo come un suo conoscente e ha provato a farlo andare d’amore e d’accordo con Teresina, questo era quello che doveva fare. Il resto da sé è venuto.
– E com’è che allora Teresina gli è andata a spiffiare la discussione con Ninuzzo? Tutto il paese l’ha venuto a sapere, di quanto si è affuriato don Ciccio!
– Ma proprio per questo, donna Pina, lei niente ci sta capendo! In parole povere, Teresina non ne ha colpa. A don Ciccio gliel’ha raccontato come gli poteva raccontare la qualsiasi, era infrastornata perché aveva scoperto che Stefanuzzo era figlio di padre Gaetano…
– Muta, donna Marietta! Piano deve parlare!
– …di padre Gaetano, dicevo – mi scusi, mi scusi – e perciò si voleva tanticchia sfogare la coscienza, l’animuzza. Niente si poteva immaginare! Neanche io ci stavo pensando lì per lì a tutto questo retrobottega, mi deve credere. È stato un caso troppo perfetto per essere vero.
– Lei questo dice? Secondo me Ninuzzo pure da solo si sarebbe fatto scoprire, invece. Andava ripetendo a tutti quanti che era addiventato pazzo, e che c’era una femmina che gli aveva rubato il ciriveddo e il sentimento. Chi poteva essere secondo lei, donna Marietta? Per forza Teresina! L’ammazzatina lui se l’è cercata.
– Sì, ma don Ciccio non è che aveva chissà quali rapporti con Ninuzzo, o che si doveva scantare di lui. Capace che neanche ci avrebbe fatto caso più di tanto. Forse lo poteva compatire, oppure poteva affrettare il matrimonio di quei due picciottini e fare restare a Ninuzzo con un palmo di naso, ma non è che lo avrebbe accoppato di notte a notte.
– Come no! E allora perché ora l’ha fatto?
– Perché ormai l’infamia di padre Gaetano era stata scoperchiata davanti a Teresina! Ci voleva qualcuno che astutasse l’infamatore e che facesse vedere alla creatura che Ninuzzo era il primo delinquente, no? Che forse si era macchiato di qualche cosa anche lui e che stava cercando di affangare un altro bravo ragazzo e un parrino al posto suo.
– Madonna! Questo fu allora!
– Certo, donna Pina, questo preciso fu! Appena lei mi ha dato la notizia io ho ricostruito tutta l’assuccessione dei fatti.
– Una cosa pulita pulita hanno fatto, sa?
– Me l’immagino, appunto. L’hanno ammazzato nel sonno?
– Esattamente. Con due coltellate era all’altro mondo.

Donna Marietta e donna Pina si segnarono contemporaneamente.

– Pace all’arma sua.
– Pace, pace. E speriamo che ora almeno Teresina si acquieti tanticchia.
– Difficile mi pare, sa? Ma speriamo, non mettiamo il limite alla Provvidenza! Intanto la devo salutare, donna Marietta, sennò questa passiata oggi non la finisco più. E poi possiamo fare assospettire qualcuno, se continuiamo a mummuriare qua davanti dopo quello che è successo.
– Sì, sì, ha ragione! Si faccia la sua passiata, donna Pina. Oggi in anticipo mi sta parendo, vero?
– Il caldo è stato! Mi ha fatto svegliare prestissimo stamattina.
– Anche a me mi ha dato fastidio, ci crede? Mi ha fatto addormentare tardi e infatti a quest’ora sono ancora qua a scopare l’orticello. Sono rimasta allettata finché ho potuto.
– Bene ha fatto, donna Marietta. Di tanto in tanto ci vuole.
– Infatti, quello che ho detto anche io. Ma comunque, piccamora arrivederci!
– Arrivederci, donna Marietta! Mi raccomando, non si faccia scappare niente con nuddo delle cose che le sono venuta a dire. Prima che poi pensano che ci c’entriamo anche noi nel mezzo, o che sappiamo cose che non si devono sapere. Dio ce ne scampi e liberi!
– Una tomba sono, donna Pina! Su di me si può fidare, tanto lo sappiamo che il mondo gira così e che niente nuddo ci può fare.
– Brava! Solo tanta pazienza ci vuole, lei lo sa meglio di me.
– Sissignora, pazienza e timenza di Dio… Avanti, va, buona giornata donna Pina, si stia tranquilla.


freccia sinistra freccia


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