Numero 32

La notte in cui non accadde nulla

di Giampaolo Giudice

 


“Inverno a Rimini” di Ilaria Cerutti

La notte entra in punta di piedi nella stanza sorprendendomi nel letto. Quanto ho dormito? Forse un’ora, non di più; era giorno poco fa. Ho ancora la bocca che sa di birra. Respiro l’aria calda di luglio, resto ancora sdraiato al buio crescente mentre divido il letto con la mia gatta. Dovevamo vederci, Camilla. Saremmo dovuti andare a bere qualcosa insieme. Tu ed io. Invece sono qui sudato e sbronzo, con la mia gatta ad amarmi dai piedi del letto, in questa sera ardente di luglio. Aria densa e immobile, buio, voglia di fumare sigarette che dovrei uscire a comprare. Uscire in mutande. Pescare monete dal barattolo sul tavolo per non prelevare. Pochi soldi rimasti fino a fine mese. Buio nella stanza; guardo fuori dalla finestra aperta gli ultimi brandelli di luce di un giorno che va sfilacciandosi sfiorendo fra le antenne del palazzo di fronte. Lì davanti abita una famiglia con una ragazzina, avrà diciassette anni, forse. Vedo la finestra della sua stanza. Si arriccia i capelli con le dita mentre chissà cosa sta facendo, non lo vedo da qui. Vedo solo un pezzo di testa, il resto è mistero. Meraviglioso e prezioso mistero fantastico su cui costruire un mondo perverso di fantasie inconfessabili. Dovevamo vederci, Camilla. E invece mi hai lasciato qui, sudato e sbronzo, con solo la gatta ad amarmi nel buio denso e caldo di questa sera in cui vorrei dormire, ma l’alcool ha troppo fascino per non cedergli. Accendo una sigaretta, me ne restano due. Dovrei proprio uscire a comprarle. Fumo da sdraiato. Buio. La cenere mi cade sul petto.
Mi hai mentito, Camilla, lo so, lo sai anche tu. Che stupido che sono, e che sciocco gioco è questo. La danza infinita ed insensata di lui che vuole lei che non vuole lui.
Basta. Vado a bere.
E per le strade solo luci e ragazzini troppo impegnati a sembrare grandi per essere belli.
Che fastidio.
Che odio.
L’odio è tutto ciò che mi tiene in piedi stasera.
Questi ragazzini con le loro buffe facce da duri e le mamme a casa, con in bocca ancora l’amaro degli ansiolitici, preoccupate che prendano bei voti a scuola, mentre i loro figlioli dorati sono invece qui fuori, chiusi qui fuori con me, a cariarsi l’anima a colpi di fast food e solitudine pari. Qui fuori, a consumare nella ruggine quel che resta di questo assurdo cuore di latta che mi ritrovo nel petto. Non credo di essermi mai sentito così lontano da casa come in questi giorni. Mi fanno venire in mente quando anche io ero così. Un ridicolo diciottenne che cercava disperatamente di non dimostrare la sua età. Cosa non si fa per essere accettati dagli altri, quante stupidaggini, quanto disagio affettivo nelle vene.
Cosa non si fa per scopare.
Guardami, Camilla. Guarda come sono ridotto, stasera.
Saremmo dovuti venirci assieme qui, in questa legnosa birreria, e io ti avrei offerto il primo giro per fare il brillante, e non sembrare il poveraccio che sono, almeno perché tu non te ne accorgessi subito.
Ora guardali lì, come bevono questi allegri fantasmi diciottenni. Un po’ li invidio, è come se bevessero per motivi diversi dai mei; ma certo. Loro bevono per divertirsi, mentre io butto giù questo piscio freddo e frizzante per avvelenarmi.
Un veleno uccide, ho bisogno di questo veleno, ci sono cose dentro me che devo uccidere; ci sono parti di me che ho bisogno di avvelenare. La distruzione è sincera, l’autodistruzione è densa e luminosa come la verità, ed è proprio la mia verità che cerco di avvelenare. Magari qualcuno lì in mezzo ha il mio stesso intento ma riesce a farlo sorridendo, che invidia, cazzo!
L’alcool è divertente solo se sei in compagnia.
Ma non sono in compagnia, sono seduto qui, vestito di buio e fantasmi. I fantasmi che raccontano chi sei. Ci avevi mai pensato, Camilla? Riflettici bene. Chi saresti senza i tuoi fantasmi a farti compagnia nelle lunghe notti in cui provi a ricordarti di te? Oppure quelli che sbucano fuori all’improvviso da un odore sentito di sfuggita per strada, che si pianta nel cervello come un coltello e fa gocciare fuori una cascata di occhi riposti con cura maniacale nel culo del cuore perché non uscissero più a far danni in giro per l’anima, sabotando relazioni apparentemente volute. Quei fantasmi che puoi vedere dentro di lei, quando la luce della luna trasforma i suoi occhi in serrature attraverso cui spiare i loro movimenti senza piedi in giro per le stanze della memoria.
Come un mare visto solo dalla finestra.
Con quelle onde lente e quasi invisibili a fare da spola fra la riva e chissà quale assurdo mistero delle profondità, in cui si agitano i segreti inconfessati degli abissi, nascosti nei diari di bordo naufragati e che oggi riposano sul fondale sabbioso di qualche mare lontano.
Onde lente come battiti di un cuore stanco. Col clangore metallico di questo cuore di latta dal battito lento. È il suo punto di rottura che cerco le notti come questa. Abbiamo tutti un punto di rottura.
Ma credo solo di essere l’orgoglioso possessore di un cuore che batte lento. E ogni tanto credo si fermi, come se volesse continuamente riprendere fiato. Almeno questa è l’impressione che da a sentirlo da qui. Ho un cuore che batte lento, che si muove con passo calmo e posato lungo i sentieri che si snodano lungo questa vita.
C’è questo cuore che batte lento, ostinato, sempre lì a camminare sui vetri perché solo il sangue ha valore, solo il sangue è vero.
Un cuore che batte lento e che, lentamente, continua odiosamente a battere colpo su colpo. Ancora e ancora e ancora e ancora e ancora.
Ho un cuore che batte lento, che è lento nel capire, nel fare luce e anche nel parlare di quello che ha visto.
Ogni tanto credo si fermi, o almeno è quello che mi viene da sperare quando la distruzione sembra finalmente funzionare e i battiti si diradano, la vista si offusca in favore di una luce indistinta che diventa altrettanto indistinto buio e suoni che spariscono nel nulla di orecchie di carta.
Ma poi apro gli occhi, ed è solo un altro giorno. Roba che non so maneggiare come si deve, e allora lo maledico. Maledico la luce ed il respiro eppure il mio unico desiderio sarebbe quello di riuscire a bere almeno una volta quella luce sovrana dei mondi, di tutti i mondi in cui non sono questa sciocca accozzaglia di dubbi e paure.
Così mi accorgo che non ha funzionato nemmeno questa volta, che il veleno non ha avuto alcun effetto, e che io sono ancora qui, seduto sul letto col fiato grosso e l’affanno, col sudore che sa di birra scadente e la bocca rancida di notte masticata.
Magari oggi riuscirò a essere un uomo migliore, o morirò provandoci.


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