Numero 31

John Barleycorn must die

di Eva Luna Mascolino

“ClochArt #1” di Antonella Restagno

— Mamma, guarda! Palloncini! Sono bellissimi, ne voglio uno!
— Ma Colin, se arriviamo in ritardo alla festa il tuo amico potrebbe…
— Ti prego, mamma, ci basta un attimo, il signore che li vende sta lì all’angolo!
— E va bene, coraggio, dammi la mano.

In una Londra affollata e grigiastra di fine maggio, una trentenne sorride al bambino che si stringe a lei mentre attraversa la strada nei pressi di Piccadilly Circus.
Dal lampione e dalla grande fontana sempre assediati dai turisti fa capolino un ammasso di colori, proprio in corrispondenza di quella che qualche metro più a destra diventa Shaftesbury Ave: un vecchio signore regge nella mano sinistra un groviglio di fili che, più in alto, si trasformano in personaggi dei cartoni, animali di ogni sorta e strani figurini, mentre con la mano destra segna il tempo di una versione improvvisata della celebre John Barleycorn must die.

— There were three men came out of the west, / their fortunes for to try…Continue reading


Feuilleton Il passaggio in macchina – Episodio finale

di Alessandro Xenos

Episodi precedenti


“Come il mattino passi” di Ilaria Cerutti

– Bene, qui il nostro compito è finito. Mettete i soldi nella bara e ce ne andiamo.
– Finito? Nella vasca c’è un cadavere con il ventre talmente sbudellato che dentro ci si potrebbe fare una sangria e tu mi dici che avete finito. Scordatelo, restate qui fino a che non lo abbiamo riempito! Disse il più vecchio del gruppo.
– Non posso aspettare che il vostro amico torni con il cotone, è fuori da quasi un’ora, chi mi assicura che non sia fuggito per la paura? Ti ricordo che il mio furgoncino è parcheggiato qui davanti, vuoi che i vicini inizino a chiedersi cosa ci fa un trasportatore funebre in una cazzo di viuzza di Montreuil a mezzanotte passata? Ragiona, è meglio se ce ne andiamo il prima possibile, e tra l’altro è quello che mi ha ordinato Sebastian prima di partire: «Il tempo di lasciare il corpo e prendere i soldi, non restare un minuto di più».
– Mi prendi per il culo? Cosa vuoi che ci facciamo con il cadavere? Sei tu il becchino, non io!
– Allora: lo riempite di cotone, lo ricoprite con un telo e lo imballate con dei sacchi della nettezza. Poi lo mettete in macchina e andate a bruciarlo da qualche parte lontano da Parigi, oppure chiamate qualcuno che possa farvi un lavoro pulito con l’acido, come vi pare, basta che sia una cosa rapida. Il tipo non ha documenti e nessuno lo reclamerà, se prendete le giuste precauzioni non correrete alcun rischio.
– E va bene, ma è l’ultima volta che facciamo affari con voi. Chiama quel cretino di Yakhia e digli di muoversi! disse rivolgendosi a uno dei …Continue reading


Slow show

di Giampaolo Giudice

“Washing Machine” di Arianna Sisti

“I’ll overdo it”

Rumore di onde che arrivano da lontano. Passi su un tappeto di sassi e scarpe che calpestano i giorni come roba vecchia. Roba vecchia di nessun valore sotto un sole sopraffatto dalle nuvole.
Il solito marzo con il suo mantello del colore logoro di un inverno agonizzante. Rami e foglie danzano nel vento e ci sono anche occhi.
Occhi così presi dal contorno da dimenticarsi il soggetto della foto.
Chi era? Dove eravamo? Chi eravamo appena un anno fa?
Magari riuscire a ricordarlo. Magari riuscire a ricordare.
Fra le parole di un antico me stesso e quelle di una donna oggi sconosciuta passavano le ore. Concentrarsi sulla strada, questo sì. Questo serve, oggi. La strada. Non già il paesaggio.
Resta un cuore liso e consunto. Qualcosa di cui sentir quasi vergogna. Come se ci fosse qualcosa di cui vergognarsi in questo. Righe fitte. Il mondo reale di una interiorità massacrata dal giudizio affilato di coloro ai quali è affidata la scala su cui misurare il proprio valore.
E rimane solo la notte. La notte del sonno interrotto da sogni cattivi; quelli che rubano le parole e ti mettono a sedere sul bordo del letto a respirare il buio con affanno…Continue reading


Paolo e Marina

di Gaia Tomassini


“Darling, remember the vacation of 56” di Bartolomeo Pampaloni

È il caso letterario del decennio, non si parla d’altro. Monica Ascanio, reatina trapiantata a Trieste, è sulla bocca di tutti. Occhi grigi, capelli neri e lunghi, ossa sporgenti, Monica Ascanio ha accompagnato con la sua prosa scorrevole migliaia di lettori per anni, senza mai farsi conoscere dal grande pubblico. Si firmava Filomena Guadagno, solo pochi mesi fa è stato scoperto il suo vero nome.

Monica Ascanio è la madre, la creatrice, di Paolo e Marina, i due personaggi letterari che con le loro peripezie hanno ammaliato e stregato l’Italia intera. In una serie di uscite settimanali sul quotidiano “La Gazzetta a Nord Est”, giornale sconosciuto ai più fino a sette anni fa appunto, Paolo e Marina si sono conosciuti e si sono fatti conoscere, sono cresciuti inseguendosi e perdendosi, hanno riallacciato i rapporti per poi vedere i loro sogni frantumarsi periodicamente – e con loro, il cuore degli Italiani. “La Gazzetta a Nord Est” è diventato il giornale più acquistato del giovedì, giorno in cui usciva la nuova puntata di “Paolo e Marina”; il venerdì chi fosse passato per i corridoi di una scuola durante il quarto d’ora di intervallo o avesse dovuto fare la fila presso un ufficio pubblico non avrebbe sentito parlar d’altro che di Paolo e Marina, dell’ultima puntata e di cosa sarebbe successo più avanti.
L’incantesimo si è interrotto circa un mese fa, quando è uscita l’ultima puntata…Continue reading


In sospensione

di Donatello Cirone

“Vent arrière” di Camille Gandon

Gino sbraitava, urlava contro il cielo. Smadonnava  alternando Maria a Maddalena. Per lui il peccato era stato quello d’abbattere il muro di Berlino, Baffone era lontano e Trotsky, come diceva lui:  “L’è andato e noi qua siam ancora tristi”. All’orto accanto Gisella, moglie di Primo, pregava per tutte le anime del paesino tranne che per quella di Gino, ovviamente, e per quella del Vescovo macchiatosi agli occhi della pia Gisella di aver vietato la processione di Santa Gregoria Martire Casta. Sgranava il rosario e Gino urlava, Primo in silenzio pensava ai canali da fare per piantare le melanzane. Più in fondo, in un  piccolo giardino  pavesato da colori sgargianti Leo si era perso dentro gli occhi vispi di Chiara che parlava e, mentre lei parlava e mentre lei muoveva le mani e mentre tutto il mondo girava frettoloso e stanco, quel giardino nascosto dalla fretta della vittoria, dalla bramosia della sconfitta, nascosto agli occhi dei tanti, dei troppi  abbellitori funesti, si chiudeva dentro un sogno, dentro un desiderio celato.
Un intreccio d’anime  lungo come la gestazione di un elefante  e non il tocco d’amore di un coniglietto nano. Due cuori che per la prima volta battevano seguendo lo stesso ritmo. Una canzone semplice, due accordi cuciti in croce e un’insaziabile voglia di stare uno accanto all’altra senza sfiorarsi…Continue reading


Quella gabbia fatale chiamata felicità – Terza parte

di Ferninando Morabito

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“Macchie#6” di Nicola Lonzi

Lungi dal mostrare i tratti di una vecchia strega, burbera, raggrinzita e spaventevole, la donna aveva due grossi occhi neri capaci di calamitare qualunque sguardo; una frangetta, nera come gli occhi, si poggiava delicatamente sulla fronte ampia e liscia, che incorniciava un viso di una strabiliante delicatezza esotica. Mani affusolate e sensuali invitarono i due giovani a sedersi comodamente su confortevoli poltrone di un rosso vivo, mentre la bocca carnosa si schiudeva in maniera quasi impercettibile, a disegnare una linea arcuata che solo con uno sforzo interpretativo notevole poteva essere associata ad un sorriso appena appena accennato. Una magrezza ben proporzionata di spalle, braccia e busto, unitamente alla cura minuziosa di ogni dettaglio della sua persona, conferiva alla donna i tratti di una misteriosa regina giunta fin lì da chissà quali luoghi lontani, mitici e incantati.
Istintivamente, i due ragazzi abbandonarono qualunque residuo di paura nell’osservare da vicino colei che nell’ultimo periodo aveva dominato i loro pensieri. La donna parve loro senz’altro distinta, intrigante, addirittura bella.
“Ah, la giovinezza!”, esclamò lei con amarezza, raggelando il sangue dei suoi ospiti. Ernest però raccolse tutte le sue forza per dire: “La giovinezza è audace, mia venerabile signora!”, sorprendendo se stesso, come se ascoltasse tali parole dall’esterno, da una voce non sua, eppure proveniente dal suo stesso corpo. Mirka, sebbene gelata dalle prime parole della donna, lanciò al suo uomo uno sguardo pieno di ammirazione.
“Audacia e incoscienza sono separate da un filo talmente sottile da sfuggire agli occhi dei più navigati tra gli uomini”, ribatté l’indovina con un sorriso tagliente, prima di aggiungere: “E non può certo la giovinezza, digiuna di esperienza, rispettare tale sacro confine. Nessuno può superarlo impunemente”.
Mirka credette di svenire. Ernest, abbattuto, cercò dentro di sé le risorse necessarie per non scoppiare a piangere come un bambino e gettare nella più nera disperazione la sua fidanzata, sulle cui spalle gravava adesso il fardello…Continue reading


Monologo dell’amore e del parcheggio

di Giuseppe Semeraro


“Piccolo Sud #21” di Emiliano Cribari

Ti dico la verità ora

mentre smetto di piangere

mentre cerco un parcheggio

mentre m’incazzo

che sembro un cane

che voglio dirti le mie ragioni

e m’aggrappo a qualcosa

ai nervi tesi del cuore

alle parole che si arrabbiano in bocca

e tradiscono il metodo e la faccia.

Prendi maggio adesso

che sarebbe bello andare a parlare in riva al mare…Continue reading


Non gli era sfuggito nulla

di Riccardo Meozzi


“Spider’s web” di Domenico Giovanni Della Rocca

Quella mattina, come le due precedenti, il primo pensiero del ragazzo fu quello dell’acqua calda. Immaginava di allungarsi sotto il getto stirando i muscoli delle cosce e muoveva un piede per capire se avesse dovuto fare un salto all’indietro. Nella fantasia succedeva anche questo: il suo corpo nudo di uomo docile e longilineo accaldato dalle coperte rifiutava d’istinto il gelo della doccia.
Sul sito a cui era iscritto avvisavano che il rischio maggiore era quello di non avere acqua calda durante le prime ore del mattino, specialmente se l’appartamento era situato nel centro della città. Lì per lì non ci aveva badato, aveva scritto alla ragazza che offriva il posto letto e le aveva domandato quanto distasse da piazza San Venceslao. Two minutes on foot era stata la risposta, così non ci aveva più pensato e aveva prenotato il primo volo disponibile.
La ragazza si chiamava Pétra e lo aveva accolto all’ingresso del grande palazzo. Il posto letto era una poltrona dei tempi dell’Unione Sovietica. Gli aveva chiesto se andasse bene, lui aveva assentito e le aveva spiegato che per la maggior parte della giornata sarebbe stato fuori. Solo un paio di birre e qualche giro da turista.
Si stava comportando come un quindicenne in fuga dai genitori. Pétra, che aveva il viso di una donna senza immaginazione, non era interessata alla sua storia. Gli aveva chiesto i soldi in anticipo e si era messa a parlare del suo lavoro. Era un’operaia metalmeccanica che di denaro doveva guadagnarne così poco che alla vista del suo portafoglio pieno di contanti aveva deglutito. Dopo avergli spiegato gli accorgimenti da tenere e avergli dato una copia delle chiavi di casa era scappata giù dalle scale stringendo una borsa di cuoio.
Rimasto solo nella mansarda, il ragazzo aveva cominciato a vederci chiaro: il soffitto era sottile, le finestre piccole e la luce che vi filtrava poca. In cucina c’era a malapena lo stretto indispensabile…Continue reading


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