Numero 30

Ali, guano e desideri

di Donatello Cirone

“Fletto i muscoli e sono nel vuoto” di Giacomo Rosato

Le sedie erano particolarmente scomode, Lidia e Jessica si guardavano negli occhi e versavano parole inutili nell’aria come un ubriaco fa pisciando dietro una siepe morta. Un interminabile flusso di lettere che si riversavano sul pavimento e liquefatte si perdevano nella terra sterile di un campo senza fiori. Francesca le ascoltava attentamente e restava in silenzio. Litanie che cadevano nel vuoto, che sbattevano sulle mura di sabbia della loro pigra anima.

Francesca guardava fuori dalle pareti di vetro, guardava il cielo e sorrideva.
Fuori dalla sua finestra, fuori da quella stanza piena di desolazione, migliaia di storni volteggiavano, salivano  scale invisibili, si arrampicavano a funi d’aria, formavano in cielo figure mitologiche. Era uno spettacolo che lasciava tutti, comprese Lidia e Jessica, senza parole. Tutte e tre le donne, chiuse al secondo piano di un edificio come tanti,  dimenticarono per un attimo il loro ruolo, la loro fragile vita. Lidia dimenticò che sarebbe tornata a casa sola, che avrebbe trovato la casa fredda, i piatti troppo puliti, la televisione spenta, le sedie allo stesso posto. Jessica dimenticò, per un solo attimo, che, appena tornata, Livio, suo marito, l’avrebbe costretta a inginocchiarsi e che le avrebbe violentemente chiuso la bocca, dimenticò che avrebbe pianto di nascosto mentre scrostava il bianco opaco dai suoi denti gialli…Continue reading


Feuilleton Il passaggio in macchina – parte diciannovesima

di Alessandro Xenos

Episodi precedenti

 

“In the Swamps #4” di Bartolomeo Pampaloni

L’interrogatorio non durò più di un’ora. Estelle era esausta, le ultime domande dell’agente erano cadute nel vuoto della sua stanchezza. Le parole le uscivano lente e pesanti, aveva la sensazione di essere stata messa a testa in giù per tirarle fuori. In effetti, tra le intenzioni del poliziotto vi era proprio quella di rigirarla, raggirarla, e infine, come si dice in gergo, di farle vuotare il sacco, ma il volto cereo della ragazza e le sue risposte laconiche l’avevano convinto a rimandare il tutto a un secondo momento. L’accompagnò quindi in una cella spiegandole che avrebbe dovuto passare la notte lì, «Mi dispiace, è la procedura », le disse richiudendo la porta. Sapeva che l’indomani il suo avvocato sarebbe arrivato a tirarla fuori e che nel giro di un’ora la competenza di quell’affare sarebbe stata affidata alla polizia criminale. Aveva sperato di estorcerle una confessione rapida, che gli avrebbe assicurato una certa fama e magari, con un po’ di fortuna, una ridente carriera, ma in fin dei conti era contento di non dover fare altre ore di straordinari che non sarebbero stati pagati: in meno di quindici minuti avrebbe raggiunto il suo monolocale a due passi dalla ferrovia, una birra veloce e poi a letto per qualche ora prima del prossimo turno.

Quando ritornò nell’atrio del commissariato però fu sorpreso da un baccano inusuale per quell’ora della notte, più di venti persone si accalcavano davanti a un suo collega intimorito. Riconobbe quattro giornalisti locali, l’ispettore Aymé della criminale e il giudice Renaud, gli altri non aveva idea di chi fossero. Quando uno dei giornalisti si accorse della sua presenza l’intero gruppo si girò verso di lui, partirono decine di scatti dalle macchine fotografiche, la gazzarra ripartì più forte di prima, tutti a invocare il suo nome, neanche fosse una star del festival di Cannes…Continue reading


Quella gabbia fatale chiamata felicità – Seconda parte

di Ferninando Morabito

Episodi precedenti

 

“Piccolo Sud #31” di Emiliano Cribari1

Come novelli Adamo ed Eva, il serpente della curiosità aveva finito per avvelenare anche il loro paradiso terrestre, trascinandoli, in una limpida mattina di maggio, al cospetto della squallida stamberga in cui si diceva alloggiasse la misteriosa indovina giunta da chissà dove. Con il cuore in tumulto, i due si accostarono al vecchio legno, quasi interamente corroso dal tempo e dall’incuria, che fungeva da porta di quella misera abitazione, e fecero per bussare. L’orgoglio di maschio impediva a Ernest di darsela a gambe, mentre solo il residuo effimero, seppur robusto, di un capriccio quasi inspiegabile non consentiva a Mirka di desistere sul più bello. Se solo uno dei due avesse confessato all’altro i propri timori, nello spazio di un istante entrambi sarebbero tornati indietro, ben lieti di dimenticare al più presto tale bislacco episodio.

Ma nessuno dei due parlò. Fermi, come paralizzati, entrambi fissavano quella inquietante dimora dove, secondo le voci che circolavano da un po’ di tempo, viveva colei che sapeva leggere il futuro. Finalmente, Ernest si decise a bussare, anche se con scarsa convinzione: probabilmente sperava di non essere udito e di avere così pieno diritto di voler tornare a casa… Continue reading


La generazione perduta

di Giampaolo Giudice


ma | re #20 di Roberto Pireddu

Non è stato un momento. Non c’è stato uno strappo. La fede nel “futuro” è stata consumata, erosa, raschiata via pian piano già con le prime pubblicità nelle reti private. E’ iniziato lentamente, tanto che non se ne è accorto nessuno. Non ce ne siamo accorti noi -allora bambini- e non se ne sono accorti i nostri genitori –troppo impegnati realizzarsi e guadagnare per noi… e per loro stessi-. Cominciò con la tv in cucina. Cominciò tutto con quell’affaccio serale sul respiro del Mondo, con l’arrivo nelle case di quella vespertina luce blu dell’ottimismo e del calore, a lumeggiare le finestre nella notte cittadina. Arrivò il mondo a colori delle partite di calcio, del varietà e le notizie dal fronte brillarono finalmente di prezioso rosso. Ricordo uomini, una notte di novembre, saltare e danzare sulle macerie. Ricordo che i miei occhi di bambino esitarono sui colori accesi di quei sassi e sui picconi, abbracciati come fossero vivi. Ricordo che non capivo, pur condividendo l’entusiasmo. A mano a mano siamo stati persuasi che il futuro in arrivo sarebbe appartenuto alle nostre giovani mani, che presto sarebbe dipeso solo da noi -i piccoli-, che avremmo finalmente potuto farne l’opera d’Arte non riuscita a “Loro” -i grandi- e che la stavano preparando per il “Nostro” bene… Continue reading


Bruxelles 2012, quando tutto cominciò

Wichita, Kansas, Stati Uniti, 22/3/2016

di Gaia Tomassini

 

“Sinaplenty” di Arianna Sisti

Ehi Fabrizio,

Finalmente ho trovato il tuo indirizzo! Sono Amelia, ti ricordi di me? La ragazza dell’ostello di Bruxelles, quella che è stata così scaltra e scafata da farsi aprire lo zaino mentre era in giro… ti sono venuta in mente ora? Dai, una persona del genere è difficile da dimenticare, grazie a Dio non se ne incontrano tante…

Comunque, giusto per rinfrescarti la memoria, all’epoca io avevo 17 anni e tu ne avevi 27, viaggiavi da solo in Interrail nei Paesi Bassi. Io ero a Bruxelles insieme a quell’altra campionessa di Giulia, la mia migliore amica. Quando mi sono accorta che non avevo più praticamente neanche un vestito mi sono messa a piangere in mezzo alla hall dell’ostello dimostrando freddezza e lucidità invidiabili, e tu ti sei avvicinato piuttosto impietosito dal mio comportamento. In lacrime ti ho raccontato la mia triste storia, e poi è successo tutto abbastanza in fretta; sei andato di stanza in stanza a spiegare qual era la situazione agli altri ospiti dell’ostello…Continue reading


Il furto

di Eva Luna Mascolino

 

“Macchie #01″di Nicola Lonzi

Tutto era capitato la prima volta in cui Eva si era cimentata nell’invenzione di una storia la cui protagonista fosse di sesso femminile. Perché la faccenda risulti più chiara, va specificato che, di solito, a lei non piaceva spiegare, non le piaceva affatto. Non a caso, quasi sempre interrompeva qualunque genere di racconto cominciato con slancio perché, in seguito, arrivava un momento in cui la narrazione non bastava più a sé stessa. Ed Eva avrebbe voluto che fosse così, che non fossero stati necessari paragrafi chiarificatori, in cui fermare il fiume in piena dell’ispirazione e fare lavorare il cervello. Per lei, si trattava di una fatica sterile. Era come lavorare in un mulino a vento costruito nel bel mezzo di un’isola tropicale. Non ne sarebbe venuto fuori niente. I suoi personaggi erano il risultato di uno strano fantasma che di tanto in tanto le si ingrandiva dentro, un po’ più in basso dello stomaco. La sua scrittura era letteralmente un parto, insomma, oppure una disinfestazione interiore. Non le sembrava, quindi, che avesse senso dilungarsi nel fornire dettagli esplicativi fini a sé stessi. La sua ambizione era quella di descrivere la maniera esatta in cui ogni spettro perfezionava le proprie fattezze, quella di raccontarne la storia senza nessun giudizio di valore. Solo quando ci riusciva era convinta di avere saputo Scrivere. La volta in cui aveva conosciuto il suo primo fantasma femminile, era stato dunque in dicembre. Stava lavorando ad uno pseudo-romanzo che, probabilmente, non avrebbe mai visto la fine. Si trattava di un’opera ibrida, che voleva sintetizzare alcuni aspetti della drammaturgia, altri della poesia e molti della prosa: al posto dei capitoli era stata creata, perciò, una struttura suddivisa in prologo, atti ed epilogo. Ed Eva aveva intenzione di sancire il passaggio dall’uno all’altro tramite un componimento in versi che sostituisse il coro…Continue reading


 Tardigradi

di Ferruccio Mazzanti

 

“What remains” di Filippo Menichetti

Tra di loro spunterà

corrosa

che sapeva cantare

la neve

col corpo darà tregua

ansimando

sotto forti addii

che sapevano cantare

quando

i piccoli seni

come il mare

danzare

sul frutto del suo corpo

sotto l’erba…Continue reading

 


Sottobraccio a luglio nel panico

di Giuseppe Semeraro

“Orange sky” di Domenico Giovanni Della Rocca

Sottobraccio a luglio

nel panico, nell’angolo

per non saper tornare a casa

guardando il fiume

nei tuoi occhi di paura.

Riportatemi a casa

hai detto

e la voce ti cadeva

come una bambina

fragile e persa

nel tuo biondo stanco

dei pochi capelli

e c’era fiducia

verso di noi sconosciuti

un’aritmetica graziosa…Continue reading


Une nuit

di Laureline Loyez

“La nuit” di Célia Bergougnan

Une nuit, je me suis mise à rêver. Et si c’était possible, et si j’étais la cible…juste envie de pleurer, de me mordre les ongles, à m’en bouffer les doigts. Et si je ne bougeais pas. En attendant la fuite, il se pourrait que des mondes s’écroulent de peur de perdre les vanités qui les avaient édifiés, avec fragilité sur les socles passés. Tout ça hais le monde et une ronde n’y pourrait rien changer des orgies posées, les joyeux lutins se donnent la main nagent la brasse dans le vide du néant, des mères, des charniers, des veuves apitoyées, craignant l’aube du jour qui claquera le bec des vautours errants piquent, volants, la sève des perdants que nous sommes, que vous êtes ici, plus rien n’est net. Les buildings empavés m’feront pas larmoyer mais tant que le feu coule le long des colonnes de marbre, celle des chiffres prospère sur un désert et les sabres endormis bien au chaud des trombines devront se relever extirper la vermine des hautes sphères de verre , des reflets menteurs où l’ode des carrières à le goût des moteurs et cendre de dollars. Le jour d’un ciel si noir que les anges du plafond se cogneront le ventre et vertement, sans discerner qui des bons, des mauvais sont sur cette terre rassemblés, ils trancheront net. Alors à ce moment seulement charriera les écailles.des drôles d’étoiles qui caresseront ta peau…Continue reading


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