Numero 29

Piccola lezione introduttiva di storia nel mio frigorifero

di Iacopo Accinni

 


“Les enfants à table” di Jack Leone

La guerra era stata dichiarata. La contea dei vegetali non ne poteva più di essere rinchiusa e dimenticata nei bassifondi del frigorifero. Erano stati proprio i pomodori, accompagnati dai sempre fedeli pomodori datterini a farsi portavoce di un malessere ormai fin troppo evidente. Sempre la stessa storia, si lamentavano in molti e un vociare irrequieto si era insinuato un po’ ovunque. Ci dimenticano, noi piangiamo e così marciamo, declamavano. I tempi son ora maturi per dire basta, si era infine esaltato l’unico grande pomodoro verde. È arrivato il momento di reagire. Ed è stato così che in una fredda e cupa notte d’inverno, i pomodori si sono riuniti tutti in gran segreto. Di fatti, un’armata su base volontaria era stata istituita. Piccola sì, ma ben determinata. Con fragore invocavano una qualche forma di giustizia; alcuni parlavano già di vendetta.

Il Gran Consiglio del frigorifero non era più stato interpellato da quando il Re Tartufo era morto. Nel tempo, nessun fungo champignon era riuscito ad imporsi come legittimo successore. Chi troppo ipocrita, chi troppo timoroso, tra funghi e funghetti sott’olio difficilmente si trovava il coraggio per separarsi dal gruppo. Ecco perché, nella gloriosa storia del reame del frigorifero, un Re Tartufo veniva visto come una vero e proprio dono divino, in tutta la sua rarità. Prima di tutto, la famiglia! Questo quanto iscritto sui sigilli reali. Più che un motto, una convinzione, l’essenza stessa dell’ancien regime degli champignons. Il progresso e l’inesorabile correre del tempo, dapprima solo timori, avevano imposto la parola fine. Così la dinastia era andata rapidamente perduta. Anche per il Gran Consiglio, espressione e voce delle varie contee refrigerate, non ci fu più niente da fare. Proprio perché nessuno aveva mai avuto realmente a cuore l’interesse comune, tale comunione non era più stata interpellata. Più semplicemente, dimenticata.

Ora, cosa recriminavano concretamente tutti i vegetali? Prima di essere sistematicamente buttati via, i pomodori, ma con essi anche le carote, le insalate, le mele e le ciliegie, reclamavano essenzialmente rispetto e considerazione, seppure in minime quantità. Dapprima avevano iniziato con il rivolgere timidi, ma speranzosi sguardi verso i piani superiori, senza mai ricevere alcuna risposta. Allora dibattiti e incontri avevano preso piede, coinvolgendo sempre più interessati e partecipanti. Richieste e quesiti erano all’ordine del giorno, fatti e misfatti venivano denunciati sempre più con gran fragore. Si evidenziavano le prime richieste: rappresentanza, partecipazione, nonché la libertà di circolazione all’interno del regno. Quello che in modo più assoluto desideravano era servire al meglio l’interesse comune. Ovvero, Little Boy e la sua famiglia, divinità creatrici del glorioso regno. E non marcire in fondo a una maledetta scatola refrigerata. La fine di tali ineguaglianze e la dignità vegetariana per tutti era ormai denunciata quotidianamente con manifestazioni di sdegno, scioperi zuccherini e sonore marce di protesta, che finirono con il preoccupare la famiglia di Little Boy, timorosi che il vecchio frigorifero avesse iniziato a fare le bizze e presto avrebbe tirato le cuoia.

Questo era quanto accadeva sui ripiani bassi del frigorifero. In alto, al contrario, si ostentava benessere e spensieratezza. Intorno alla grande luce bianca si erano venuti a concentrare i potenti e si viveva secondo un ipocrita senso di felicità e ingenua innocenza. Nella parte più alta, infatti, risiedeva la corte del regno, laddove i formaggi, le creme e le loro percentuali di grassi assorbiti avevano costruito suntuosi palazzi e sale da ballo. La luce dava loro legittimazione, nobiltà di lignaggio, implicita protezione e, non ultimo, il potere. Stare accanto a tale luce bianca veniva considerata una vera e propria benedizione. Li rendeva di fatto speciali e quindi unici. Fu proprio così che su tali basi di sacralità e devozione, i formaggi e gli yogurt divennero rapidamente i veri padroni del reame del freddo, dopo la repentina decadenza della dinastia micologica. Entrare alla corte dei privilegiati era cosa ardua. Venivano dati quotidianamente balli in casseruola e lunghe battute di caccia al piatto. Farine in polvere, olii ed essenze regali profumavano i cortili e le gallerie della corte che a mano a mano diventata sempre più sfarzosa e distante. Qui si riuniva unicamente la nobiltà casearia del regno. Vi erano i cavalieri italiani della mozzarella, oltre ai cavalleggeri nomadi della toma dei Pirenei. L’Edam olandese primeggiava per le possenti e lavorate armature arancioni. Vi erano i baroni del Parmigiano stagionato e i duchi del Cantal, nonché i diretti discendenti della Santa Nectaire, protettrice di ogni derivato calcico. E poi c’era la famiglia dal latte blu. La più regale e la più rispettata tra le dinastie presenti a corte. I latticini dalle striature blu, gli erborinati, avevano antiche origini, frutto di unioni e lignaggi decisi su carta che ne avevano favorito la diffusione ai quattro frigoriferi della terra. Fin dalla notte dei tempi, si dice che non vi fosse frigorifero al cui interno non abbia dimorato un formaggio dalle linee blu. Questi latticini nobiliari erano riconoscibili per i loro emblemi e un perfetto odore di putrefazione, vero carattere di saggezza e perfezione. Il gorgonzola, il bleu d’Auvergne, lo Stilton, chi di pasta più dolce e cremosa, chi veterano del tempo e ben tonificato. Un lignaggio sempre naturale e diretto, mai pastorizzato. Al contrario, dinnanzi a così tanta reverenza, frutta e vegetali erano letteralmente considerati come esseri inferiori, al limite dell’inesistenza. Era dunque impossibile trovare un mezzo concreto che garantisse loro un minimo di libertà e facilitasse le loro rivendicazioni rivendicare per una degna e normale sopravvivenza. Ormai niente più che una voce debole e di poco conto. Dei quaderni di rimostranza furono redatti con gran fretta e forte rabbia, ma furono presto dimenticati nel bidone della spazzatura. La gazzetta del frigorifero continuò la sua opera di denuncia, nonostante la forte azione di censura. Si giunse così al punto di non ritorno. Un fatto eclatante venne a sconvolgere il normale equilibrio del reame. Forse il vero momento di cesura tra il passato e un possibile futuro. Dei melograni si erano dati alla macchia e al sabotaggio. Uno di questi era riuscito a salire di un piano, facendosi esplodere. Ancora oggi alcune macchie di succo di melograno marcano la scena del vile attacco. Non vi erano state vittime di fronte ai cancelli della corte regale, se non il suicida stesso, illustrava un bollettino reale immediatamente diramato alla corte del primo piano. In coro, si gridava allo scandalo nella sala dei gran balli e nelle varie ramificazioni della reggia. Di fatto, una tale manifestazione di rivolta non poteva rimanere impunita e una forte rappresaglia si imponeva. Anche dal vano congelatore tuonava una voce disgustata e rabbiosa. Erano i prodotti surgelati. Cotolette e fettine di carne, ali di pollo e insaccati congelati si erano indignati dinnanzi a tanta viltà. Va detto che, al contrario di quanto ci si potesse aspettare, il congelatore non era affatto da intendersi come un luogo di prigionia. Al contrario, si trattava di un esilio dorato per pochi privilegiati che si era a lungo tentato di nascondere alla maggior parte degli alimenti dei piani superiori. A una temperatura costante di dieci gradi sotto lo zero, qui si poteva godere a volontà di pace e frescura, per una buona e duratura conservazione. Ci si dilettava tra sedute al sorbetto fruttato e massaggi al ghiacciolo. La scoperta di tale paradiso da parte degli abitanti del regno non aveva fatto altro che acuire le diversità ed esasperare le fratture sociali. Gli arrabbiati da una parte, gli indifferenti dall’altra. In ultima istanza, la corte prese così la decisione di istituire un vero e proprio stato di polizia in tutto il regno. Per prevenire e combattere nuovi attacchi o atti di rimostranza furono dispiegate la salse barbecue, ketchup e maionese, scortate dai reggimenti a cavallo della senape e della mostarda, sempre piccanti e pronti all’azione, che puntarono verso il basso le loro cannucce armate di mortale salsa.

Tale fragile ed esplosiva situazione portò all’immobilismo dell’intero regno e a gravi turbamenti identitari, nonché a segni di fragilità emotiva. La paura e il malumore serpeggiarono in ogni angolo del frigorifero finché il caos non si impadronì della quotidianità. Ogni volta che il frigorifero veniva aperto, lo si faceva unicamente per uno yogurt, per del formaggio o una fetta di prosciutto. Mai che fosse per una qualche foglia di spinacio o per una mela. Il cavolo cadde in una pesante forma depressiva e involutiva, con una conseguente putrefazione maleodorante. Fu deportato in quarantena. A loro volta, le banane soffrivano di fame e erano colpite da acuti dolori addominali. Una volta aperte, una nauseabonda poltiglia grigiastra le uccideva. Si manifestarono anche forme di cannibalismo e di suicidio collettivo. Le autorità proibirono le feste, le danze e qualsiasi espressione di gioia, in particolare il boogie delle carote, che disperate si lasciarono andare ad atti incosulti e fino ad allora immaginabili. Qualsiasi forma di raggruppamento fu dichiarata illegale, comprese le proiezioni cinematografichedelle spezie indiane o i western del grande maestro Sergio Bacon o alla John Cheese Burger. Fu imposto un coprifuoco. Nessuno si poteva muovere dal proprio ripiano. Questo, con il calar delle tenebre, favorì la nascita di un mondo fatto di perdizione e depravazione. L’illegalità si fece largo nei bassi fondi del frigorifero. Giovani e attraenti pere dalle sensuali forme tonde giungevano per vendere e mercificare la propria polpa, pur di salire di un solo ripiano. E perché no, la possibilità di essere viste e di entrare alla corte dei formaggi. L’unione di pere e gorgonzola, che era sempre stata vista come peccaminosa, si faceva ormai sotto gli occhi di tutti. Il mercato nero era fiorito in un batter d’occhio e i limoni ne avevano il monopolio. Un succo acido di longevità iniziò a colare tra i vari ripiani, per giungere proprio oltre i cancelli della stessa corte. Il dolore e la paura venivano assuefatti, almeno in apparenza.

Questo finché, un giorno, un vento di cambiamento si fece largo oltre l’anta del frigorifero. Nel reame, infatti, fecero la loro apparizione i prodotti pre-confezionati e pre-cotti. Manuali d’uso, date di scadenza tatuate sulla pelle, sacchetti argentati e buste ad alta conservazione, erano esseri bizzarri. Forme di vita fino ad allora sconosciute. Rapidamente un unico pensiero prese a serpeggiare tra le quattro contee del frigorifero e nel cassetto dei surgelati. Presero tutti coscienza di non essere più soli; altro non erano che dei ripiani belligeranti. Al primo incontro, per alcuni tali stranieri apparirono come barbari, per altri spiriti indemoniati. Vestivano con strani indumenti e scatolami morbidi, resistenti e possenti come divinità. Della latta non se ne vide più traccia. Portavano nomi a dir poco buffi, per non dire esotici: risotto, ravioli, cajun, borsh, curry. Grande fu lo stupore in tutto il reame. Colti e sapienti si riunirono in fretta e furia, ma nessuno osò mai sentenziare un parere. Al contrario, furono letteralmente rapiti dalla diffusione di un nuovo verbo, da nuove idee rimaste fino ad allora celate. Gli stranieri erano convinti portatori di una visione a dir poco rivoluzionaria, al limite della saccenza, altresì sconvolgente. I nuovi prodotti andavano professando un nuovo approccio alla realtà, fondato certamente sulla libertà, ma guai a definirla come credo, religione o affine a una qualche divinità. Libertà di espressione e di conservazione, eguaglianza di gusti e fragranze, democrazia calorica e identitaria, libertà di scambio tra i ripiani, questi erano propositi buoni e universali, comunemente accettati, coltivati e difesi. Dicevano di  aver visto cose “che voi antichi alimenti non potete minimamente immaginare”. Essi venivano dal mondo esteriore. Un mondo ove l’uguaglianza identitaria aveva definito la mercificazione e la differenza come male unico e incondizionato. Un mondo dove un grande libro di ricette rendeva i pasti uguali in ogni cucina. Un mondo dove la sperimentazione e il gusto di apprendere non era più permesso. Essi parlavano di cottura, di forni e fornelletti, di vapore. Tre erano considerati i grandi flagelli persecutori che mietevano e piegano i destini di ogni alimento una volta uscito dal frigorifero: la forchetta, il coltello e il cucchiaio. Una volta che una forma di nutrimento commestibile si ritrovava sul ripiano di una cucina, non vi sarebbe stata più alcuna possibilità di ritorno. Questa l’unica verità. La libertà? Sempre stata presente, ma tristemente dimenticata. Libertà di sapori, di gusti e di odori. Una libertà preziosa e unica, che rendeva, per l’appunto, speciale il reame del frigorifero, nonché la sua ingenuità e innocenza, unico vero spunto di pace e normale esistenza.

Il colpo fu duro e lo sconcerto tale da non lasciare spazio ad alcun biasimo. Le piante aromatiche rapidamente si lasciarono andare, ricurvandosi su loro stesse. Il vecchio e saggio latte si fece sempre più cremoso, con un colorito che non ricorda più il candido e verginale bianco. La disperazione lasciò rapidamente il posto al ghiaccio. Tutto quello in cui essi avevano sempre creduto era scomparso. La grande luce bianca tentennò diverse volte prima di spegnersi del tutto. – Mi dispiace dirlo ma credere non combacia più con l’esistere, aveva sostenuto una vecchia e rugosa melanzana. – La realtà è davvero più crudele di quanto avessimo immaginato, disperavano i fiori di zucca. – Ci siamo fatti a lungo la guerra per un niente, esclamò per l’ultima volta il clero delle uova, ultimi testimoni dell’uomo come unico Dio liberatore, quando al contrario era proprio costui che le aveva rinchiuse in un frigorifero. – Niente più che una scatola bianca e fredda, esalò il barattolo di maionese, prima di impazzire.

L’ala più radicale dei pomodori però non ci stava. – Qualcosa si potrà pur fare, gridò il loro portavoce, ancor più rosso di rabbia da non credere alla propria buccia. Immaginarsi a lungo prigionieri di un mondo che non è mai stato tale, aveva reso folli tutti i pomodorini e pelati vari al punto che del succo di pomodoro iniziò a colare in ogni dove, imbrattando persino le timide pannocchie di granturco, che svenirono all’unisono. Si trattava di lacrime ormai inarrestabili. – Smettetela di frignare, tuonò il vecchio barone Parmigiano. Si, è vero. Nella maggior parte dei casi la realtà è cosa dolorosa, ma bisogna accettarla con dignità. Il vecchio barone era sceso in basso, nell’anta dei vegetali. Scaglie di parmigiano venivano ora ad accarezzare la pelle torturata e grinzosa dei pomodorini. – Insieme, sentenziò. – Ha ragione il barone, concordò una vecchia ormai putrida fetta di melone, fino a quel momento rimasta nascosta dietro alle foglie di lattuga. Tossiva e sputava piccoli e maleodoranti semi. Insieme possiamo cambiare, sospirò. Il nostro regno cambierà e in meglio, parlava facendosi largo tra la folla fino ad affiancare il barone Parmigiano. Un chiacchericcio si era diffuso tra i vari alimenti e ci fu chi si rintanò sui ripiani più alti alla vista dell’appestato. Il nostro destino è segnato, non vi sono più dubbi, ma è anche legato. Noi tutti siamo un insieme, siamo il glorioso regno del frigorifero. Oggi siamo qui riuniti per sancire un nuovo inizio, provando a costruire una società migliore. Giusta. Cooperare per sopravvivere. L’uomo ci mangerà, non vi sono dubbi. Ma sarà solo grazie a noi che egli stesso sopravviverà. Non vi sara’ nessuno lì fuori che ci riporterà alle nostre fattorie o nei nostri amati orti. Aprite gli occhi. Ora, finalmente, sappiamo di avere almeno uno scopo nella nostra esistenza: l’uomo. Infine la fetta di melone dichiarò: Io vi dico che è giunto il momento della pace. Un abbraccio collettivo si ripercosse tra i vari ripiani del reame.

– Little Boy chiudi immediatamente questo frigorifero, aveva esclamato la mamma una volta fatto ingresso in cucina. Non devi lasciarlo aperto, mi scongeli tutto.
– Ma, mamma, volevo solo vedere il regno delle quattro contee.
– Cos’è? Un’altra storia di tuo padre? Su, fila in stanza tua, esclamò la mamma ancora una volta scocciata.
– Mamma!


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