Feuilleton Il francese inesistente – Parte prima

di Fabio Cardetta

Pubblicata sul Numero 32

 


“Macchie #5” di Nicola Lonzi

Il tuono provocato dal percuotere monotono e dal brulicare di migliaia di persone che sobbalzano in uno stadio: è un’esperienza a cui i tifosi sono abituati. Una massa omogenea che fracassa ritmicamente i propri timpani al suono dei cori e dell’esaltazione generale provocata dall’evento sportivo.
Lo stadio era pieno, come sempre, quando giocava lo Slovan.
Si giocava il derby: le curve brandivano fumogeni e l’aria era satura di tensione e sudore, mentre in campo le squadre si affrontavano a viso aperto.
Quel giorno sarebbe stato uguale agli altri, se non fosse stato per la sfida che due volte all’anno puntualmente si ripeteva fra chiasso, rabbia, frustrazione e spirito di gruppo nella curva a cui Srecko apparteneva. Perché Srecko apparteneva a quella curva, ci era cresciuto ed era diventato uomo con quella curva. Una ferita sul braccio dovuta ad una frustata di catena lo stava a testimoniare.
La sua testa rasata si conformava alle altre, i suoi tatuaggi erano diversi, ma nascosti dal giubbotto a vento.
Quel giorno Srecko si sentiva strano, o meglio così appariva agli altri.

Non era un tipo loquace, durante le partite semplicemente inveiva, cantava e alzava le mani al cielo. Il massimo degli scambi con gli altri era limitato a una battuta fugace su possibili scontri o qualche parola di stizza su qualche giocatore. Ma quel giorno non c’era stato nemmeno quello. Srecko non parlava, era pallido, più del normale.
“Stai male?” – gli fece uno dei Grizzlies, tra quelli più accaniti della Curva. Srecko rispose con gesto secco del mento. Poi con un sussurro rauco, fece:
“Non ho voce. Devo avere la febbre.”
L’altro lo guardò con un’aria interdetta, quasi preoccupata.
Poi gli dette una pacca sulla spalla e approvò:
“Sei tosto. Io sono come te. Sarei venuto pure in barella per questo match.”
Srecko sorrise, a modo suo.
Il compagno ultras tornò nella calca da dove era venuto. I cori continuavano e Srecko riprese a tifare, alzando le mani al cielo.
Nessuno ci fece caso al fatto che fosse solo.
Marek, il cognato, quasi un fratello di vita, di solito lo accompagnava a quegli eventi. Facevano coppia fissa i due, sia nel lavoro che nella vita. Ma Marek quel giorno era in vacanza a Piestany, dai parenti della moglie, e non sarebbe tornato prima di tre giorni.
La partita finì con un pareggio e senza scontri.
La folla si dileguò lentamente e lo stadio tornò a restare desolato, come un rudere antico pieno di rifiuti, come una lorda Necropoli.
Srecko sparì nella folla come era apparso. E nessuno si curò di lui.
D’altronde il tifoso apparteneva sì a quella Curva da tempo, ma molti della Curva non sapevano nemmeno della sua esistenza. Altri lo conoscevano solo di vista o semplicemente lo salutavano come membro del branco.
E lo era, Srecko, un membro del branco. Un componente importante, sì, ma non necessario, di quella fitta e roboante massa di gente che condivideva la stessa passione, lo stesso ideale, la stessa finalità mistica: il Tuono.
Quel rumore che li pervadeva ad ogni colpo di tamburo e che li estasiava come un ruggito. Quel rombo di tuono che dava senso alla loro vita.

Lo stesso tuono, di una cassa questa volta elettrica, era quello della musica house che scuoteva uno dei locali più frequentati di Bratislava. Era un fracasso ritmico, come la luce accecante proiettata in pista, in una tipica serata dove corpi di uomini e donne si fondono, si sfiorano e l’alcol inebria i cervelli stanchi. Cervelli che vogliono alienarsi dalla routine della settimana passata, cervelli che si dimenano in cerca di qualcuno per non passare la notte da soli, cervelli che vogliono solo dimenticare o semplicemente divertirsi.
Jules era uscito da solo quella sera, come gli era già capitato molte volte soprattutto nell’ultimo periodo. Girovagava per la pista, puntava una donna, le si avvicinava, una parola all’orecchio, alcuni ‘no’ e passava avanti facendosi una risata.
Era uscito da solo, anche quella sera. Non faceva altro che bere e fumare, andare in pista, tornare sul divanetto in veranda e ingurgitare quintali di fumo per poi proiettarli con stanchezza nell’aria.
Era ubriaco fradicio e non ci pensava nemmeno a cambiare locale. Semplicemente continuava a bere. Sapeva che ormai non poteva tornare a casa. Avrebbe aspettato l’alba per tornarci e per finalmente trovare il meritato riposo, in un letto che lo attendeva come una terra straniera.
Era cosciente di essere diventato un altro, non sapeva nemmeno perché fosse capitato tutto così velocemente. Ma non perdeva nemmeno tempo a farsi troppe domande. Il vortice di emozioni e di follia in cui era precipitato lo faceva sentire vivo, gli faceva sentire che ancora ne valeva la pena, ancora c’era qualcosa da fare.
Riuscì a malapena ad alzarsi per andare a pisciare.
Imboccò lo stretto corridoio che portava al bagno, tastando a tentoni il muro per non tracollare, ed entrò. La porta s’aprì, e Jules come un gatto si diresse verso il pisciatoio in fondo. Si calò leggermente i calzoni e quasi un orgasmo lo prese nel proiettar fuori i suoi liquidi alcolici.
E pensava a quello che non era più, a un lavoro di merda che avrebbe voluto lasciare, a quell’avventura che finalmente gli aveva dato un altro motivo per vivere, alle sensazioni che quella nuova vita gli aveva fatto provare. E si accorse in fondo di essere felice. Un giovane uomo che finalmente, forse, aveva trovato la strada che cercava e il senso a tutto quello che era venuto prima.
Jules sorrise a se stesso come solo gli ubriachi sanno fare.
Poi tornò alla realtà e si riabbottonò i pantaloni.
Fu allora che, girandosi distrattamente verso l’uscita, vide un uomo.
Un lampo, poi un tuono gli spaccò i timpani.
Jules cadde a terra, accasciandosi al muro.
E gli occhi si spalancarono verso l’uomo col braccio teso.
Solo dopo vide la pistola.
E la fissava… come si fissa un giocattolo.
Non si era ancora accorto di essere morto.

Parte seconda (La rivoltella)

Pubblicata sul Numero 33

 


“Macchie_004” di Nicola Lonzi

Svetlan si sentiva così simile a Schubert, forse perché Schubert era morto di sifilide. Ma Svetlan non era ancora morto di sifilide e non si fregiava nemmeno di avercela la sifilide.

Aveva comprato da tempo i biglietti per il grande concerto del tardo pomeriggio nella Cattedrale di San Martin e non aveva chiesto a nessuno di accompagnarlo.

La musica classica era per lui un momento di preghiera ed estasi solitaria. E la Cattedrale era per lui il posto esatto per celebrare quel rito mistico. Non era la prima volta che assisteva a questi concerti. L’ultima volta, per il Requiem di Mozart, ne era uscito elevato e devastato. Ma Schubert era Schubert, il suo preferito, e non appena aveva saputo che avrebbero eseguito il componimento ‘La Morte e la Fanciulla’ si era proiettato in biglietteria per accaparrarsi i posti migliori.

Ora sedeva, proprio al centro della chiesa, sotto la grande cupola gotica ornata di sculture mostruose e angeliche, con una gamba che sporgeva nella grande navata centrale tremando e l’altra come paralizzata, inchiodata alla panca.

La moltitudine di gente era silenziosa e incantata dai componenti dell’orchestra, che con un roboante e stridente movimento di violini raccontavano il potente ultimo canto di Schubert, quella misteriosa melodia dedicata alle figure di Ade e Proserpina, un misto di note paradisiache e infernale rumore.

Uscito che già erano le 21.00, Svetlan rimase un po’ a fumarsi una sigaretta seduto alle scalette d’un portone di fronte alla Cattedrale. Beveva un boccale di birra e rimirava la solida struttura della chiesa, la cupola verde con la guglia appuntita, il giardinetto che circondava il cortile principale, le bifore arabescate.

Poi si ricordò di avere appuntamento al Zelovny Bar, con Vladimir, verso le 22.00 e prima ancora con Tub, verso le 21.30.

Gettò la cicca e si incamminò, godendosi l’aria di maggio d’una Bratislava bella come non mai. Arrivò nel bar, e decise di prendersi una shisha.

Si fece portare il narguilè e cominciò a fumare quell’aroma al melone che da sempre lo deliziava. Poi si mise a scarabocchiare qualcosa sul diario.

Proprio mentre girava il cubo con le pinze sul metallo bollente, arrivò Tub.

“Ciao, capo… Che fai?”
“Scrivo” – fece Svetlan, senza alzare gli occhi.
“Stai scrivendo un libro?”
“Io non scrivo libri. Sono una persona seria.”
Tub lo guardò, accigliato:
“E quindi che stai facendo, se posso saperlo?”

Svetlan alzò lo sguardo, sbuffando.

Poi riprendendo a scrivere, rispose:

“Sto rispondendo alle domande di un giornalista che vuole scrivere un articolo su di me. Sto elencando tutti i casi che ho risolto, guarda!”

Tub prese il foglio e cominciò a leggerlo.

“Tu non ha mai risolto il caso Gibalov”

Svetlan, socchiuse gli occhi, poi sorrise:

“Se l’ho inventato, significa che è vero.”

Quando Svetlan ragionava così, Tub preferiva non dargli spago.
Gli ridette il foglio e chiese informazioni sul lavoro da fare:

“Quindi, che volevi dirmi?”
“Dobbiamo aiutare l’amico di Simona, Vladimir.”
“Un altro lavoro gratuito?”
“No, pare che mi proporranno come capo di una task force, se risolviamo la faccenda. Sai, queste sezioni speciali che creano per far vedere che sono specializzati in qualcosa? Bene. Noi saremo una specie di task force che collaborerà in parallelo con il Terzo Distretto… Per casi speciali, quelli che non sanno risolvere loro… Tutti praticamente!” – e Svetlan sghignazzò compiaciuto.
“E quindi che cambia?”
“Niente. Noi continuiamo a fare quello che facciamo, solo che dovrebbero pagarci.”
“Dovrebbero!” – fece Tub.
“Lo faranno… Tu non devi preoccuparti.”

Svetlan dette una profonda boccata alla shisha, buttando il fumo sul volto del  braccio destro. Era evidentemente contrariato dal fatto che il suo sottoposto ultimamente si fosse preso tutta quella confidenza e gli stesse facendo così tante domande. Tub capì l’antifona e virò sul tema principale:

“Che caso è?”
“Hai presente l’omicidio del francese che non risolvono da più di sei mesi?”
“Sì, quello capitato nel locale di Bito.”
“Bravo, quello.”
“E vogliono che ce la vediamo noi?”
“Sì, tra venti minuti viene Vladimir a darmi tutto il materiale. Vediamo che dice. Ti richiamo appena ne so di più.”

Tub annuì, preoccupato.

“Puoi andare” – gli fece Svetlan, senza guardarlo.

L’omone girò i tacchi e se ne andò senza salutare.

Da lontano Svetlan lo guardò di sottecchi.

“Forse dovrei ridurgli lo stipendio” – si disse tra sé e sé.

Il locale era ormai colmo di fumo.

A parte Svetlan, nella stanza principale c’erano solo due ragazze di periferia, in evidente sovrappeso e adornate di tatuaggi grossolani, che blateravano rapidamente di lavoro e corna. Nell’altra stanza attigua, praticamente un corridoio parallelo allo spazio principale, c’era un giovane che fumava e guardava nel vuoto, evidentemente ubriaco. Il tutto dava di dacia della Siberia, dato che il locale era interamente rivestito in legno e ricoperto di strambi tappeti persiani.
Svetlan si guardò per un attimo intorno, a contemplare l’atmosfera tristissima a cui ormai era abituato. Poi si ridette a buttar già le sue gesta, sia quelle vere che quelle inventate.
Proprio nel momento in cui era riuscito ad inventarsene una di sana pianta, Vladimir fece il suo ingresso.
Non era contento, il poliziotto.
Si stava palesemente umiliando davanti all’odiato ex piedipiatti, il Genio dell’Intuito, il Saccente, quello che secondo tutti era mezzo colluso con la criminalità organizzata. Ma ormai Simona s’era messa in mezzo. L’aiuto di Svetlan in questo caso le appariva più che necessario. Anche Vladimir sapeva benissimo che i fallimenti della sua unità lo avrebbero presto messo in un cantuccio e Kornikov, il Capo della Polizia lo avrebbe sicuramente silurato, come stava facendo per Simona mesi addietro, mettendo al suo posto uno di quei ragazzini leccaculo di cui ormai il distretto era pieno. La probabilità era molto alta.
L’ispettore Velikovà era in salvo, anzi veniva ormai dato come astro nascente della polizia giudiziaria e prossima a diventare Dirigente.
Vladimir invece era nei guai, sebbene volesse anche lui invertire la rotta, non ci sarebbe mai riuscito continuando con i soliti metodi.
Non era più tempo dell’orgoglio.
Doveva servirsi di Svetlan.
L’investigatore lo invitò ad accomodarsi e si promise mentalmente di non infierire sul vinto, ma di essere gentile e disponibile così come aveva promesso a Simona.
Cercò di farlo, mantenendo una certa serietà.
Per questo esordì rapido e concreto, affinché la conversazione durasse il meno possibile e lui potesse, solo alla fine, liberarsi con una grassa risata dell’ilarità repressa, una volta che Vladimir fosse uscito dal locale.

“Che elementi abbiamo?” – esordì Svetlan in tono professionale.
“Un casino…”
“Comincia con i fatti essenziali”
“Il soggetto si chiama Jules Klein, francese, 28 anni. Lavorava per la Tecniform, settore vendite, da almeno 4 mesi.”
“Come è stato ammazzato?”
“Era uscito giovedì sera, da solo, era al Pub Groucho, c’era una serata techno e la pista era piena di gente che ballava. Era andato a pisciare. L’hanno ritrovato morto in bagno, sparato in testa da un solo proiettile, scamiciato, calibro 38, special.”
“Un bel cannone… La scientifica che ha trovato?”
“Un paio di cose importanti: l’assassino gli ha sparato da un paio di metri, all’altezza dell’altro pisciatoio. Nessuna impronta o meglio, duemila impronte, tutta la gente che era andata al cesso quella sera. A terra era tutto bagnato di acqua e piscio, come succede nei locali del genere. C’era un’orma strana però, numero 45. Crediamo che sia quella del killer.”
“Immagino che ce ne fossero altre mille di orme in quel cesso” – fece Svetlan con una smorfia.
“Sì, ma questa era diversa. Alcuni piccoli schizzi di sangue si sono fermati in corrispondenza dell’impronta, e questo significa che…”
“… che quella scarpa era lì quando hanno sparato.”
“Già!”

I due si guardarono silenziosi per un po’.
Vladimir dalla tasca del giubbotto estrasse una busta di plastica con il proiettile e un’altra busta con delle foto. Erano le foto del cadavere e della scena del delitto.

“E riguardo allo sparo, balistica, altro?”
“Sì… Ci hanno detto che il tizio ha sparato da quella distanza, probabilmente a braccio teso. C’era la traccia dello sparo sul muro a una quarantina di centimetri davanti al pisciatoio… Se i calcoli sono giusti, dovrebbe essere un tizio d’altezza tra 1 metro e 55 e 1 metro e 75… Così ci hanno detto.”

Svetlan sfoggiò un sorriso sarcastico.

“Caspita, avete dei maghi alla scientifica… Pure l’altezza!… Diciamo che questa informazione la prendiamo con beneficio d’inventario.”
“Nel senso?”
“Nel senso che i balistici sono come gli astrofisici. Alle conferenze gli buttano addosso le noccioline.”

Vladimir sorrise forzatamente:

“Questa è ovviamente una tua opinione personale.”
“Ovviamente.”

Svetlan scorreva tra le mani le foto del morto, che lo raffiguravano accasciato, seduto a terra, appoggiato al muro e con la testa pendente da un lato. Una grande macchia di sangue in alto sul muro, all’altezza della testa quando era ancora in piedi.

“Trovata l’arma?”
“No”
“Questo tizio aveva amici, parenti?…”
“Colleghi, ma non amici. Ho lasciato il rapporto con tutte le informazioni sul francese al tuo collaboratore, quello enorme, l’ho incrociato poco fa.”
“Si chiama Podolski, ma tutti lo chiamano Tub.”
“D’accordo”
“Comunque stavo pensando: la balistica ci dice che forse è un tappo, ma la scarpa è un 45. Cos’è un nano sproporzionato o un fenomeno da baraccone?”

Svetlan s’accorse che non stava rispettando i patti.

Si placò, quasi imbarazzato.
“Lo so, non quadra” – riprese Vladimir, ribollendo.
“Eh, appunto, non quadra”

Svetlan ridette tutto il materiale al poliziotto, trattenendosi giusto un paio di foto: “Queste le prendo in prestito, te le riporto domani.”

“Va bene”
“Salutami Simona”
“Non mancherò”

Il poliziotto se ne uscì a grandi falcate come previsto.
Svetlan a quel punto tracollò sui divanetti, sghignazzando soddisfatto e buttando giù grandi sorsi di birra, disse a se stesso di essere stato magistrale. La faccenda sottopostagli da Vladimir, invece, non lo faceva ridere per niente. Anzi.

Così terminò la shisha e se ne andò a dormire.
Doveva riflettere sugli elementi dati.
Quella notte però non fu delle più quiete.
Svetlan sognò la pistola descrittagli da Vladimir: la 38 special.
Si ricordava  che quel calibro gli era già capitato sottomano in qualche altro caso di cui non riusciva a ricordarsi appieno. Erano di certo casi che gli avevano procurato un certo fastidio, una buona dose di inquietudine. Perché quella 38 special era un’arma particolare, non si va in giro a sparare con un revolver del genere, soprattutto a Bratislava.
In quei due-tre casi in cui gli era capitata quest’arma, c’era sempre stato qualcosa di perverso, che dava di vintage, di un gusto retrò, di qualcosa fuori moda e al contempo appartenente a un’epoca oscura, lontana, ma attualissima. Dove gli era capitata sottomano quella 38?

E se la immaginò, la 38, la vide di fronte a sé chiara, scintillante, nel buio.
C’era solo lui che la osservava, la pistola, e quella pian piano si dilatò, si fece sempre più grande, enorme, gigante. Svetlan invece si sentiva sempre più piccolo, si vedeva rimpicciolire, mentre quella rivoltella roteava di fronte a lui. E Svetlan si sentì sempre più attratto da quell’aggeggio, da quei meandri meccanici, da quel buco nero, quel vortice che irresistibilmente lo risucchiava. Il suo sguardo finì per essere ingurgitato dalla pistola, e si ritrovò a vagare nella canna come un piccolo uomo smarrito; si scoprì sceso nel castello e cercò di risalire con fatica verso la tacca, s’aggrappò al cane e sentì un raschio, come se qualcuno avesse inserito qualcosa, improvvisamente, nel grande e monumentale meccanismo di morte. E ritrovatosi di nuovo nel tunnel, voltandosi, vide davanti a sé quell’enorme proiettile scamiciato inserito nella canna, occupare l’intero spazio in altezza e in larghezza. Fu lì che Svetlan si sentì oppresso, cercò di allontanarsi, di scappare verso la luce. Ma non fece in tempo a muovere un passo… che l’innesco scattò.

Un boato rimbombò nell’aria e il vuoto si riempì di fiamme e fetore, sommergendolo d’una vampa letale.
Svetlan si svegliò. Sputando sangue, in asfissia.
S’accorse di essere terrorizzato come un bambino.

Un terrore che aveva quasi dimenticato.

Parte terza

Pubblicata sul Numero 34

“Seven Sisters Crossroad #4” di Bartolomeo Pampaloni

La scacchiera si stagliava sulla piattaforma nera lievemente illuminata da una luce bianca. Su di essa incombeva la sottile ombra seduta e con le braccia spalancate che guardava in giù come un eremita. Di fronte a lui la figura imponente di Tub, che lo fissava dall’alto con una faccia pallida, la solita, le mani dietro la schiena e l’espressione stranita.

“Voglio sapere tutto di questo Klein. Comincia.”

L’omone cominciò:

“Jules Klein, 28 anni. Ha lavorato negli ultimi tre mesi per la Tecnifom, settore vendite. Era bravo, vendeva parecchio, dicono i suoi colleghi. Ho parlato con il suo manager: mai avuto un problema. Era un tipo che si faceva i fatti suoi, abbastanza discreto riguardo alla sua vita privata, qualche battuta divertente per accattivarsi la simpatia degli altri, parlava poco, il necessario. Dei colleghi frequentava solo due uomini sulla trentina. Anche loro non mi hanno detto granché: un caffè, una birra e sempre a casa presto. Cosa strana: nemmeno uno di loro sa dove il tizio abitava. Alla polizia straniera Klein ha lasciato un indirizzo falso, ovvero quello del suo precedente soggiorno a Bratislava, avvenuto nel 2014 per più di un anno. Allora lavorava per un’altra azienda, la Sankel, come servizio clienti. Dei colleghi di allora ne ho rintracciati alcuni. Stesso quadro, carattere diverso: il Klein allora sembrava alquanto diverso, più giocoso, insomma uno che amava divertirsi, raccontare storie…”
“Roba di alcol, droga, donne?” – fece l’ombra.
“Alcol e donne, pare. Ma non si sa precisamente con chi. Lui amava però raccontare ai suoi amici cosa faceva. Pare avesse frequentato parecchie donne, nel suo primo periodo qui. Poi una pesante delusione amorosa l’ha placato per un po’”.
“Prostitute?”
“No, a Bratislava pare di no. Ma il Klein amava raccontare delle sue avventure, di quando era in Belgio e in Italia. E pare che lì andasse soprattutto a prostitute.”
“Belgio, Italia… La sua vita precedente?”
“Sì, dai documenti pare sia nato a Lilla, in Francia. I genitori due impiegati in una azienda per le telecomunicazioni. Poi la famiglia si trasferisce a Bruxelles. Lì Klein termina gli studi, si innamora di una ragazza italiana e decidono entrambi di trasferirsi a Milano. L’amore dura poco. Lui rimane senza un soldo e comincia a viaggiare per l’Europa, da accattone praticamente. Improvvisamente, durante un viaggio a Bratislava, conosce un futuro collega che gli dice che nel suo team c’è una posizione aperta per il servizio clienti. Lui prende al volo la situazione e si stabilisce qui. Da lì in poi una vita normale, qualche storiella con donne, quotidiano alcolismo e un caffè ogni tanto con gli amici. Per il resto niente di strano… Niente che ci possa aiutare granché. Credo sia tutto.”

L’ombra rimase muta per un paio di minuti abbondanti. Tub non osò interrompere quel silenzio. Una voce dall’oltretomba riprese:

“Ora ti fai un bel giro da Timothy, il giornalista americano. Dell’ambiente stranieri sa tutto. Poi vai a parlare con i tuoi amici del Bar Groucho. Molto tranquillamente, senza forzare troppo. Vedi che ne esce. E se ti avanza tempo ti rifai il giro degli ex colleghi e conoscenti del francese. Poi vai pure a parlare con l’ex proprietaria di casa del francese. A quanto pare, non vale la pena perdere tempo nello scoprire dove abitava realmente negli ultimi mesi. Lo faremo in seguito. Lì siamo coperti.”

E dicendo questo, l’ombra spostò tre pedoni e li mise a cerchio attorno alla regina.

“E tu che fai?” – fece dubbioso Tub.
“Io aspetto. Guarda.”

L’ombra rimise tutte le pedine al loro posto.
Dopodiché ne mosse tre dei bianchi: un pedone, un alfiere e una regina.
Solo un pedone dei neri.

“Cosa te ne sembra?”
“Il bianco ha messo sotto scacco il nero” – fece Tub – “Ma ha due mosse di vantaggio. O meglio, il nero è in svantaggio.”
“Ecco. Anche noi abbiamo due mosse di svantaggio” – fece l’ombra – “Ora dobbiamo fare le nostre due mosse. Tu vai in giro e difendi. Io aspetto e predispongo l’attacco. Stavolta giochiamo così.”

Tub fece una smorfia.

“A scacchi si muove solo una pedina alla volta. Il giocatore è solo uno, oppure, se vuoi vederla dal punto di vista dei pedoni: tutti fanno la propria parte.”

L’ombra rimase interdetta.
Poi, con un tono pacato ma secco, contrattaccò:

“Tu sei il pedone. Io sono il re. Quindi muovi il culo, se non vuoi che ti rispedisca a fare il buttafuori nelle fogne. Sono stato chiaro?”

Non erano mai arrivati a tanto. In effetti, quei due caratteri non erano mai stati così diversi come in quel periodo. Un periodo anomalo, dove qualsiasi ordine del capo o ulteriore domanda del sottoposto veniva vista come un affronto personale.

Cosa stava accadendo? Perché l’ombra si era fatta così ombra?
E perché Tub continuava a subire tutto, senza avere la forza di ribellarsi a quello stillicidio? La tensione tra i due aveva qualcosa di strano, patetico, indegno, decisamente ridicolo. Sembrava uno scontro tra padre e figlio, uno scontro edipico, i cui i ruoli di vittima e carnefice sembravano ad ogni attimo invertirsi, almeno nel loro personalissimo e contrastante immaginario. Ma loro non erano padre e figlio. Erano capo e dipendente, sembravano quasi colleghi di pari grado a volte. Ma in quegli ultimi giorni qualcosa era cambiato.

Tub, per la seconda volta nell’ultima settimana, ebbe un improvviso moto omicida verso suo padre. Avrebbe voluto prenderlo di scatto e staccargli il collo, di colpo, senza che s’accorgesse di niente.
Sentiva l’oppressione e l’arroganza di quell’ombra sottile quasi eterea, che avrebbe potuto in realtà distruggere in qualsiasi momento, non appena l’avesse voluto, lo sapeva bene. Ma questo non avvenne e probabilmente non sarebbe mai accaduto.
Così la tragedia anche stavolta fu scansata.
Tub fece la guerra con se stesso, il cuore gli batté frenetico per alcuni secondi. Poi si placò, e girò sui tacchi, proprio come nel bar Zelovny, proprio come l’ultima volta, ancora umiliato e fuori di sé.
L’ombra rimase lì a guardarlo uscire.

“Non te la prendere, amico mio” – pensò – “C’è una ragione per cui ti sto trattando così.”
Un raschio granoso cominciò a cigolare, e la potente musica di ‘Death and the Maiden’ partì, riempiendo la sala dell’armonia del tuono.

Era un pomeriggio come tanti.
In un locale oscuro di cui non sapremo niente.

In Prievskova ulica, sotto la frescura degli alberi e di fronte a un palazzo padronale su cui l’ombra della Chiesa Azzurra si stagliava delicata, un piccolo uomo, tarchiato e dalle gambe sottili, aspettava con le mani dietro la schiena.
L’uomo era decisamente in sovrappeso, aveva dei folti sopracciglioni grigi ed era in pantaloncini e sandali, nonostante la stagione calda non fosse ancora subentrata.

Tub lo vide e si avvicinò.

“La stavo aspettando!” –  fece l’omino ridente.
“Sono arrivato” – rispose Tub.
“Quale piacere vederla, Signor Podolski!… Come mai non è venuto anche il suo capo?”
“Magari perché sei un viscido raccontaballe e mi ha lasciato la grana a me, quello stronzo del mio capo. Non credi?” – aveva pensato prontamente.

Poi, invece, rispose: “Era impegnato.”

L’omino sfoggiò un altro largo sorriso e fece:

“Comunque la morte di un francese non è niente di che… Non lo sa che in Francia ne muoiono ogni giorno?”

Tub annuì, come se la battuta gli fosse piaciuta.

“Volevo metterla al corrente, comunque, che io quello lo conoscevo!… Veniva sempre ai nostri meeting internazionali e alle lotterie di beneficenza. Ma era sempre da solo. Si vedeva che voleva conoscere qualcuno.”
“E ha conosciuto qualcuno?”
“Mah, mi pare che si limitasse solo a qualche chiacchiera. Sembrava interessato soprattutto agli uomini di legge. Sa, per trovare qualche contatto del genere…”
“In che senso?”
“Sembrava volesse accedere a quel tipo di contatti, contatti di sicurezza… Sa, a furia di fare networking lo capisci: c’è chi punta agli industriali, chi fa l’aperitivo con una organizzatrice di eventi, chi si fa una birra con un giornalista, chi con un manager… Lui le birre le offriva sempre a magistrati e poliziotti.”

Tub si mostrò leggermente sorpreso.

“E alla fine?”
“E alla fine però non quagliava niente. Non l’ho mai visto intrattenersi due volte con la stessa persona. E quelli dopo qualche minuto lo snobbavano e se ne andavano a parlare con qualcun altro.”
“Qualche altra stranezza?”
“Mi faccia pensare…”

Fu lì che l’omino guardò l’investigatore con un sorriso ambiguo, di traverso, per poi avanzare una proposta:
“Perché non ne parliamo a casa mia?… Le posso offrire un té, ne ho di ottimi, non vuole?”

Tub, a quel punto, pensò che l’omino ci stesse platealmente provando. Aveva già sentito alcune voci sul suo conto, anche se non confermate, che additavano il buon Timothy come un rinomato pederasta ed estimatore delle più svariate pratiche sessuali. Ma erano solo voci, forse stronzate. A sostenere questa ipotesi c’era solo la generale impressione che quel volto decisamente brutto e viscido trasmetteva nelle persone. Nessuno era mai riuscito a dimostrare che Timothy, a parte la bruttissima moglie, avesse altri flirt o rapporti di diverso tipo. E nei suoi atteggiamenti quotidiani, nei suoi rapporti di lavoro, per quello che se ne sapeva, non aveva mai dato il minimo segno di essere altro che una brava persona.

L’investigatore, dunque, accettò la proposta.
“Al massimo lo picchio a sangue” – si confortò, pensando che forse sarebbe stato anche meglio; alla fine avrebbe addirittura auspicato che Timothy ci provasse spudoratamente una volta giunti nella sua raffinata dimora. Almeno avrebbe avuto una buona scusa per picchiare qualcuno quella settimana, il buon Tinozza.

E si sarebbe finalmente tolto di dosso quella rabbia logorante che ormai sentiva esplodere dentro di sé ad ogni passo, ogni secondo.

Timothy lo accompagnò lungo le scale, quasi spingendolo con un lieve tocco del palmo. Tub si rese conto che il suo lavoro lo costringeva ad incontrare tanta gente di cui avrebbe fatto volentieri a meno.

“Già!” – si disse.

I morti, puntualmente, lo costringevano ad avere a che fare con i vivi.

 

Parte  quarta

Pubblicata sul Numero 35

“In the swamps #4” di Bartolomeo Pampaloni

Timothy alla fin dei conti non ci aveva provato. Non aveva detto nemmeno granché riguardo al francese. Si era limitato a far accomodare il suo ospite in un salotto più borghese che mai, pervaso dall’odore di salse piccanti e tempestato di riproduzioni di Picasso, tappeti mostruosi, mobili antichi e ninnoli asiatici di qualsiasi genere.

Aveva acceso la tv per mostrare all’ospite la replica del suo telegiornale per stranieri ‘News from Slovakia’, reperibile su un remoto canale digitale, che ogni giorno l’americano conduceva impostato, elencando il nulla. Aprendo una porta, aveva poi mostrato la bruttissima moglie con simili sopracciglia, stipata in cucina a preparare un pranzo a base di panini, crema di arachidi e insalata. La donna aveva risposto al saluto di Tub con un ‘Salve’ molto artificiale, quasi da clown. Poi Timothy aveva richiuso la porta, aveva fatto accomodare l’omone e s’era seduto, guardando con occhi dolci il suo ospite. Lì Timothy aveva servito il tè, mescendolo come un vecchio lord ottocentesco. E infine aveva detto:

“Non ne so molto di più di quel tipo”
“E allora che cazzo mi hai fatto salire a fare?” – aveva pensato Tub, leggermente infastidito.

Poi, semplicemente, aveva risposto:

“Provi a ricordare. Anche il minimo dettaglio potrebbe essere importante.”

Ormai era lì e doveva finire il tè, tanto valeva provare.

“Ah, sì!… La sa una cosa strana?… Quel tipo un paio di volte si è intrattenuto con noi nel dopo serata. E sembrava quasi non volesse mai andare a dormire…”
“In che senso?” – fece Tub.
“Nel senso che noi dopo il meeting andavamo spesso a chiudere la serata in qualche altro locale. Si formava un gruppo di una decina di persone e andavamo a bere una cosa tutti insieme. Lui ci ha seguito un paio di volte e, entrambe le volte, è stato fra gli ultimi ad andarsene. Una volta rimanemmo solo io e lui. Proposi di accompagnarlo, ma lui non volle. Mi disse che amava aspettare l’alba per guardare il sorgere del sole. E comunque doveva vedersi con qualcuno.”

Tub si fece pensieroso, poi liquidò:

“Non mi sembra molto strano. Però se doveva vedersi con qualcuno, la cosa potrebbe essere interessante.”
“Sì” – continuò Timothy – “O almeno così mi ha detto lui. Tutte e due le volte la stessa scena. Doveva aspettare l’alba, come i vampiri!”
E Timothy sfoggiò il suo largo sorrisone che metteva ribrezzo a tutti i suoi interlocutori.

Il sole calò, Tub si dileguò e la visita fu terminata.
La visita al bar Groucho, invece, fu più delicata.
Timothy era un innocuo giornalista americano, animatore della scena Expat di Bratislava, aveva il suo piccolo telegiornale (sovvenzionato non si sa da chi) ed essenzialmente campava con i soldi della ricca moglie slovacca. Nonostante fosse un viscido, era una persona innocua con cui si poteva parlare con tranquillità.

Ora, invece, al Bar Groucho era un’altra faccenda, si entrava nel regno di Bito. O almeno, una delle succursali del regno di Bito.
Bito era uno dei boss mafiosi di Bratislava, diventato celebre per un paio di apparizioni tv e per il suo repentino cambiamento in rinomato imprenditore, dopo l’improvvisa stretta anti-mafia da parte dello Stato e della polizia.
Ufficialmente gestiva una agenzia di modelle e una fabbrica di macchinari agricoli; ufficiosamente gestiva il traffico di prostituzione e delle armi in tutta l’area attorno alla capitale, da Banka Bystrica a Szob.
Era in stretto contatto con i clan ungheresi e fido alleato di tutta la mafia che gestiva i traffici di prostitute e armi nella fascia mitteleuropea. Il lavoro sporco ormai lo faceva gestire direttamente dai suoi alleati nei villaggi di provincia. A Bratislava, invece, si limitava alla gestione dei grossi locali, al gioco d’azzardo e qualcosa nel campo della prostituzione.
Tub conosceva molti dei seguaci di Bito, con alcuni addirittura c’era cresciuto insieme. E sebbene molto spesso si rifornisse da loro per soffiate e informazioni, ora sapeva benissimo che doveva andarci con i piedi di piombo. Qualcuno aveva sparato a uno straniero nel disco-pub di Bito. E il boss si era ritrovato orde di poliziotti in uno dei suoi locali migliori, a mettere il naso dove non avrebbero dovuto.

La situazione era ambigua e dai molti punti oscuri.
Possibile che qualcuno vada a far saltare le cervella a uno sconosciuto proprio in quel locale? E se fosse stato proprio Bito a decidere di quell’esecuzione? No, stroppo strano!… Lo avrebbero potuto ammazzare da qualche altra parte, il francese, non a casa loro, attirandosi addosso poliziotti e giornalisti come mosche!
E allora chi era stato? Qualcuno che probabilmente avrebbe voluto far ricadere la colpa sul clan? Oppure un incosciente, magari inconsapevole del fatto che quel locale appartenesse al più potente boss di Bratislava?

La faccenda era fuori dal comune davvero. Bisognava sì indagare e capire. Ma ormai gli uomini del boss sarebbero stati sul chi va là, e difficilmente avrebbero detto qualcosa. Anzi, una volta visto Tub,  avrebbero subito capito che anche Svetlan stava indagando su di loro, e allora le cose si sarebbero messe male. Si sarebbero innervositi ancora di più. E Tub avrebbe avuto problemi con i suoi informatori interni al clan, magari li avrebbe persi per sempre. O magari se li sarebbe trovati improvvisamente contro. E la cosa non gli piaceva affatto. Bisognava essere cauti.

Entrò nel locale malsicuro guardando la grande insegna che recitava ‘Bar Groucho’. All’interno, scostò le tende, guardò l’orologio e si accorse che erano solamente le 17.15: il locale era deserto.
O almeno la prima stanza dedicata all’aperitivo era deserta. 

Ma sapeva che anche le altre stanze lo erano.
Era un mercoledì qualsiasi e il locale avrebbe cominciato a prendere vita verso le 20.00. Era sicuro che dietro il bancone della prima stanza avrebbe trovato Zdenko, suo amico di vecchia data e buon informatore. Ma di solito Zdenko attaccava a lavorare verso le 19.00. Infatti, dietro il bancone, Tub ci trovò un ragazzino che non aveva mai visto, biondo, mingherlino, con un’espressione timida e stranita negli occhi.
Tub lo squadrò per un po’.
Poi una balzana idea lo trafisse, e di scatto si disse:

“E se per caso…”

Sperava davvero in un colpo di fortuna così?

Decise di provarci subito, ma con calma.

Ordinò una birra come se nulla fosse, come se fosse un normale cliente.
E il ragazzino gentile si diede a spillare una pinta di Karlovà bionda e schiumante.

“Lavori da molto qui?” – attaccò morbidamente Tub.

Il ragazzino lo guardò perplesso, poi rispose:

“Non molto, signore. Saranno sei mesi, più o meno.”

Gli occhi di Tub brillarono come quelli di un ragazzino a cui il papà ha appena regalato un motorino.

“Senti, sono un agente immobiliare. Sai per caso chi è il titolare del locale?… Vorrei parlarci per un affare.”
“No, signore” – fece il ragazzino – “Non so chi sia il proprietario. Io parlo solo col signor Zdenko… è lui che mi paga.”

Gli occhi di Tub si fecero sempre più vitrei e un leggero sorriso gli si stampò sulla faccia.
“Ah, certo, il signor Zdenko. Lo conosco di vista, brava persona!”
“Sì, il signor Zdenko, è davvero una brava persona. Lo devo a lui se sono qui.”

Tub ingranò la marcia:

“Sono d’accordo. Senti, allora forse dovrei parlarne con lui di quella faccenda… Vedi, c’è un mio cliente che vorrebbe comprare il locale. Era molto interessato prima… Ma, sai… ora però è un po’ perplesso: dopo quello che è successo…”

Tub vide la scena per un attimo fermarsi.
Il ragazzino spalancò gli occhi, guardò il cliente, poi li abbassò sconsolato:
“Non lo dica a me, signore. Mi hanno messo per un mese a riposo per quello, perché pensavano che fossi rimasto scioccato!… Per fortuna che il signor Zdenko è generoso e mi hanno pagato comunque!… Solo a dicembre ho potuto riprendere!”

“Perché, scusa?… Non per farmi gli affari tuoi, ma vuoi dirmi che tu c’eri quella sera?”
“Certo che sì, signore… Servivo al bancone vicino al bagno. Forse non dovrei parlarne… Ma, sa, che rimanga tra noi: secondo me la polizia non ha indagato bene…”

Tub si sgranchì le dita.

“Ah sì?… Perché dici ciò?”
“Perché io qualche idea ce l’avrei… Forse sono solo mie allucinazioni…Cioè sui giornali non hanno detto niente!”

Tub non riusciva a stare fermo sulla sedia, barcollava. Prendeva un sorso di birra, poi poggiava il tutto e subito dopo attaccava un altro sorso.

“Cioè ti è sembrato di vedere qualcuno che potesse essere…”

Il ragazzino si protese sul bancone e, mettendo l’indice sulla bocca, come a dire ‘Rimanga tra te e me!’, sussurrò:

“Io non ho visto niente. Ma se la cosa è successa alle 23.45 come dicono… Io verso quell’ora un tizio strano uscire dal bagno l’ho visto!”

Tub offrì da bere al ragazzo. E offrì da bere anche a se stesso.
Il ragazzo sarebbe rimasto muto. E Tub sarebbe rimasto muto.
Il tizio descritto dal ragazzo combaciava con il probabile identikit del killer?
Difficile dirlo. Non c’era un identikit del tizio.
Ora però Tub poteva tornare da Svetlan con un paio di elementi che avrebbero –forse – portato a un restringimento del cerchio.
Così aveva pensato Tub, ingenuo come un bambino.
Non aveva preso in considerazione il fatto che – forse – il suo capo avrebbe potuto avere un’idea diversa su tutta quella faccenda, sul caso in questione…

O – forse – sul futuro stesso della loro collaborazione.

 

Parte quinta

Pubblicata sul Numero 36

 

“In the swamps #2” di Bartolomeo Pampaloni

Niente.
C’erano quei piedini magici che fluttuavano nell’aria come farfalle. Erano lunghi e affusolati, i piedini, prensili, con le unghia curate e smaltate di scarlatto. E fluttuavano, ciondolando lo stiletto, che si staccava e si ricongiungeva alla morbida pianta e al soffice tallone, accarezzandoli come una piuma. Poi le lunghe gambe e infine le cosce, accavallate, premute e adagiate. Era lì che terminava l’abito bianco attillato che si attanagliava al corpo di Simona; con la scollatura stagliata all’altezza delle scapole, le spalle ossute, il collo allungato, a sostenere quel volto con due diamanti nelle orbite.
Svetlan era lì, a rimirarla, non credendo che una tale bellezza potesse essere passata dalle sue parti, un giorno di cui non ricordava più nulla, forse tanto estasiato che manco se n’era accorto che c’era passata.
“Quindi, a che punto siamo?” – fece l’angelo.
Svetlan si risvegliò e cercò di riprendere un tono adeguato. Ma la ripresa delle operazioni andava per le lunghe.
“Il mio investigatore… Cioè, il mio collaboratore, è sulle tracce di questi tizi. Credo che in un paio di giorni riusciremo a risolvere tutto.”
Simona sfoggiò un largo sorriso a creare quelle fossette che tanto facevano impazzire i suoi spasimanti.
“Ma non avevi detto che il tuo investigatore una volta era uno degli scagnozzi di Bito?”
Svetlan si fece serio:
“Non è proprio così… Comunque non ti preoccupare, puoi dire a Vladimir di stare tranquillo. Tub si è buttato a capofitto nella faccenda e credo che già oggi mi porterà elementi validi. Anche se pure io dubitavo della cosa…”

“Perché dubitavi?”
“Perché i due indagati ormai scagionati di cui mi ha parlato Vladimir (e di cui Tub non sa nulla) sono suoi ex colleghi. O meglio, hanno lavorato nello stesso locale in cui Tub lavorava come buttafuori. Ed entrambi sono connessi ad alcuni individui con cui collabora, gente di Bito, merde… Quindi, se gli avessi messo in mezzo questi nomi, lui avrebbe fatto le indagini a cazzo di cane, si sarebbe rifiutato di fare alcune cose e non ne avrebbe cavato niente. Ora, invece, so che si sta dando da fare… Si spezzerà il collo per risolvere il caso, vedrai. Anche perché alla fine anch’io io gli ho dato una giusta motivazione!”
“Ovvero?”
“Semplice… Ho minacciato di licenziarlo.”

Tub era giusto passato da Svetlan quella mattina, per aggiornarlo sugli elementi presi da Timothy e sulla testimonianza del ragazzino.
Svetlan, anche quella volta, non aveva fatto una piega e si era dimostrato ancor più merda del solito: aveva ammonito il suo sottoposto di muoversi e di non battere la fiacca. Gli aveva rimproverato incuria nelle indagini, come se avesse voluto proteggere qualcuno dell’apparato di Bito. Inoltre, lo aveva portato a conoscenza di alcuni dati. Uno in particolare, l’arma del delitto: la 38 special.
Svetlan era convinto che qualcuno degli scagnozzi di Bito avesse agito indipendentemente e senza l’assenso del capo, per qualche anomalo traffico interno. Probabilmente una resa dei conti personale con quel francese. Dunque, aveva un urgente bisogno di sapere chi, degli scagnozzi di Bito, possedesse una 38 special.
Tub aveva replicato che nessuno degli indizi portava al clan di Bito. L’identikit segnalato dal ragazzino poteva portare a un nazionalista: rasato, giubbotto di pelle, tipo massiccio.
Ma Svetlan non aveva voluto sapere ragioni e, per non saper né leggere né scrivere, lo aveva richiamato all’ordine:
“Ora te ne vai da quelli di Bito, e mi trovi la 38 special!”
Tub aveva sbottato e, avviandosi verso l’uscita, aveva borbottato insulti incomprensibili.
Svetlan era scattato in piedi:
“Ehi!”
L’omone si era girato, e aveva visto quello sguardo vuoto: Svetlan era cadaverico, pallido. Dal suo oltretomba aveva esclamato:
“Tub, se non fai quello che ti ho detto… Già domani puoi rassegnare le tue dimissioni.”

Non se l’aspettava. Aveva mai pensato a quell’eventualità?
Tub non era uno che la prendeva sul personale. Lo potevi far incazzare e lui ti avrebbe pestato a sangue. Giusto una ramanzina, nel suo codice personale. Probabilmente ti avrebbe ucciso, se messo nelle condizioni di farlo. Ma quelle ultime parole di Svetlan, pronunciate in quello stile che sapeva essere definitivo e irrevocabile, assumevano un significato particolare.
Tub era venuto dal nulla, e aveva fatto fortuna con Svetlan. Era pagato bene e, grazie a lui, s’era potuto permettere tutto quello che aveva sempre sognato: un’auto nuova, una casa, una moglie.
Tutto era dovuto ai soldi di Svetlan. Per Tub quei soldi erano tutto. Se avesse perso quel lavoro sarebbe tornato nella fogna da dove era venuto. Non sarebbe potuto nemmeno tornare a fare il buttafuori, dato che presso la criminalità che gestiva la maggior parte dei locali era ormai visto come un infame di cui non ci si poteva fidare.
Tub amava la sua macchina, la sua casa, sua moglie.
Ma sapeva benissimo che doveva impegnarsi per tenerseli.
La sua compagna non s’era certo innamorata di lui per il suo bell’aspetto o per il suo carattere adorabile.  La sua compagna, Elena, amava i soldi come li amava lui. Senza quei soldi, lei non ci sarebbe stata. E Tub lo sapeva. Senza i soldi non ci sarebbe stata la casa, non ci sarebbe stata la macchina, non ci sarebbe stata più Elena.

Fu pensando a quello che comprese che Zdenko, Goran, Gabor o gli altri amici che conosceva da una vita e che facevano parte del clan, alla fin dei conti, per lui, non rappresentavano davvero un cazzo.
Cosa avevano fatto per lui? Una partita a biliardo? Una birra? Qualche soffiata? Sì, certo. Ma sempre in cambio di qualcosa: un favore, una regalia, denaro. Non l’avevano mica fatto per lealtà o amicizia. Di sicuro in un’altra situazione l’avrebbero venduto per due soldi al miglior offerente. Magari l’avrebbero fatto ammazzare come un cane, se ne avessero avuto la possibilità.

Durante le indagini non aveva mai pensato che in qualche modo stesse usando un occhio di riguardo per loro. Ma lì, in quel momento, capì che forse era davvero così. Forse avrebbe dovuto osare di più e considerare quei suoi amici alla stregua di gente qualunque. O meglio, avrebbe dovuto considerarli semplicemente per quello che erano in realtà. Feccia. Feccia della peggior specie. Canaglie.Vermi che non servivano a niente se non a rimpolpare le squallide schiere di criminali esistenti.
Lui era così una volta, ne era cosciente.
Ma adesso non più.
Ora lui – era l’ investigatore privato Ivan Podolski. Uno dei più richiesti e rinomati in città. Una persona rispettata, un professionista.
Una persona di Serie A.

Fu lì che Ivan Podolski capì che Svetlan era davvero il suo unico amico.
Perché lo pagava. E lo aveva reso quello che era oggi.
Svetlan lo pagava bene, e questo era il massimo dell’amicizia che uno come Tub poteva ricevere.
E ora doveva difenderla quell’amicizia. A qualsiasi costo.
Fu così che Ivan Podolski – l’uomo e l’investigatore Ivan Podolski – si ritrovò nel chiosco delle armi di Ludovit, per porre fine a quella orribile vicenda di francesi, rivoltelle e mafiosi da due soldi.

Entrò nel chiosco.
Si guardò per un attimo attorno, rimirando le pistole appese, i fucili, i caricatori, le munizioni, le cartucce, le corde, le fodere. Era di legno il chiosco, sembrava quasi una gabbia per canarini. E quasi li sentì cinguettare quei canarini, prima di vedere il padrone dietro il banco.

Poi avanzò.
“Ciao Ludko, vorrei una 38 special” – aveva esordito, senza nemmeno salutare.
“Non ne abbiamo” – fece l’armaiolo, passando un fazzoletto su una canna.
“Io so che a qualcuno l’hai data”
“Non è possibile, è almeno un anno che non ne vedo una.”
“E un anno fa, l’hai venduta a qualcuno?”
“Non ricordo, è stato tanto tempo fa.”

Il tempo si fermò.
Poi schizzò sul muro.

Il cranio di Ludko fu schiantato nella teca.
Tub l’aveva preso per la nuca e gli aveva  scaraventato la testa dentro l’espositore, facendo esplodere il vetro in mille pezzi. Uno sciabordio di sangue e lembi di pelle colavano ora dalla faccia dell’armaiolo. Gli occhi semichiusi piangevano e si guardava le mani, quando avrebbe dovuto guardarsi tutti il resto.
Tub lo teneva per i capelli, dal di là del bancone, proteso in avanti con un braccio che sembrava un gancio d’acciaio.

Lo riportò in superficie, scandendo rauco:
“Figlio di troia, chi degli uomini di Bito ha una 38 special??”

“Non lo so!… Perché cazzo dovrei saperne qualcosa?”
“Figlio di puttana, tutte le armi che hai sono di Bito!…  La tua vita non è altro che armi e quella zoccola di tua moglie!… Se vedi un’arma, tu sai a chi appartiene!… E se sono arrivate delle special, tu lo sai… E sai anche quando sono arrivate e a chi appartengono!… Non dirmi stronzate, se non vuoi che ti riduca a un mollusco!”

La faccia di Ludko ormai era una purea che emanava suoni.
“Lo vuoi capire che-che non gestisco io gli ordini??… Io prendo solo il dettaglio!… Sì, sicuramente… qualcuno di loro ha una 38!… Due anni fa arrivò un carico … E-e se le spartirono tra loro!”
“Perché se le spartirono, quante erano?”
“Non-non so quante erano!… Ma loro hanno le automatiche!… Che se ne fanno di una rivoltella?… Erano a-arrivate una decina di rivoltelle a cazzo!… E io so che a… a una festa Bito le ha regalate a qualcuno di loro!”

“E tu sai chi sono questi tizi?”
“Non lo so, cazzo!… Prova a chiederlo a loro!”

Un altro schianto, un’altra corsa. Ludko fu scaraventato nella teca, come un pompelmo spappolato.
“E allora dimmi, simpaticone… Me lo vuoi dire come faccio a trovare questa special?”

La testa di Ludko continuava a scorrere sulle pistole, come i cingoli di un carrarmato, mentre Tub affondava sempre più il braccio e, incurante, cominciava a tagliarsi anche lui fra i cocci di vetro infranto.
“Ti pre-prego… Basta!”
“Se non mi aiuti, Dio non ti aiuta. Dimmi dove trovare il figlio di puttana che ha quell’arma!”
“Prova ad andare al poligono di Kulajka!”

Tub si fermò, di colpo, come se gli fosse tornato a mente qualcosa.
“Intendi il poligono abusivo?”
“Sì, quello!… Se-se qualcuno di loro ha una 38 special… Gli altri di sicuro lo sanno!”
La montagna umana si issò. Staccò la presa dall’armaiolo, che oramai era un morto vivente, e lo lasciò lì a macerare nel sangue, con la testa ancora incastrata nella teca.
Si rassettò un attimo, poi sputò sulla vittima e si portò via una pistola.
Una Beretta automatica, calibro 34.

Mentre l’omone stava per varcare la soglia della porta,  tirandosi giù le maniche e estraendosi un vetro dal braccio, si sentì una voce implorare:
“Ehi!”
Era Ludko.
“Che c’è?” – si girò Tub, francamente sorpreso.
La nuca di Ludko intonò:
“Na-naturalmente… Io non ti ho dette niente!”

Tub sorrise.
Era contento.

“Bravo, figlio mio…  Tu non mi hai detto niente.”

Parte sesta

Pubblicata sul Numero 37

 

“Piccolo Sud #11” di Emiliano Cribari

“I cattivi non sanno di essere cattivi”

Le discussioni filosofiche sul Bene e sul Male in macchina stavano andando alla grande. Sarà stato per effetto dell’alcol o di quelle strane pastigliette bianche che l’aiutante polacco si era preso la briga di offrire al suo superiore.
Tub e Igor aspettavano nella loro Citroen scassata dietro un albero. Da quella posizione privilegiata potevano scrutare l’intero spiazzo in terra battuta, malcelato da alcune frasche, sul quale una decina di individui in nero stavano giocando al gioco della virilità. Ovvero sparavano a raffica contro un paio di bersagli standard e a caso contro una semplice lamiera di metallo. Le grida e gli spari si alternavano a ritmi sincopati, torcendosi e confondendosi come suoni infernali in una bolgia.

Tub mangiava patatine. Igor se l’era portato appresso perché conosceva molto bene tutta la feccia di Bito, conosceva nomi, origini e numeri di targa. Era uno dei suoi ispettori fidati, uno di quelli che menava a destra e a manca per fare il lavoro sporco: interrogatori, soffiate, spulciare negli archivi e robe di questo genere. Soltanto che Igor non sopportava granché gli appostamenti e aveva la fissa di dover riempire il tempo con giochi, battute, discussioni o semplicemente assumendo qualche sostanza che lo tirasse un po’ su. Così, mentre osservavano quei giovani rampolli gridare, buttarsi a terra, rotolarsi nella polvere, imitare Rambo e sparare esibendosi nei più astrusi e ridicoli virtuosismi – il giovane ispettore tracannava dalla bottiglia e divagava su quei criminali, su quelli di Bratislava e su quelli del mondo intero:

“Vedi quello là?… Si chiama Martin, ha già avuto problemi per spaccio e per un paio di gambizzazioni. Quello è un altro fissato per le armi, anche se non se le può permettere… Credo che, oltre a quella che sta usando, ne abbia un’altra. Quella, a occhio, mi sembra una Beretta automatica… Credo abbia anche un revolver, gliel’ho visto in mano una volta, dietro l’Harley, ci stavamo drogando con alcuni suoi amici e voleva fare il forte!”
Tub prese la palla al balzo:
“E di 38 special, non ne sai niente?”
“Mah, io tra quelli non ne ho mai visto una. Anche se la soffiata che t’ha fatto l’armaiolo mi sembra plausibile. Me ne aveva parlato qualcuno di questo fatto, che Bito s’era messo a distribuire i revolver come fossero noccioline…”

Gli spari nel frattempo s’addensavano, rumori metallici, scoppi sottili o più rumorosi, dai quali si poteva addirittura distinguere il calibro, secondo Igor.
“Che mi dici di quell’altro che spara da terra?”

“Oh, quello è proprio un coglione!… Si crede Dio in terra, solo perché va in palestra ed è pieno di tatuaggi. Come si dice nella Bibbia: Dio si fece corpo. O andò di corpo? Non ricordo. Comunque in quest’ultimo caso è sicuramente andato di corpo, e in abbondanza anche!”

Tub accennò un sorriso.
“Quell’ altro, invece, che spara con entrambe le mani, è un mezzo russo. Mi dicono che abbia servito nella milizia di Stato e si sia trasferito qua per salvarsi la pelle da una banda di georgiani a cui aveva tirato un brutto tiro. Non so come sia messo, ma dalle voci pare che abbia un arsenale. Quello di sicuro una 38 special ce l’ha!”

Tub tirò un’altra sorsata dal bottiglione di birra. Sembrava spazientito:
“A che ora finiscono di solito?”
“Non ne ho idea… Credo quando fa buio. Ormai sta tramontando.”

I dintorni erano deserti. Solo una larga strada periferica, che passava di fronte, si frapponeva tra le frasche dov’erano nascosti e il muretto che delimitava il poligono abusivo di Kulajka. Era semplicemente una vecchia cava, con annessa una fabbrica abbandonata, dove andavano a sparare ogni fine settimana. Cumuli di ghiaia, attrezzi arrugginiti, un impianto eroso dal tempo e circondato da rovine.

“Senti un po’” –  fece Tub – “Secondo te, chi di quelli è il più morbido?… Intendo quello più facile da spennare.”
Igor comprese al volo la domanda.
“Secondo me dobbiamo buttarci su Dusan.”
“Perché?”
“Perché è un chiacchierone. Ed è entrato nel giro di Bito da poco, quindi non è molto legato ai loro patti d’onore e a tutte quelle boiate lì. Inoltre non ha le palle. E si venderebbe la madre per 5 euro, te lo posso garantire.”

Tub cercò di focalizzare fra il brulicare di giacche nere, quale di quelli fosse Dusan.
“Vedi, è quello lì, che spara un colpo ogni due minuti. Non lo vedi che è un pesce fuor d’acqua? Però viene sempre al poligono, credo già da un annetto. Cerca di farsi accettare dagli altri. Ed è fortunato perché ha la protezione di Marek e del cognato, che sono entrambi in curva dello Slovan. Quello è un leccaculo, che cerca di farsi accettare. Ma so che prende soldi anche da altri traffici, e a volte svia dalle linee dettate per farsi gli affari suoi… Insomma, un opportunista cagasotto. Credo che faccia proprio al caso nostro!”

Detto questo, Igor si calò in bocca un manata di patatine e un sorso di birra, accompagnandolo con un’altra pasticca. Tub non aveva ancora capito cos’erano quelle pasticche. Ma gli effetti non li sentiva granché, avvertiva solo una vaga eccitazione e una particolare voglia di agire. Sentiva il cuore battergli frenetico e il sangue pompargli nelle vene a flussi irregolari.

Solo una frase gli rimbombava nel cervello.
“…ha la protezione di Marek…”
Poi si riprese:
“Per Marek, intendi il buttafuori del Cuban?”
Igor annuì. Poi lanciò uno sguardo atipico:
“Lo conosci?”
“Sì, siamo stati colleghi.”
A quel punto, Igor sorrise e mostrò i suoi denti gialli:
“Magari ce l’ha lui la 38 special!” – fece sardonico.
“Non mi farei problemi,” – replicò stizzito Tub, tornando a guardare la strada. “Per me quelli sono tutti feccia. E la feccia va eliminata.”

L’omone s’era fatto improvvisamente tetro. Igor aveva avvertito quel drastico cambiamento d’umore, e aveva capito che non era opportuno approfondire. Decise di non mettere il dito nella piaga.
“Toh, stanno uscendo… Che facciamo?”
“Seguiamo il cagasotto.” – fece Tub, schioccando le dita.

La Citroen seguì docilmente la Skoda scassata e fumante di nero.
Rimasero a distanza di sicurezza per un po’, lungo lo stradone che costeggiava il lago e passava sotto il ponte. Poche macchine sparse. Furono costretti a seguirlo a distanza considerevole.

La macchina si fermò in un parcheggio deserto a un paio di chilometri da Kulajka. Igor sussurrò: “Sta andando a casa. Abita al quinto piano di quel palazzo.”
La Citroen era ferma proprio sulla strada principale su cui dava il palazzo, mentre Dusan era ancora nel parcheggio intento a chiudere la portiera, smanettando con le chiavi.
“Che facciamo? Scendiamo?”
L’aiutante tolse le mani dal manubrio e si girò verso Tub, dato che questo non osava proferir parola. Semplicemente l’omone stava lì, immobile, e guardava il malvivente procedere dalla macchina verso il portone.

Igor non staccava gli occhi di dosso dal suo capo. Ci vedeva una strana luce, in quegli occhi, forse quella stessa luce che aveva scorto quando gli aveva parlato di Marek.
Tub, in effetti, aveva dentro qualcosa… Tub continuava a guardarlo, quel Dusan, che con l’andatura scimmiesca si avviava verso la strada. E realizzò che c’era davvero qualcosa di strano dentro di sé: si rese conto che il cuore gli batteva sempre più forte e che il sangue gli bruciava nelle vene. Sentì uno strano formicolio alle mani, mentre i pensieri gli si avvicendavano nel cervello, accavallandosi e riproducendo i rumori, gli schianti, le esplosioni delle armi del poligono. E sentiva rimbombare quelle grida, quegli schiamazzi, rivedeva quegli schizzi di saliva che, fluttuando, uscivano dalle bocche schiumanti dei cecchini e si proiettavano nell’aria.
E quel Dusan che, quasi al rallentatore, continuava a muoversi, come una scimmia, quasi a volerlo provocare, quasi a volerlo schernire – pensò Tub nella sua mente in subbuglio.
Perché si muoveva così? Di cosa si vantava? Cosa voleva dare a vedere? Si sentiva un essere speciale? Eppure era solo feccia.
“Feccia dell’umanità”. Così si ripeteva Tub nel cervello.
“Feccia della peggior specie.”

Furono pochi secondi, poi l’omone si ricordò di essere in macchina.
Igor lo scrollò: “Che facciamo?”
Dusan stava attraversando la strada.
Tub si voltò verso Igor.
L’ altro lo guardò, come se avesse capito…
Tub annuì, con gli occhi spalancati.
“Non vorrai…”
Tub sorrise.
“Accendi la macchina.”

La macchina s’accese.
Igor aveva già puntato le ruote.
Dusan attraversò la strada.
“Mettilo sotto” –  fece Tub.
Poi una pausa.

“Fallo sentire impotente…  Come deve essersi sentito il francese prima di morire.”

Un tonfo.

Fecero il viaggio di ritorno in silenzio.
Col parabrezza macchiato di sangue.

Parte settima

Pubblicata sul Numero 38

 

“Mannequins” di Bartolomeo Pampaloni

Quel flusso sciabordante che attraversa nove Stati e quattro capitali. L’avvitarsi a elica della spirale di fumo che t’attraversa i polmoni, il vento da Nord che percuote gli zigomi, le palpebre e gli occhi, che scrutano i mulinelli della corrente imperiosa; mentre il manto nebuloso incombe e l’odore di muschio annebbia il cervello, che ormai sonnecchia bello e acquietato, galleggiando e dondolandosi sul morbido Danubio.

Sentiva questo Svetlan, appoggiato alla balaustra, fumando e fissando lo scorrere del tempo sul fiume che aveva da sempre amato.

Si rese conto dell’orario, e tornò in ufficio.

Un trillo sfarfallò, poi la voce della segretaria all’interfono, due uomini entrarono e si sistemarono come automi sugli appositi divani.

“Ho un nome” – fece Tub, con i lineamenti cancellati da una gomma.

“Spara” –  fece Svetlan.

“Marek Vajsabel, il buttafuori del Cuban.”

Svetlan sorrise. Constatò in un batter d’occhio il miscuglio di emozioni contrastanti che vorticavano sulla faccia dell’omone.

“Non me lo sarei mai aspettato…” – fece il ghigno del capo.

“Tu lo sapevi?” – borbottò l’altro.

“Ovvio… Ma mi serviva una conferma.”

Igor riusciva a vedere nell’aria le onde radioattive provocate dalla tensione tra i due. Tub, ovviamente si sentiva preso per i fondelli e Svetlan se la rideva, tastava il territorio e cercava di capire fino a che punto poteva ancora spingersi.

“Posso avere almeno una spiegazione? O ormai ti è concesso di prendermi per culo senza motivo?”

I giochi erano finiti, Svetlan non se la sentì di continuare. Ci teneva a Tub, anche se non lo avrebbe mai dato a vedere. Così riprese:

“Sapevo del tuo ex collega da tempo… E mi scuso anche per la mezza farsa che ho dovuto inscenare, ma non avevo scelta. Avevo bisogno di conferme e tu, dato il rapporto di fratellanza e amicizia che ti lega al soggetto, non avresti potuto indagare adeguatamente se non ti avessi tenuto all’oscuro di questo e altri dettagli.”

L’ omone giaceva sul divano, immobile come una sfinge. Il suo sottoposto lo guardava con la coda dell’occhio, molto preoccupato dell’incolumità dell’investigatore capo, che ancora sogghignava come un fesso.

“Marek Vajsabel e Srecko Simic, il cognato, sono già stati indagati dalla polizia. Ma sono stati scagionati per mancanza di prove. Ciò che sappiamo è che, con tutta probabilità, la 38 special in possesso di Vajsabel è stata proprio quella che ha sparato contro Jules Klein. I poliziotti hanno avuto la soffiata da uno di Bito… Un certo Dusan…”

Tub, a quel punto, si voltò verso Igor con uno sguardo rapace.

Quello arrossì e cercò di schermirsi con una mano alla fronte.

Svetlan vide la scena, e intuì subito la magagna: i due avevano stritolato per la seconda volta un uomo che aveva già spiattellato tutto sei mesi prima. Non solo: Dusan era al momento ridotto a una polpetta, e quelli di Bito non avrebbero tardato a conoscere il nome dei colpevoli. Tanto casino per niente. Svetlan riuscì a tenersi a stento dal ridere. Si ricompose e continuò con il suo rapporto.

“Ora però ci tocca un bel rompicapo: la polizia ha acclarato che è stata quella pistola a sparare, ma su nessuno dei due sospettati sono state ritrovate tracce di polvere da sparo… Inoltre, tutti e due hanno un alibi: Marek era fuori città con la moglie, mentre Srecko era andato allo stadio a vedere la partita dello Slovan. Sebbene la partita sia finita alle 22.45, non avrebbe avuto comunque il tempo materiale per tornare in centro e ammazzare il francese. Dunque c’è qualcuno che ha sparato con quella pistola e che in qualche maniera è connesso ai due… Dobbiamo trovarlo.”

“Qualcuno che aveva accesso al posto dove era tenuta la 38?” – fece Igor.

“Sì, probabilmente… La pistola era custodita nel cassetto della scrivania di Marek. Ma a parte i due e la moglie, mi viene difficile pensare che qualcun altro possa essersi introdotto in quella casa per sottrarre l’arma. Gli unici a frequentare quella casa di solito erano quei tre… Oppure Marek ha ceduto la pistola a qualcun altro per un po’, e non ce lo vuole dire… Mi pare una vicenda assai stramba.”

Svetlan si accese una sigaretta, e non prestando attenzione a Tub, che ormai pareva un morto sul divano, continuò a spiegare:

“I due, in un modo o nell’altro, c’entrano con l’omicidio. Bisogna capire cosa lega questi due al francese. E credo di avere una pista interessante a riguardo.”

“Sarebbe?”

“Jules Klein ha un passato da cliente di prostitute e alcolizzato. Ma, cosa strana, negli ultimi tre mesi non risulta abbia avuto alcun rapporto né con donne borghesi né con prostitute. Inoltre, altra faccenda strana, nessuno sa dove abita… Lascia un recapito farlocco alla polizia straniera e, quando esce, non vede praticamente nessuno, tranne un paio di amici di lavoro…”

“E Timothy…” – esclamò la voce rabbuiata di Tub.

“Già” – accolse l’obiezione Svetlan – “Il nostro giornalista americano dice di aver visto il francese un paio di volte a delle feste di beneficenza. E sottolinea il fatto che il defunto non volesse mai ritirarsi a casa presto…. Anzi, voleva puntualmente aspettare l’alba!”

“E questo che mi viene a significare?” – fece Igor, corrucciato.

“Significa che il nostro amico si è tolto di mezzo, negli ultimi tre mesi. Significa che il nostro amico francese non giocava più nel nostro campo da gioco!”
Fu a quel punto che Svetlan si accucciò dietro la scrivania e ne tirò fuori, sorprendentemente, una casa delle bambole e una scacchiera. Il suo irritante sguardo dava di saccente più che mai, il suo ghigno aveva occupato tutto il campo visivo degli spettatori e le sopracciglia si innalzavano fino al soffitto.

Tub sbuffò, alzando gli occhi al cielo:

“Ci risiamo!” – pensò, conoscendo le manie del capo.

Igor guardò la scena come un poppante a cui viene mostrato un gioco di magia.
“Vorrei raccontarvi una storia…”

“Dio Cristo!” –  ripensò Tub, cominciando a prendere seriamente in considerazione l’opzione del suicidio.

Svetlan aprì la casa giocattolo dal tetto, e la reclinò verso i due, mostrando le stanze vuote all’incosciente pubblico. Poi prese un pupazzo che giaceva sullo scrittoio e cominciò:

“Vedete se pongo l’omino dentro la casa,  la casa è abitata… Ma se pongo l’omino fuori dalla casa, la casa è vuota!… E noi sappiamo dov’è l’omino?… No!… Possiamo solo dire che è fuori dalla casa… Magari è sullo scrittoio!”

Igor lo guardava pensando che il capo del suo capo si fosse completamente ammattito . Tub lo fissava non più con odio, ma più che altro con una specie di senso di compassione, verso un uomo che a brevi istanti di genio alternava lunghissimi momenti di idiozia.

Non contento, Svetlan tolse di mezzo la casa delle bambole e mise al centro del tavolo la scacchiera: “Ora vi faccio capire meglio!”
“Dio Cristo!” – ripensò nuovamente Tub, contando mentalmente i metri che lo separavano dal Danubio.

Igor, invece, continuava a rimanere imbambolato.

“Se un pedone viene mangiato… Guardate!… Va fuori dalla scacchiera… E noi, finora, abbiamo guardato solo nella scacchiera!”

Tub si sentì di interromperlo:

“Scusami, capo, ma potresti gentilmente dirci… cosa ci vuoi dire con questa raffinata metafora?”

Svetlan gli regalò un sorrise. Poi rispose:

“Semplice, amico mio… Il nostro amico a Bratislava non aveva donne e non aveva nemmeno una casa. Dunque sta a noi trovare la casa e le donne… fuori da Bratislava!”

“E dove?”

“Ho indagato personalmente in città: nessuna puttana lo ha visto negli ultimi mesi. Solo un paio di baristi invece l’hanno visto ubriaco da loro. Ma precisamente… sapete perché il francese aspettava l’alba?”

Tub, inaspettatamente, ebbe l’illuminazione.

Igor vide il suo volto illuminarsi; e anche lui a sua volta afferrò il nesso.

Ci pensò Svetlan a rompere gli indugi:

“Già… Aspettava il primo treno!”

Un brivido di esaltazione, riempì lo studio.

“E quindi?”– fece Igor.

“E quindi il nostro francese, probabilmente, andava a donne fuori città. E, molto probabilmente, fuori città si era anche trasferito negli ultimi mesi. Magari con una donna?… Sta a noi scoprirlo.”

“I primi treni del mattino vanno a Trnava, Senec e… Nove Zamky, se non sbaglio!”

“Sì” – fece Svetlan – “Ma io restringerei il cerchio. Dove ci sono i più rinomati giri di puttane fuori città?… Magari proprio quelli gestiti dal clan di Bito?”

Su quell’argomento Tub era preparato:

“Trnava e Senec, direi”

“Bene” – fece Svetlan – “Io vado a Trnava e Senec. E voi vi spippolate tutti gli amici, i parenti e i colleghi dei sospettati… Vedete che ne esce, se i due frequentano prostitute, se hanno avuto conflitti con stranieri o roba di questo genere, qualche collegamento tra il cerchio degli indagati e il francese… Voi tornate con dei risultati entro due giorni, io trovo la troia o magari proprio la donna di questo fottutissimo francese!”

Tub lo folgorò, questa volta ammirato:

“Sei sicuro che sia la pista giusta?”

Svetlan sorrise come un bambino:

“Ne sono più che sicuro!”

I due collaboratori uscirono frastornati.

I pensieri che volteggiavano ora nella testa di Svetlan non lo lasciavano però tranquillo. Proprio per questo, per l’ennesima volta in quella giornata, l’investigatore si sentì in dovere di tornare sul fiume, per purificare i pensieri marci che gli intasavano l’analisi.

Era davvero sicuro che tutto quella storia finisse in un semplice giro di prostituzione, così come aveva spiegato? Naturalmente no!… Non era sicuro di niente. Ma da giorni una strana sensazione l’aveva trafitto al costato, come se ci fosse davvero qualcosa di scomodo e inconsueto in tutta quella vicenda.

Poteva trattarsi davvero di affari, o di un semplice delitto passionale… Ma quel lungo nascondersi da parte di Klein, quei timidi e ridicoli tentativi di amicarsi uomini di legge alle feste, quella solitudine auto-inflitta, la sua volontaria scomparsa… c’erano molte cose che stonavano: quei particolari che raffiguravano la figura del francese come un personaggio ‘storto’, sfuggente, che continuamente scivolava via alla scacchiera razionale degli eventi.

E i due sospettati?

Quelli sì, forse erano più regolari. Bastava rintracciare i loro collegamenti, i loro rapporti di forza con l’ ambiente, e forse si sarebbe facilmente trovato il filo della matassa. Ma quel morto, quel francese che per tre mesi si era dato ad una vita completamente occulta…

Cosa l’aveva portato a tagliare i ponti con l umanità? Cosa l’aveva portato a sparire, a morire…

Cosa l’ aveva reso un francese inesistente?

Fu lì, che perso nei nugoli di fumo e nella foschia, sul fiume scintillante, Svetlan ebbe uno di quegli attacchi di malinconia che spesso lo attraevano verso il baratro. Fu lì che ripensò all’estremo gesto. La tentazione dell’abbandono. Lo slancio finale. La dimenticanza. Ovvero la fine di tutte le preoccupazioni, tutte le ingiustizie e le insensatezze della vita. Quello che Tub avrebbe voluto fare solo per scherzo, di fronte alle ardite metafore del capo – ma che invece lui, nonostante l’apparenza cialtrona e leggera, sentiva fortemente più di tanti altri, nei momenti di solitudine, nei momenti di riflessione… e che tante volte lo aveva spinto verso quell’ ultimo passo, quel timido passo a cui poi non era seguito quello decisivo.

Aveva avuto la tentazione di buttarsi nel Danubio già molte volte in passato. Quell’immane massa d’acqua che dirompe e s’attorce per poi procedere a grandi falcate come un enorme elefante.

Poi però – quando Tub gli disse che la corrente l’avrebbe portato giù, sballottolato sù e infine scagliato contro un cumulo di bottiglie sul fondo – solo allora realizzò che l’idea di finire i suoi giorni squarciato da cocci di Krusovice non si rivelava – davvero – poi così allettante.

(continua sul prossimo numero)


Share