Feuilleton Il francese inesistente – Parte prima

di Fabio Cardetta

Pubblicata sul Numero 32

 


“Macchie #5” di Nicola Lonzi

Il tuono provocato dal percuotere monotono e dal brulicare di migliaia di persone che sobbalzano in uno stadio: è un’esperienza a cui i tifosi sono abituati. Una massa omogenea che fracassa ritmicamente i propri timpani al suono dei cori e dell’esaltazione generale provocata dall’evento sportivo.
Lo stadio era pieno, come sempre, quando giocava lo Slovan.
Si giocava il derby: le curve brandivano fumogeni e l’aria era satura di tensione e sudore, mentre in campo le squadre si affrontavano a viso aperto.
Quel giorno sarebbe stato uguale agli altri, se non fosse stato per la sfida che due volte all’anno puntualmente si ripeteva fra chiasso, rabbia, frustrazione e spirito di gruppo nella curva a cui Srecko apparteneva. Perché Srecko apparteneva a quella curva, ci era cresciuto ed era diventato uomo con quella curva. Una ferita sul braccio dovuta ad una frustata di catena lo stava a testimoniare.
La sua testa rasata si conformava alle altre, i suoi tatuaggi erano diversi, ma nascosti dal giubbotto a vento.
Quel giorno Srecko si sentiva strano, o meglio così appariva agli altri.

Non era un tipo loquace, durante le partite semplicemente inveiva, cantava e alzava le mani al cielo. Il massimo degli scambi con gli altri era limitato a una battuta fugace su possibili scontri o qualche parola di stizza su qualche giocatore. Ma quel giorno non c’era stato nemmeno quello. Srecko non parlava, era pallido, più del normale.
“Stai male?” – gli fece uno dei Grizzlies, tra quelli più accaniti della Curva. Srecko rispose con gesto secco del mento. Poi con un sussurro rauco, fece:
“Non ho voce. Devo avere la febbre.”
L’altro lo guardò con un’aria interdetta, quasi preoccupata.
Poi gli dette una pacca sulla spalla e approvò:
“Sei tosto. Io sono come te. Sarei venuto pure in barella per questo match.”
Srecko sorrise, a modo suo.
Il compagno ultras tornò nella calca da dove era venuto. I cori continuavano e Srecko riprese a tifare, alzando le mani al cielo.
Nessuno ci fece caso al fatto che fosse solo.
Marek, il cognato, quasi un fratello di vita, di solito lo accompagnava a quegli eventi. Facevano coppia fissa i due, sia nel lavoro che nella vita. Ma Marek quel giorno era in vacanza a Piestany, dai parenti della moglie, e non sarebbe tornato prima di tre giorni.
La partita finì con un pareggio e senza scontri.
La folla si dileguò lentamente e lo stadio tornò a restare desolato, come un rudere antico pieno di rifiuti, come una lorda Necropoli.
Srecko sparì nella folla come era apparso. E nessuno si curò di lui.
D’altronde il tifoso apparteneva sì a quella Curva da tempo, ma molti della Curva non sapevano nemmeno della sua esistenza. Altri lo conoscevano solo di vista o semplicemente lo salutavano come membro del branco.
E lo era, Srecko, un membro del branco. Un componente importante, sì, ma non necessario, di quella fitta e roboante massa di gente che condivideva la stessa passione, lo stesso ideale, la stessa finalità mistica: il Tuono.
Quel rumore che li pervadeva ad ogni colpo di tamburo e che li estasiava come un ruggito. Quel rombo di tuono che dava senso alla loro vita.

Lo stesso tuono, di una cassa questa volta elettrica, era quello della musica house che scuoteva uno dei locali più frequentati di Bratislava. Era un fracasso ritmico, come la luce accecante proiettata in pista, in una tipica serata dove corpi di uomini e donne si fondono, si sfiorano e l’alcol inebria i cervelli stanchi. Cervelli che vogliono alienarsi dalla routine della settimana passata, cervelli che si dimenano in cerca di qualcuno per non passare la notte da soli, cervelli che vogliono solo dimenticare o semplicemente divertirsi.
Jules era uscito da solo quella sera, come gli era già capitato molte volte soprattutto nell’ultimo periodo. Girovagava per la pista, puntava una donna, le si avvicinava, una parola all’orecchio, alcuni ‘no’ e passava avanti facendosi una risata.
Era uscito da solo, anche quella sera. Non faceva altro che bere e fumare, andare in pista, tornare sul divanetto in veranda e ingurgitare quintali di fumo per poi proiettarli con stanchezza nell’aria.
Era ubriaco fradicio e non ci pensava nemmeno a cambiare locale. Semplicemente continuava a bere. Sapeva che ormai non poteva tornare a casa. Avrebbe aspettato l’alba per tornarci e per finalmente trovare il meritato riposo, in un letto che lo attendeva come una terra straniera.
Era cosciente di essere diventato un altro, non sapeva nemmeno perché fosse capitato tutto così velocemente. Ma non perdeva nemmeno tempo a farsi troppe domande. Il vortice di emozioni e di follia in cui era precipitato lo faceva sentire vivo, gli faceva sentire che ancora ne valeva la pena, ancora c’era qualcosa da fare.
Riuscì a malapena ad alzarsi per andare a pisciare.
Imboccò lo stretto corridoio che portava al bagno, tastando a tentoni il muro per non tracollare, ed entrò. La porta s’aprì, e Jules come un gatto si diresse verso il pisciatoio in fondo. Si calò leggermente i calzoni e quasi un orgasmo lo prese nel proiettar fuori i suoi liquidi alcolici.
E pensava a quello che non era più, a un lavoro di merda che avrebbe voluto lasciare, a quell’avventura che finalmente gli aveva dato un altro motivo per vivere, alle sensazioni che quella nuova vita gli aveva fatto provare. E si accorse in fondo di essere felice. Un giovane uomo che finalmente, forse, aveva trovato la strada che cercava e il senso a tutto quello che era venuto prima.
Jules sorrise a se stesso come solo gli ubriachi sanno fare.
Poi tornò alla realtà e si riabbottonò i pantaloni.
Fu allora che, girandosi distrattamente verso l’uscita, vide un uomo.
Un lampo, poi un tuono gli spaccò i timpani.
Jules cadde a terra, accasciandosi al muro.
E gli occhi si spalancarono verso l’uomo col braccio teso.
Solo dopo vide la pistola.
E la fissava… come si fissa un giocattolo.
Non si era ancora accorto di essere morto.

Parte seconda (La rivoltella)

Pubblicata sul Numero 33

 


“Macchie_004” di Nicola Lonzi

Svetlan si sentiva così simile a Schubert, forse perché Schubert era morto di sifilide. Ma Svetlan non era ancora morto di sifilide e non si fregiava nemmeno di avercela la sifilide.

Aveva comprato da tempo i biglietti per il grande concerto del tardo pomeriggio nella Cattedrale di San Martin e non aveva chiesto a nessuno di accompagnarlo.

La musica classica era per lui un momento di preghiera ed estasi solitaria. E la Cattedrale era per lui il posto esatto per celebrare quel rito mistico. Non era la prima volta che assisteva a questi concerti. L’ultima volta, per il Requiem di Mozart, ne era uscito elevato e devastato. Ma Schubert era Schubert, il suo preferito, e non appena aveva saputo che avrebbero eseguito il componimento ‘La Morte e la Fanciulla’ si era proiettato in biglietteria per accaparrarsi i posti migliori.

Ora sedeva, proprio al centro della chiesa, sotto la grande cupola gotica ornata di sculture mostruose e angeliche, con una gamba che sporgeva nella grande navata centrale tremando e l’altra come paralizzata, inchiodata alla panca.

La moltitudine di gente era silenziosa e incantata dai componenti dell’orchestra, che con un roboante e stridente movimento di violini raccontavano il potente ultimo canto di Schubert, quella misteriosa melodia dedicata alle figure di Ade e Proserpina, un misto di note paradisiache e infernale rumore.

Uscito che già erano le 21.00, Svetlan rimase un po’ a fumarsi una sigaretta seduto alle scalette d’un portone di fronte alla Cattedrale. Beveva un boccale di birra e rimirava la solida struttura della chiesa, la cupola verde con la guglia appuntita, il giardinetto che circondava il cortile principale, le bifore arabescate.

Poi si ricordò di avere appuntamento al Zelovny Bar, con Vladimir, verso le 22.00 e prima ancora con Tub, verso le 21.30.

Gettò la cicca e si incamminò, godendosi l’aria di maggio d’una Bratislava bella come non mai. Arrivò nel bar, e decise di prendersi una shisha.

Si fece portare il narguilè e cominciò a fumare quell’aroma al melone che da sempre lo deliziava. Poi si mise a scarabocchiare qualcosa sul diario.

Proprio mentre girava il cubo con le pinze sul metallo bollente, arrivò Tub.

“Ciao, capo… Che fai?”
“Scrivo” – fece Svetlan, senza alzare gli occhi.
“Stai scrivendo un libro?”
“Io non scrivo libri. Sono una persona seria.”
Tub lo guardò, accigliato:
“E quindi che stai facendo, se posso saperlo?”

Svetlan alzò lo sguardo, sbuffando.

Poi riprendendo a scrivere, rispose:

“Sto rispondendo alle domande di un giornalista che vuole scrivere un articolo su di me. Sto elencando tutti i casi che ho risolto, guarda!”

Tub prese il foglio e cominciò a leggerlo.

“Tu non ha mai risolto il caso Gibalov”

Svetlan, socchiuse gli occhi, poi sorrise:

“Se l’ho inventato, significa che è vero.”

Quando Svetlan ragionava così, Tub preferiva non dargli spago.
Gli ridette il foglio e chiese informazioni sul lavoro da fare:

“Quindi, che volevi dirmi?”
“Dobbiamo aiutare l’amico di Simona, Vladimir.”
“Un altro lavoro gratuito?”
“No, pare che mi proporranno come capo di una task force, se risolviamo la faccenda. Sai, queste sezioni speciali che creano per far vedere che sono specializzati in qualcosa? Bene. Noi saremo una specie di task force che collaborerà in parallelo con il Terzo Distretto… Per casi speciali, quelli che non sanno risolvere loro… Tutti praticamente!” – e Svetlan sghignazzò compiaciuto.
“E quindi che cambia?”
“Niente. Noi continuiamo a fare quello che facciamo, solo che dovrebbero pagarci.”
“Dovrebbero!” – fece Tub.
“Lo faranno… Tu non devi preoccuparti.”

Svetlan dette una profonda boccata alla shisha, buttando il fumo sul volto del  braccio destro. Era evidentemente contrariato dal fatto che il suo sottoposto ultimamente si fosse preso tutta quella confidenza e gli stesse facendo così tante domande. Tub capì l’antifona e virò sul tema principale:

“Che caso è?”
“Hai presente l’omicidio del francese che non risolvono da più di sei mesi?”
“Sì, quello capitato nel locale di Bito.”
“Bravo, quello.”
“E vogliono che ce la vediamo noi?”
“Sì, tra venti minuti viene Vladimir a darmi tutto il materiale. Vediamo che dice. Ti richiamo appena ne so di più.”

Tub annuì, preoccupato.

“Puoi andare” – gli fece Svetlan, senza guardarlo.

L’omone girò i tacchi e se ne andò senza salutare.

Da lontano Svetlan lo guardò di sottecchi.

“Forse dovrei ridurgli lo stipendio” – si disse tra sé e sé.

Il locale era ormai colmo di fumo.

A parte Svetlan, nella stanza principale c’erano solo due ragazze di periferia, in evidente sovrappeso e adornate di tatuaggi grossolani, che blateravano rapidamente di lavoro e corna. Nell’altra stanza attigua, praticamente un corridoio parallelo allo spazio principale, c’era un giovane che fumava e guardava nel vuoto, evidentemente ubriaco. Il tutto dava di dacia della Siberia, dato che il locale era interamente rivestito in legno e ricoperto di strambi tappeti persiani.
Svetlan si guardò per un attimo intorno, a contemplare l’atmosfera tristissima a cui ormai era abituato. Poi si ridette a buttar già le sue gesta, sia quelle vere che quelle inventate.
Proprio nel momento in cui era riuscito ad inventarsene una di sana pianta, Vladimir fece il suo ingresso.
Non era contento, il poliziotto.
Si stava palesemente umiliando davanti all’odiato ex piedipiatti, il Genio dell’Intuito, il Saccente, quello che secondo tutti era mezzo colluso con la criminalità organizzata. Ma ormai Simona s’era messa in mezzo. L’aiuto di Svetlan in questo caso le appariva più che necessario. Anche Vladimir sapeva benissimo che i fallimenti della sua unità lo avrebbero presto messo in un cantuccio e Kornikov, il Capo della Polizia lo avrebbe sicuramente silurato, come stava facendo per Simona mesi addietro, mettendo al suo posto uno di quei ragazzini leccaculo di cui ormai il distretto era pieno. La probabilità era molto alta.
L’ispettore Velikovà era in salvo, anzi veniva ormai dato come astro nascente della polizia giudiziaria e prossima a diventare Dirigente.
Vladimir invece era nei guai, sebbene volesse anche lui invertire la rotta, non ci sarebbe mai riuscito continuando con i soliti metodi.
Non era più tempo dell’orgoglio.
Doveva servirsi di Svetlan.
L’investigatore lo invitò ad accomodarsi e si promise mentalmente di non infierire sul vinto, ma di essere gentile e disponibile così come aveva promesso a Simona.
Cercò di farlo, mantenendo una certa serietà.
Per questo esordì rapido e concreto, affinché la conversazione durasse il meno possibile e lui potesse, solo alla fine, liberarsi con una grassa risata dell’ilarità repressa, una volta che Vladimir fosse uscito dal locale.

“Che elementi abbiamo?” – esordì Svetlan in tono professionale.
“Un casino…”
“Comincia con i fatti essenziali”
“Il soggetto si chiama Jules Klein, francese, 28 anni. Lavorava per la Tecniform, settore vendite, da almeno 4 mesi.”
“Come è stato ammazzato?”
“Era uscito giovedì sera, da solo, era al Pub Groucho, c’era una serata techno e la pista era piena di gente che ballava. Era andato a pisciare. L’hanno ritrovato morto in bagno, sparato in testa da un solo proiettile, scamiciato, calibro 38, special.”
“Un bel cannone… La scientifica che ha trovato?”
“Un paio di cose importanti: l’assassino gli ha sparato da un paio di metri, all’altezza dell’altro pisciatoio. Nessuna impronta o meglio, duemila impronte, tutta la gente che era andata al cesso quella sera. A terra era tutto bagnato di acqua e piscio, come succede nei locali del genere. C’era un’orma strana però, numero 45. Crediamo che sia quella del killer.”
“Immagino che ce ne fossero altre mille di orme in quel cesso” – fece Svetlan con una smorfia.
“Sì, ma questa era diversa. Alcuni piccoli schizzi di sangue si sono fermati in corrispondenza dell’impronta, e questo significa che…”
“… che quella scarpa era lì quando hanno sparato.”
“Già!”

I due si guardarono silenziosi per un po’.
Vladimir dalla tasca del giubbotto estrasse una busta di plastica con il proiettile e un’altra busta con delle foto. Erano le foto del cadavere e della scena del delitto.

“E riguardo allo sparo, balistica, altro?”
“Sì… Ci hanno detto che il tizio ha sparato da quella distanza, probabilmente a braccio teso. C’era la traccia dello sparo sul muro a una quarantina di centimetri davanti al pisciatoio… Se i calcoli sono giusti, dovrebbe essere un tizio d’altezza tra 1 metro e 55 e 1 metro e 75… Così ci hanno detto.”

Svetlan sfoggiò un sorriso sarcastico.

“Caspita, avete dei maghi alla scientifica… Pure l’altezza!… Diciamo che questa informazione la prendiamo con beneficio d’inventario.”
“Nel senso?”
“Nel senso che i balistici sono come gli astrofisici. Alle conferenze gli buttano addosso le noccioline.”

Vladimir sorrise forzatamente:

“Questa è ovviamente una tua opinione personale.”
“Ovviamente.”

Svetlan scorreva tra le mani le foto del morto, che lo raffiguravano accasciato, seduto a terra, appoggiato al muro e con la testa pendente da un lato. Una grande macchia di sangue in alto sul muro, all’altezza della testa quando era ancora in piedi.

“Trovata l’arma?”
“No”
“Questo tizio aveva amici, parenti?…”
“Colleghi, ma non amici. Ho lasciato il rapporto con tutte le informazioni sul francese al tuo collaboratore, quello enorme, l’ho incrociato poco fa.”
“Si chiama Podolski, ma tutti lo chiamano Tub.”
“D’accordo”
“Comunque stavo pensando: la balistica ci dice che forse è un tappo, ma la scarpa è un 45. Cos’è un nano sproporzionato o un fenomeno da baraccone?”

Svetlan s’accorse che non stava rispettando i patti.

Si placò, quasi imbarazzato.
“Lo so, non quadra” – riprese Vladimir, ribollendo.
“Eh, appunto, non quadra”

Svetlan ridette tutto il materiale al poliziotto, trattenendosi giusto un paio di foto: “Queste le prendo in prestito, te le riporto domani.”

“Va bene”
“Salutami Simona”
“Non mancherò”

Il poliziotto se ne uscì a grandi falcate come previsto.
Svetlan a quel punto tracollò sui divanetti, sghignazzando soddisfatto e buttando giù grandi sorsi di birra, disse a se stesso di essere stato magistrale. La faccenda sottopostagli da Vladimir, invece, non lo faceva ridere per niente. Anzi.

Così terminò la shisha e se ne andò a dormire.
Doveva riflettere sugli elementi dati.
Quella notte però non fu delle più quiete.
Svetlan sognò la pistola descrittagli da Vladimir: la 38 special.
Si ricordava  che quel calibro gli era già capitato sottomano in qualche altro caso di cui non riusciva a ricordarsi appieno. Erano di certo casi che gli avevano procurato un certo fastidio, una buona dose di inquietudine. Perché quella 38 special era un’arma particolare, non si va in giro a sparare con un revolver del genere, soprattutto a Bratislava.
In quei due-tre casi in cui gli era capitata quest’arma, c’era sempre stato qualcosa di perverso, che dava di vintage, di un gusto retrò, di qualcosa fuori moda e al contempo appartenente a un’epoca oscura, lontana, ma attualissima. Dove gli era capitata sottomano quella 38?

E se la immaginò, la 38, la vide di fronte a sé chiara, scintillante, nel buio.
C’era solo lui che la osservava, la pistola, e quella pian piano si dilatò, si fece sempre più grande, enorme, gigante. Svetlan invece si sentiva sempre più piccolo, si vedeva rimpicciolire, mentre quella rivoltella roteava di fronte a lui. E Svetlan si sentì sempre più attratto da quell’aggeggio, da quei meandri meccanici, da quel buco nero, quel vortice che irresistibilmente lo risucchiava. Il suo sguardo finì per essere ingurgitato dalla pistola, e si ritrovò a vagare nella canna come un piccolo uomo smarrito; si scoprì sceso nel castello e cercò di risalire con fatica verso la tacca, s’aggrappò al cane e sentì un raschio, come se qualcuno avesse inserito qualcosa, improvvisamente, nel grande e monumentale meccanismo di morte. E ritrovatosi di nuovo nel tunnel, voltandosi, vide davanti a sé quell’enorme proiettile scamiciato inserito nella canna, occupare l’intero spazio in altezza e in larghezza. Fu lì che Svetlan si sentì oppresso, cercò di allontanarsi, di scappare verso la luce. Ma non fece in tempo a muovere un passo… che l’innesco scattò.

Un boato rimbombò nell’aria e il vuoto si riempì di fiamme e fetore, sommergendolo d’una vampa letale.
Svetlan si svegliò. Sputando sangue, in asfissia.
S’accorse di essere terrorizzato come un bambino.

Un terrore che aveva quasi dimenticato.

(continua sul prossimo numero)


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