Numero 42

La marcia

di Eva Luna Mascolino

 

“Abandoned” di Ilaria Cerutti

Pur essendo un muratore paziente e capace, Mastro Gaio era piuttosto conosciuto per le proprie “intuizioni musicali”, al punto che egli stesso era solito soddisfare le domande di alcuni curiosi, spiegando loro in che senso la musica fosse stata da sempre la sua unica compagna di vita.

Il rapporto che mastro Gaio aveva instaurato con essa, in realtà, somigliava a un’ossessione legata al guinzaglio, che non gli consentiva di dormire per più di tre ore di seguito e che gli scuoteva indifferentemente le membra per strada, durante i pasti o sul posto di lavoro. Le intuizioni di mastro Gaio, infatti, non avevano nulla a che vedere con il mestiere specifico di cui egli si occupava. Il suono di più strumenti musicali si materializzava in mezzo ai suoi pensieri da un momento all’altro e gli stava alle calcagna come un segugio spaesato fin dai primi anni di età: esso vagava, si arrestava, poi scappava via e ritornava come un boomerang a stordire mastro Gaio.

Per l’onesto operaio… Continue reading


La settimana bianca

di Simone Bachechi

“Iceland #13” di SaverioPhoto

Partimmo poco prima dell’alba. Papà iniziò a caricare l’auto che era ancora buio pesto. Tutti i nostri vicini dormivano ancora e pensare a loro che se ne sarebbero rimasti rintanati nelle loro case mentre noi stavamo per partire sfrecciando nelle strade deserte della città fino all’ingresso dell’autostrada, mi dava la stessa eccitazione di sempre. Si sarebbero svegliati quando il sole sarebbe già stato alto in cielo e tutto questo mi parve volgare e degno della mia pena nei loro confronti. Avrebbero trascorso anche quel giorno in città, svegliandosi quando noi ci saremmo già trovati sulle piste a quattrocento chilometri di distanza, respirando non più quella mefitica aria, ma circondati da un paesaggio che non aveva niente a che fare con quello loro squallida quotidianità. Mi tenevo queste chicche per il momento in cui salivo in auto e quando papà aveva già agganciato gli sci sul tetto, quando il bagagliaio era già chiuso ed eravamo pronti a partire. Che Domitilla dormisse pure, mi sarebbe bastato che non mi si rannicchiasse addosso come le altre volte. Stava cominciando a crescere anche lei del resto e non è che mamma le poteva permettere di fare come le pareva per l’eternità anche se aveva sei anni meno di me… Continue reading


Gerome Satin  o Il senso della vita

  di Beatrice D’Anna

 

“Macchie #7” di Nicola Lonzi

Era un appartamento piccolo, quasi angusto, assortito di ogni tipo di cianfrusaglia che una persona qualunque avrebbe buttato da anni: giornali datati e ingialliti dal tempo, gingilli e stoffe provenienti da chissà dove, che a uno sconosciuto avrebbero potuto sembrare souvenirs del mondo comprati e poi dimenticati da una vecchia signora, più paia di tende sulla stessa finestra, le cui estremità ricadevano pesanti sul pavimento, e che ostruivano la timida luce solare, rendendo il luogo più chiuso e asfissiante di quanto non fosse. Era al terzo piano di un palazzo antico, situato in una stretta via delle periferie, chiusa ai due lati da alti casermoni e accessibile solo da una parte, e a piedi, perché le auto non ci sarebbero passate. Se un viandante si fosse imbattuto in quella strada, forse perché a causa del caldo estivo era alla ricerca di un po’ d’ombra – e, stretta com’era, quella via senz’altro la offriva – e avesse preso a camminare fra l’uno e l’altro palazzone, prima o poi si sarebbe trovato davanti un muro, e un cartello, presente qui ma non all’ingresso, che diceva: “strada chiusa”. Sarebbe tornato indietro, forse un po’ deluso, o forse sarebbe rimasto ancora un attimo, a sedere accanto al cassonetto della spazzatura – perché, sicuro, panchine non ce n’erano – a godersi, insieme alla puzza, un poco d’ombra ancora. Non c’era nient’altro in quella strada, niente di cui valesse la pena prender nota, ma proprio lì abitava Gerome Satin.

Era nato a Milano da genitori francesi con una strana fissazione per la frenetica città: “se la prima aria che respirerà sarà milanese”, diceva sua madre, “allora assumerà un po’ della nobiltà e del fascino che questa città possiede”. Di Gerome Satin si poteva dire tutto, ma non che fosse affascinante. Era stato un ragazzo in gamba, studioso diligente, e aveva lavorato per qualche anno come commesso in un supermercato, col cui stipendio era riuscito a comprarsi quell’appartamento al terzo piano…Continue reading


Feuilleton Il francese inesistente – Parte decima

di Fabio Cardetta

Episodi precedenti

 

“Bratislava “di Peter Tóth

Da un parte c’era Tub, incastonato nel divano riservato al suo culo. E nell’altro c’era Igor, che continuava a giochicchiare con un elastico, non sapendo bene cosa fare. Nella poltrona affianco alla porta c’era Simona con le gambe accavallate, con le calze nere e lo sguardo gelido. In piedi, appoggiato al mobile c’era Vladimir, che si dava tutta l’aria d’un signore ottocentesco, messo lì in posa per una foto da consegnare agli almanacchi. E dietro la scrivania, proprio sotto il quadro di Stur (un linguista con la barba che per caso aveva inventato la lingua slovacca), c’era Peter Svetlan, con le mani a piramide e l’espressione da medium.

Il veggente, continuando a guardare davanti a sé, cominciò a recitare la profezia che avrebbe svelato a tutti la Verità sul fascicolo aperto:
“La transessuale Lucia da più di un anno era entrata in una relazione molto stretta con Srecko Simic – buttafuori del Cuban, tifoso dello Slovan e spacciatore occasionale del clan di Bito. I due a quanto pare si amavano. O almeno, lui amava follemente Lucia… ma lei, a un certo punto, aveva cambiato idea. Aveva incontrato un altro cliente, più folle di Simic, più passionale, sensibile, devoto: l’impiegato Jules Klein…Continue reading


Ode al profilo Instagram di Peggygou

di Ferruccio Mazzanti

 

“Food flat lay” di Mimzy

Io lei la amo
virtualmente e in modo folle,
se potessi stalkerarla
senza essere bloccato o arrestato
le scriverei tutte le parole dolci del mio
vocabolario,
se conoscessi il suo indirizzo email
privato
sarei peggio di un attacco Ddos,
vorrei essere un attivista informatico
per indossare la sua maschera nelle piazze
mentre protesto per la pace nel mondo
coi furgoncini che sparano a
milioni di decibel
la sua musica,
la musica di Peggygou,
oh sweet Peggygou;
se potessi hackerarle il computer…Continue reading


Dio salvi il Re

di Fabio Ramiccia

 

“Chantilly” di Anthony Chmarny

Guardando il latte vedo l’azione del prendersi cura
dietro l’angolo caldo.
In silenzio sulla panca di legno mentre su i bambini,
fuori dalla tovaglia,
urlano e si stringono.
Ricordo il freddo dei legni il viso di lato,
la pioggia domenicale e i rimanenti 13 giri.

La collezione intoccabile e il toccabile collezionato.

Mi trattengo sull’uscio dove non mi sono mai trattenuto,
la soglia sulla quale volavo nei giochi,
nella musica, nei rientri attardatiContinue reading


Ebrezza e sentimento

di Antonio Vicino

 

“Composing” di Marion Wunder

siam due intense sensazioni
che attraversano il corpo
generando forti vibrazioni

siamo anime senza nome
lontani dagli abissi
ad un attimo dal sole

leviamoci in aria insieme
su d’una stella
di blu cangiante
ed un rosso sgargiante

il fragore del vento tu sei
dentro me
nei sogni miei…Continue reading

 


Topi 

Nicolò Monti

 

“Mice web” di Bea Davies

Si ritrovavano al primo piano di un palazzo malandato
con i gradini delle scale crepati e i topi
da qualche parte a nascondersi e a sogghignare
proprio come loro.

Avevano in affitto una stanza di un appartamento
che sarebbe stato anche bello se non fosse stato così decadente.
Piaceva a entrambi perché il tappeto rosso pieno di polvere e di calcinacci
appeso a una parete
ricordava il sipario di un palcoscenico.

Accanto, nell’altro muro, una finestra con gli infissi di legno
un tempo verniciati di verde scuro e ora marci,
dava su un altro palazzo pericolosamente vicino.
Quella finestra rimaneva sempre chiusa e con le tapparelle abbassate
per non fare uscire o entrare nulla.

Recitavano da soli o insieme,
ma non c’era mai stato nessuno oltre a loro.
Le opere di Beckett, di Ibsen
e anche di Pasolini,
che di certo non era Ibsen o Beckett
ma che comunque sapeva il fatto suo…Continue reading



 

Share