Appello a tutte le scrittrici: per festeggiare la 40esima uscita della rivista stiamo preparando un numero tutto al femminile incentrato sul concetto di “POTERE”, da interpretare liberamente, se siete interessate inviateci i vostri scritti (racconti, poesie, articoli, saggi brevi) accompagnati da una breve biografia entro il 20 dicembre a redazione@irrequieto.eu 

Limite di battute: 12 cartelle da 1800 caratteri.

Il tema è ampio e può ispirare infinite interpretazioni, non ponetevi limiti, trovate l’aspetto che più vi interessa del potere e parlatecene liberamente!

 


Numero 39

Il dolce requiem di Marlene

di Donatello Cirone

 

“In una forma più straordinaria” di Ilaria Cerutti

L’alba aveva raggiunto gli occhi di Ernesto che erano chiusi e che sarebbero rimasti serrati per tutto il giorno, fino a sera, fino al canto delle civette e alle urla di Mario, il portiere del palazzo dove viveva.

L’alba aveva raggiunto anche Marlene che invece aveva gli occhi aperti già da prima che il sole si levasse in cielo. Si alzò dal letto, si preparò con delicatezza, senza far rumore, era sua abitudine non fare rumore, non urlare, non arrabbiarsi, non portare rancore, sorrideva sempre Marlene, non si affannava mai a darsi spiegazioni inutili. Era delicata come i contorni morbidi del suo corpo, lunghe curve sulle quali le mani non avrebbero dovuto incontrare mai autovelox e controlli, un circuito di Kart che si sarebbe dovuto alternare a lente sfilate, parate militari, un’intermittenza dei sensi e dei tocchi con il solo e unico scopo di vederla felice…Continue reading


Stanza 616 “Ammit”

di Giampaolo Giudice

 

“Studies about myself #11” di Germana Stella

– Sono solo poche settimane di buio, in fondo, l’inverno. Quello vero, dico.

Posso farcela.

Pensava M. sdraiato nella stanza da letto. Erano già le cinque di sera, e il tramonto era già iniziato da un pezzo. Il sole fioco e pallido era già stato inghiottito dalle pareti del cortile in cui restava a malapena luce sufficiente a distinguere i contorni dei rampicanti senza fiori sulla murata. Poteva vedere la sera farsi condensa sul vetro, M. mentre ad ogni respiro ripeteva fra sé: « arrivano, stanno arrivando ».

Sentiva crescere l’angoscia nel petto e guardava il vetro sudare buio e incubi di adulto rimasto bambino.

Solo pochi mesi prima, M., era il fiero possessore di quella che ci piace definire “una vita normale”. Un monolocale in affitto appena fuori dal centro città, un discreto giro di signorine con cui intavolava frequentazioni più o meno importanti e un buon lavoro. Nulla di eccezionale, ma si permetteva una serie di libertà e vezzi tra cui una collezione di Dylan Dog di cui andava molto fiero, una moto d’epoca a cui dedicava il tempo rimasto libero dal tempo liberato dal resto.

Nella sua normalità trovava conforto da una vita che gli era sempre apparsa difficile e impegnativa, impegni che aveva cercato di schivare a ogni occasione utile. La vita si manifestava ai suoi occhi come una montagna insormontabile. Già dal primo mattino…Continue reading


Tre giorni al Natale

di Eva Luna Mascolino

 

“War is on our plates” di Bea Davies

Mancano tre giorni al Natale, tre. Uno, due e tre.
Magari, laggiù, nella nebbia, c’è un militare insanguinato che sta per morire, alza gli occhi verso il futuro e lo pensa anche lui: tre giorni al Natale, e io non ci sarò. Cola il sangue dalle cene coi parenti andate a male, si accartoccia una lettera nascosta nella tasca sinistra dei pantaloni, si irrigidiscono braccia e rimpianti, mentre il dolore si fa freddo e il corpo si tumefà sulle ombre di un’ideologia qualunque, forse di vitale importanza, ma che adesso puzza di morte.
Magari, in Africa, chissà in quale villaggio infangato da un fiume improvvisamente in piena, una bambina correrà su due fragili gambe che ha imparato ad usare da poco. E lei vorrebbe venisse questo Natale, con i regali, le renne, i dolci e tutto il resto: lo vorrebbe, sì, ma nel frattempo muore di fame, è deperita, e nessuno si è preso la briga di insegnarle a morire, o meglio, a vivere, a gioire, a non svestirsi di fronte al padre, ad ascoltare le fiabe, a cantare e, soprattutto, a contare, così non lo sa, non lo sa proprio, che mancano solo tre giorni.
Uno, due e tre. Poi, Natale.
Magari, a New York, in periferia, c’è una puttana che fa un mucchio di soldi ogni notte. Forse lei ha dimenticato cosa sia il Natale, così come quel cinquantenne sposato che, tra tre notti, andrà a scoparsela, senza pensare ai figli che ha lasciato a letto, ad aspettare un Babbo Natale travestito da Uomo Nero. Senza pensare che sua moglie sentirà freddo, che i suoi figli piangeranno, sapendolo altrove, scoperà quella ragazza straniera, in silenzio.
Magari, proprio a tre isolati da voi, un anziano soffre atrocemente per chissà quale malattia inguaribile. Ha i figli lontani: lei, in viaggio di nozze a Praga, con un riccone innamorato della sua gioventù…Continue reading 


Polvere

di Martina Pastori

 

“The Endless Winter of Kashmir#3” di Camillo Pasquarelli

Una volta c’era del bello, in me.

          Era una bellezza arcana, di quelle ben radicate nel frescore della gioventù, che sbiadiscono ma non svaporano, e lasciano la loro impronta fin nella vecchiaia. Incarnato olivastro, bocca sottile, finemente disegnata, riccioli dorati e occhi chiari e quasi trasparenti, come specchi. Avevo mani pallide, leggere, in perenne movimento sulle note di una musica inesistente, e nelle membra il guizzo inarrestabile di un corpo assetato di vita. La porpora delle mie labbra, la scintilla nel mio sguardo, i profili dritti, floridi del mio volto, tutto – tutto – in me gridava senza posa un inno al candore, all’illibata franchezza dell’adolescenza inesperta, all’ottusità degli ingenui che vagano per il mondo ciechi al peccato, votati al solo puro.

          Poi, sbrigativo ma risoluto, il tempo ha fatto il suo corso.

          Le notti insonni, gli sfarzi, la dissolutezza di un mondo assorto in se stesso hanno…Continue reading 


L’Italia dell’alba

di Giuseppe Semeraro

 

“Milan l’è on gran Milan #3” di SaverioPhoto

Sul treno Terni-Roma all’alba

un sacco di clandestini tra cessi e sfilate mute

tra i corridoi si studiano i passi del controllore

ci si nasconde, si diventa ombre

si diventa invisibili, si sparisce.

È una danza continua di ogni giorno

trovare la forma di non esistere

o di esistere sul bordo di ciò che è civile.

Dal canto suo il controllore recita,

finge il suo dovere…Continue reading 


E non ho più paura

di Fabio Ramiccia

 

“Pagina 95” di Nicola Lonzi

Chiudo gli occhi e mi ricordo

da dietro.

Scendo le pupille

dentro,

scivolano di respiro

lungo

la mia schiena

ogni vertebra diviene epifania.

 

E mi distendo

tra i ricordi

fino giù

al sacro dell’osso…Continue reading 


Il pescatore

di Pietro Romano

 

“Piccolo Sud#71” di Emiliano Cribari

Gonfie di brezze, le vele fendono le onde del mare.

Su rive incerte, scalfite da mari diversi,

si sperde l’ultimo lembo di terra, sbuffi di vento,

il lieve tremolare delle onde, mentre intorno si scorge

su sabbie lisce il solco lasciato dalle ruote di un camion di merci

diretto al mercato. Non lontano si apre l’estuario

salmastro, ignoto al riflesso del faro. Dorme il cane

sul pietrisco, e intorno a corolle spoglie di petali

vagano lucciole come ceneri d’astro nell’aria…Continue reading 


Feuilleton Il francese inesistente – Parte ottava

di Fabio Cardetta

Episodi precedenti

 

“Autumn shading” di Domenico Giovanni Della Rocca

La vecchia madre di Srecko viveva in una dacia, una sorta di catapecchia, ai limiti del quartiere di Petrzalka, in un nugolo di casette dall’aria ucraina, con attorno cortili erbosi delimitati da staccionate. In quello della vecchia c’erano una mezza dozzina di galline e una capra, che guardava gli avventori come se fosse un cane da guardia. La signora era accucciata su un tronco tagliato a pulire fave, a sezionarle e a mistarle nei vari contenitori. Tub si accomodò sulla sedia sgangherata di fronte, come se fosse di casa. La vecchia lo guardò: le sembrò di aver già visto quell’omone, che tanto assomigliava a qualcuno della cerchia del figlio.

Tub non perse tempo:

“Signora, sono qui per parlarle di Srecko…”

“Che ha fatto questa volta?”

“Niente, crediamo che un suo amico abbia fatto una fesseria. Vorrei capire che tipi frequenta suo figlio e avere qualche informazione. Sono un investigatore privato.”
La donna spalancò le palpebre, per quello che potevano permetterle le montagne di rughe che le colavano sugli occhi.

“E che le devo dire?… Mio figlio frequenta solo brutti ceffi. D’altronde non potrebbe essere altrimenti. L’ha visto questo posto…Continue reading 


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