Numero 38

Ad occhi chiusi

di Eva Luna Mascolino

 

“The Endless Winter of Kashmir#1” di Camillo Pasquarelli

Pulviscolo vagante nell’aria, come macchie di poesia.
Impossibile dire se la luna si stia nascondendo fra i rami apposta, o se sia un caso.
C’è un quadro di Caravaggio al posto del mondo, direbbe qualcuno. Proprio un quadro di Caravaggio. Olio su tela. Solo, senza luce.

– Io qui ci sono già stata.
– Davvero?

Scricchiolii di foglie schiacciate contro il terreno.
La notte aveva ingoiato ogni luce. Le case, le strade, le colline, tutto era un mare immobile, disumano, monocromatico.
I fanali di un’auto squarciarono le tenebre, ferirono il sipario nero del mondo attorno.

– Dovremmo essere arrivatiContinue reading


Grigio incanto

di Martina Pastori

“Milan l’è on gran Milan #2” di SaverioPhoto

«L’ho perso. Non è che qualcuno l’ha visto?».

Erano trent’anni, che lo chiedeva. Trent’anni, sette mesi e otto giorni, a essere precisi.
Millecinquecentottantanove settimane, tredici ore e trenta minuti, a voler essere pignoli. Si era consumato i talloni e la vita sulle strade di tutta Europa – Europa, non oltre, perché la pensione era quello che era e viaggiare, coi tempi che correvano, un salasso. Era partito un lontano mattino d’inverno, un mattino d’un bianco più bianco del latte.
In quegli undicimilacentoventitré giorni e mezzo s’era perso cinquantadue volte, la prima in Francia, in Costa Azzurra, e l’ultima a Vienna, nei pressi di un café che, era pronto a giurarlo sulla sua cuffia da bagno a fiori, serviva la miglior torta di mele del mondo civilizzato. Morbida quel che bastava per i denti che gli restavano, spessa il giusto, generosamente spolverata di cannella..Continue reading


Attese

di Elena Ramella

“Meditazione” di Ilaria Cerutti

Era stata lei a far voltare dalla sua parte un viso che guardava, semplicemente, altrove.
Qualcuno le aveva detto che l’amore era un gioco d’azzardo al quale si poteva perdere tutto quello che si aveva. Tutto.

“Penso sia piuttosto annegare”, aveva ribattuto.

Aveva dato tutto per una breve notte, e ne era valsa la pena. Poi le stelle erano passate, i giorni erano passati, le settimane erano passate, e lei aveva pianto tutto quel che aveva da piangere, ed era stato come spremersi il cuore fino a farsi male.
Qualcuno le aveva detto che l’amore era attesa, lei si era messa ad aspettare.
Aveva ripensato ad una leggenda, in cui una donna aspettava il suo amante, di notte, nella foresta. Lei aspettava nient’altro che una chiamata, ma l’ansia era la stessa.
Aspettava e tutto attorno a lei le sembrava irreale. Sedeva al tavolino di un bar, e guardava le altre persone entrare. Loro non stavano aspettando, loro non potevano capire, loro la guardavano con la coda dell’occhio, ma non vedevano il suo corpo imperlato di sudore freddo sotto ai vestiti leggeri.
Lei aveva raggiunto la forma più pura e altra dell’attesa: seduta sul bordo del letto, con una mano sul telefono, immobile, senza fare altro, aveva aspettato per ore.

“Aspettare è impazzire.”

Il nodo in gola le aveva impedito di respirare, ogni boccata d’aria era stata una lama fredda conficcata nei polmoni.

“Sto per impazzire. Adesso impazzisco.”…Continue reading

 


A te che sarai

di Giorgia Bianchin

 

“Il mare fuori” di Domenico Giovanni Della Rocca

“Non farò mai all’amore quello che l’amore ha fatto a me. Ci sono notti che mi costano giorni interi di malinconia, di inquietudine, di pianto. Giorni come questo in cui varrebbe la pena morire, ma resto intrappolata in un limbo di vorrei.
Sono immobile in questa stanza a un passo dalla pazzia perché a mancarmi sei tu, tu che non hai mai fatto parte di me. Rimane disarmato, solo, spaventato il desiderio della tua mano che stringe il mio fianco, come se ti avessi già sentito mio, come se fossi stato ombra dentro di me. Mi sono così abituata a te che ti chiamo amore e la mente mi massacra ad ogni battito del cuore.
Ti fisso e so di conoscere ogni parte del tuo corpo, respiro il tuo odore. Conosco già la smorfia che farai quando mi prenderai la mano e con le tue dita farai girare su se stesso il mio anello.
Immagino già quell’attimo in cui sposterai i miei capelli e li porterai dietro l’orecchio e cifermeremo così, io non vorrei nulla di più.

Sarà la mia testa a farti perdere i sensi, prima, che io mi spogli per te. Scaverò il mio posto nel tuo petto e farò implodere ogni tua incertezza, mi farò amare e ti odierò quel poco per rimanere in vita.
Come vorrei poter trovare subito la tua voce e coprire questa maledetta ribellione che mi abita.
Sei un rumore devastante che stride sulla mia quotidianità…Continue reading


Augusta D.

di Donatello Cirone

A Luigi V. e Alois A.

 

“Niente di più” di Antonella Restagno

La stanza era vuota, i fornelli della cucina erano freddi, le pentole lucide, i piatti puliti. Le pareti senza quadri, la porta chiusa, un divano appoggiato a una delle tre pareti libere faceva compagnia a una scacchiera senza scacchi rossa e verde. In un’altra camera, lontana dal suo mare dormiva Nicla, i suoi capelli lunghi erano sparsi sul cuscino di seta nera, il suo viso restava fiero anche nel sonno, accennava un sorriso. La luce entrava dalla finestra alla sua sinistra delicatamente, con dolcezza le accarezzava le mani, il naso e le palpebre nude. Il raggi di sole, per non svegliarla, perdevano d’intensità, si raffreddavano.

Sul divano, seduto a gambe incrociate Remo voleva morire, e non perché il suo mondo fosse crollato o perché la sua anima si era arsa. Non era triste, né depresso. Non gli era successo niente di traumatico tale da giustificare quell’incredibile voglia di distruggere la sua carne, frantumare le sue ossa, disperdere il suo midollo sfracellandosi al suolo –  si sarebbe lanciato da un ponte forse, o forse…Continue reading


La torsione

di Daniele Trucco

 

“Studies about myself #17” di Germana Stella

La torsione era ormai in atto.
L’occhio stravolto di chi non sente più la tensione massima raggiunta dal suo corpo, avrebbe di lì a poco seguito il volo del grave e il suo mistero. Mistero voluto da leggi divine impossibili da comprendere ma stranamente concesse agli uomini.
Tutto però sarebbe accaduto dopo: il viso era ancora rivolto all’indietro, inclinato come l’intera sua possente figura. Il peso era distribuito in maniera eccellente sulla gamba destra e l’avambraccio sinistro ne era il perfetto bilanciere.
Ebbe sete, ma era una sensazione che si sarebbe assorbita con lo slancio.
Una brezza leggera lambiva la pelle unta e sudata e il Sole, alle spalle, lo sosteneva nell’impresa con le sue emanazioni sacre. La polvere volteggiava inconsistente a poca distanza dal suolo andando ad appiccicarsi sui polpacci tesi e nelle pieghe dell’inguine.
Non un volo di uccelli né una nuvola.
“Gli dei non si sbilanciano, ma avranno già scommesso.”
Una percossa nella mente gli fece riaffiorare gli insegnamenti del maestro, tratti da visioni di un dialogo che sarebbe avvenuto fra migliaia di anni: “Tutto è santo, tutto è santo. Non c’è alcunché di naturale nella natura, ricordalo. Quando la natura ti apparirà naturale, sarà la fine e comincerà qualcos’altro: addio pietre, addio stelle. Anche il lancio procede così: fa parte delle cose ma non appartiene a questo mondo, né a noi. Tutto è santo ma la santità è insieme una maledizione. Gli dei che amano al tempo stesso odiano e invidiano e lo hanno dimostrato regalandoci il Tempo. Lui regola i tuoi lanci, i movimenti, la vecchiaia; lui il fluire delle tue esperienze e la crescita. Ma attento: non sarà un tiro a farti grande, né la potenza ben bilanciata. Sarà il Caso, più potente del Tempo…Continue reading


Feuilleton Il francese inesistente – Parte settima

di Fabio Cardetta

Episodi precedenti

 

“Mannequins” di Bartolomeo Pampaloni

Quel flusso sciabordante che attraversa nove Stati e quattro capitali. L’avvitarsi a elica della spirale di fumo che t’attraversa i polmoni, il vento da Nord che percuote gli zigomi, le palpebre e gli occhi, che scrutano i mulinelli della corrente imperiosa; mentre il manto nebuloso incombe e l’odore di muschio annebbia il cervello, che ormai sonnecchia bello e acquietato, galleggiando e dondolandosi sul morbido Danubio.

Sentiva questo Svetlan, appoggiato alla balaustra, fumando e fissando lo scorrere del tempo sul fiume che aveva da sempre amato.

Si rese conto dell’orario, e tornò in ufficio.

Un trillo sfarfallò, poi la voce della segretaria all’interfono, due uomini entrarono e si sistemarono come automi sugli appositi divani.

“Ho un nome” – fece Tub, con i lineamenti cancellati da una gomma.

“Spara” –  fece Svetlan…Continue reading


Il ritorno – Storie di ben poca mondanità

Giada Tommei

 

“Casa di Daniele” di Bea Davies

La macchina faceva il solito strano rumore allo sterzo. Una specie di crack quando prendeva le curve troppo strette, che le faceva pensare ci siamo, adesso si rompe qualcosa e mi schianto in qualche muro. Eppure, ogni volta, la macchina filava dritta verso casa, sgassando rumorosamente durante il parcheggio per via di una frizione decisamente malandata.  Scendendo dall’auto, la borsetta si impigliò nel cambio facendole fare un goffo e selvatico movimento per non cadere. Un classico: tutta questa fatica per sembrare attraente per poi, alla prima occasione, prender le sembianze di un tricheco antartico ripreso a tradimento da National Geografic.  Camminando a passo svelto verso il grande portone di casa, Fedora sentì dentro lo stesso insolito mix. Da un lato la fretta di entrare nel rassicurante atrio del palazzo rincuorata dal non esser stata rapinata, malmenata o addirittura uccisa; dall’altro, l’irrefrenabile voglia di camminare lenta, gustandosi l’aria fredda delle tre di notte e respirando il silenzio ovattato di un marmoreo, spaventoso e accogliente centro storico.  Poteva scegliere una via di mezzo, ma non lo fece: non lo faceva mai, nella vita. I suoi gesti erano sempre netti, impulsivi, radicali: virate decise a destra o a sinistra che producevano nel suo cervello lo stesso identico crack dello sterzo della sua macchina. Doveva davvero imparare a trovare la giusta misura:  in questo modo avrebbe potuto dosare se stessa, il dolore, la felicità, la pesantezza ed il coraggio.  L’umidità della notte aveva creato una leggere guazza sui sampietrini : per fortuna che non portava mai i tacchi, altrimenti sarebbe senza dubbio scivolata finendo realmente in un documentario di scimmie bonobo…Continue reading


Quante volte nascere ancora

di Giuseppe Semeraro

 

“L’artista artigiano #2” di Antonio Cribari, progetto a cura di Emiliano Cribari

Quante volte nascere ancora

nella stessa vita

dopo una prima volta

ancora nascere in forma nuova

ogni volta ripassando dalla cenere

dall’acqua dura delle lacrime

dal vento che butta all’aria tutto.

Rinascere sempre con un sorriso migliore

con occhi più larghi

cercando cos’è tempo perdere

cosa non si deve tacere…Continue reading 


Post

di Ferruccio Mazzanti

 

“Pagina 95” di Nicola Lonzi

Il cielo si riempie d’oro,

è pronto per piangere,

son pronti a volare,

qualcosa è fuoriuscito

dai confini del cielo

e vedere la crepa

del brutto tempo che si avvicina

sotto un cielo che cadrà in qualsiasi momento,

ma lei è proprio gentile,

ha una deliziosa cervellosità

che non trova corretta,

non è mai contenta di sé

e della crepa nel cielo:

il brutto tempo si avvicina…Continue reading


 

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